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L’avvenimento produsse un vivo piacere anche a Lorenzo, che da qualche tempo, dominato senza avvedersene dalla dolcezza di Arabella sforzavasi di far l’uomo serio. Ma chi toccò il cielo col dito fu il nonnetto.

Quel sentimento di paternità che l’aveva condotto alle Cascine a cercare una moglie per il figliuolo, provò una scossa elettrica alla notizia che sua nuora gli preparava un erede.

I preti e gli avvocati non gli avevano ancora giocato dei tiri birboni, e gli affari da qualche tempo eran passati in seconda linea. Era per il vecchio affarista un momento di tregua, quasi di luna di miele, che preludiava serenamente ai giorni del suo riposo. A ragione gli amici del caffè Martini, dove passava verso sera a leggere i telegrammi di borsa, vedendolo così alacre, così ringalluzzito e contento, gli domandavano se l’aveva presa lui la sposa.

Quanto v’era in lui di meno vecchio, di meno logoro, di meno stanco e di meno ostinato, conveniva come a un banchetto a questa nuova festa della paternità, in cui insieme al sentimento naturale di famiglia, così vivo negli uomini sani, si confondevano, in un misterioso amplesso di indulgenza, il rispetto, la riverenza, la compassione, la tenerezza per le due tenere creature, che eran venute da poco tempo a popolare la sua casa.

In attesa che una di queste si rivelasse, concentrava i suoi riguardi verso quella che ne aveva più bisogno.

Siccome la gravidanza si presentava con qualche melanconia, come capita spesso alle creature un po’ delicate, il nonno fu tutto occhi e tutto orecchi, per-