Arabella/Parte prima/9

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IX.


Vita nuova.


Arabella era entrata nella sua nuova casa accolta come una regina.

Il signor Tognino non badò a spendere perchè gli sposi avessero un bell’appartamento nella casa di via Torino, sopra gli ammezzati, con l’ingresso dalla porta e dalla scala principale e tenne per sè due o tre stanze vicine, uscio a uscio, sul medesimo pianerottolo, per essere pronto a ogni bisogno come un buon cane di guardia.

Arabella gli ricuperava un figliuolo ch’egli credeva perduto per sempre, e il sentimento della paternità, trionfando sopra tutti gli altri interessi, in un momento di espansione malinconica, aveva mutata la durezza in amore, dandogli una fresca e nuova energia, che soverchiava in lui la potenza delle abitudini.

Ogni giorno si faceva un onore e quasi un dovere di dividere cogli sposi il pranzo e un pezzetto di luna di miele: e fu atto d’uomo savio e avveduto per non lasciare Lorenzo abbandonato nei primi tempi alla forza delle abitudini.

Dove il figliuolo per ignoranza o per materialità mancava di spirito e di delicatezza, suppliva il babbo con una continua e gelosa vigilanza, usando tutti i [p. 120 modifica]riguardi perchè la sposina, mezza monaca e mezza bimba, non avesse a soffrire di nulla, si abituasse a capire, a compatire, a contentarsi del meno male, in attesa del bene e dell’ottimo.

Lorenzo aveva veramente bisogno di grande compatimento. Cresciuto a caso, nella compagnia di giovani allegri, con un ingegno limitato, chiuso a tutte le sensazioni astratte e filosofiche, portava in casa insieme al puzzo del sigaro e del cognac le mosse del dilettante di cavalli, e le espressioni energiche, che rinforzano all’osteria le cattive partite di scopa.

Eran vizi e modi esteriori, che lasciavan vedere, per dir così, come attraverso agli strappi di una camicia, una carnagione sana, un fondo non pervertito, un vecchio ragazzo male avvezzato, non privo di buone intenzioni e di sentimento, un bel matto allegro, se anche si vuole, che nella sua pecorile ignoranza, spingeva l’ingenuità fino a lasciarsi corbellare credendo di corbellare.

Capitato in mezzo a una compagnia di capi scarichi, tra cui Max Baratti e il marchesino di Brienne, fondatori del famoso Piccione-club, si lasciò facilmente ubbriacare dalle adulazioni con cui, quei bravi signori avariati nel credito, cercarono d’interessarlo in una società per le corse di Senago, che non fece correre che cambiali. Lorenzo pagò per sè e per gli altri, fin che piacque a papà Tognino di pagare: poi ricorse al giuoco e al «fido» di suo zio Borrola: e infine si trovò immerso fino ai capelli nei debiti.

Arabella gli ottenne il saldo: ma quantunque avesse rinunciato ai cavalli, alle donne e agli amici peggiori delle donne e dei cavalli, il segretario del Piccione-club non poteva di punto in bianco [p. 121 modifica]trasformarsi in un santo padre, per quanto Arabella e papà Tognino fossero egualmente interessati a salvare un’anima.

Nelle prime settimane del suo matrimonio, quando si trovò nella piena balìa di quell’uomo, giovane, robusto, impetuoso, Arabella provò la paura dell’agnellino caduto nelle zampe dell’orso. Man mano che imparava a conoscere suo marito e che scendeva a toccare la materialità di quella scorza vuota, un senso di compassione indefinita si mescolava ai suoi timori e fuggevolmente una voce del cuore domandava, se essa avrebbe mai saputo compiere la santa opera di redenzione a cui Dio l’aveva chiamata. Nei momenti in cui era sicura di non esser vista, dal suo cuore umiliato e gonfio si sprigionavano delle lagrime, che ella sentiva affacciarsi alle palpebre, scendere non richieste, quasi non avvertite; ma poi un buon momento di Lorenzo (che non mancava il brio naturale) o le buone parole di suo suocero, che nutriva le stesse speranze, riconducevano giorni più sereni. Nelle sue fervide preghiere alla Madonna essa potè illudersi di amare suo marito, verso il quale slanciavasi qualche volta con impeti veramente generosi, che non trovavano che una sola corrispondenza... sempre quella, la più semplice, quella che l’avviliva di più.

Ma verso la metà di novembre avvenne un caso che produsse nel suo cuore il miracolo. La luce dissipò il freddo e le tenebre, e la vita che prima procedeva a caso, a balzelloni, per un terreno rotto, seminato di sassi, si trovò aperta una bella strada maestra davanti. Il dottor Taruzzi assicurò che c’era un erede. Essa era madre!

[p. 122 modifica]L’avvenimento produsse un vivo piacere anche a Lorenzo, che da qualche tempo, dominato senza avvedersene dalla dolcezza di Arabella sforzavasi di far l’uomo serio. Ma chi toccò il cielo col dito fu il nonnetto.

Quel sentimento di paternità che l’aveva condotto alle Cascine a cercare una moglie per il figliuolo, provò una scossa elettrica alla notizia che sua nuora gli preparava un erede.

I preti e gli avvocati non gli avevano ancora giocato dei tiri birboni, e gli affari da qualche tempo eran passati in seconda linea. Era per il vecchio affarista un momento di tregua, quasi di luna di miele, che preludiava serenamente ai giorni del suo riposo. A ragione gli amici del caffè Martini, dove passava verso sera a leggere i telegrammi di borsa, vedendolo così alacre, così ringalluzzito e contento, gli domandavano se l’aveva presa lui la sposa.

Quanto v’era in lui di meno vecchio, di meno logoro, di meno stanco e di meno ostinato, conveniva come a un banchetto a questa nuova festa della paternità, in cui insieme al sentimento naturale di famiglia, così vivo negli uomini sani, si confondevano, in un misterioso amplesso di indulgenza, il rispetto, la riverenza, la compassione, la tenerezza per le due tenere creature, che eran venute da poco tempo a popolare la sua casa.

In attesa che una di queste si rivelasse, concentrava i suoi riguardi verso quella che ne aveva più bisogno.

Siccome la gravidanza si presentava con qualche melanconia, come capita spesso alle creature un po’ delicate, il nonno fu tutto occhi e tutto orecchi, [p. 123 modifica]perchè alla nuora non avesse a mancar nulla. Tolse in casa una cuoca, fece collocare una stufa americana in modo che nell’appartamento il calore fosse diffuso uguale e mite in tutte le stanze; e al venire delle prime nebbie, quando Lorenzo usciva la sera a fumare una pipa (il vecchio non aveva mai fumato in vita sua), veniva a tener compagnia alla sposina, attizzava il fuoco sul caminetto; e mentre Arabella sedeva presso la lampada a lavorare all’uncinetto in una babbuccietta di lana rosa, il nonno dava un’occhiata al Corriere della Sera, si faceva contare i casi della giornata, contava egli i suoi, qualche volta pregava sua nuora di mettersi al piano...

Una volta, prima dei quarant’anni, anche lui aveva frequentata la « Scala » con passione. Allora non era ancora inventata la musica difficile. Da orecchiante il suo Verdi lo gustava ancora. Arabella preferiva invece sonar della musica da collegio, del Mozart, del Beethoven, cosette graziose, in cui il vecchio abbonato della Scala sentiva un gusto nuovo, con in mezzo alle note quasi dei ragionamenti che lo facevano pensare. Stava a sentire in silenzio, poi andava a dormire col capo pieno di quella musica, che ragionava a lungo, con dolcezza, in mezzo ai sogni; e gli capitava di risvegliarsi di soprassalto meravigliato egli stesso, come chi si desta a un tratto e vede la camera rischiarata dall’insolito chiarore di una festa che si celebra di fuori. Di interessi e di affari non parlava mai colla nuora. A che pro? gli affari son maschi e le donne son femmine. Arabella non sapeva nemmeno che ci fosse uno studio Maccagno nella casa: non ci avrebbe capito nulla lo stesso. Era contenta che il matrimonio avesse [p. 124 modifica]accomodate molte partite, ma sforzavasi a tenersi fuori dagli affari, anche per resistere alle insistenze della mamma, che faceva i conti sopra una figliuola maritata come sopra una miniera.

In quanto al vecchio affarista sentiva istintivamente che una cosa sono gli affaracci della strada e un’altra cosa è l’affezione di famiglia: proponevasi perciò di tener nettamente separate le due amministrazioni, se si può dire così quella dei numeri e quella del cuore.

Quando la cugina Ratta avesse chiusi gli occhi per sempre, era sua intenzione di realizzare il patrimonio, di dare un calcio a tutte le brighe che aveva in Milano, di semplificare la vita, di ritirarsi a sorvegliare i suoi fondi, e a fare il nonnetto di campagna, beato come un papa; e non immaginava che gli affari son come le donne brutte. Si attaccano di più, quando temono d’essere abbandonate.