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riguardi perchè la sposina, mezza monaca e mezza bimba, non avesse a soffrire di nulla, si abituasse a capire, a compatire, a contentarsi del meno male, in attesa del bene e dell’ottimo.

Lorenzo aveva veramente bisogno di grande compatimento. Cresciuto a caso, nella compagnia di giovani allegri, con un ingegno limitato, chiuso a tutte le sensazioni astratte e filosofiche, portava in casa insieme al puzzo del sigaro e del cognac le mosse del dilettante di cavalli, e le espressioni energiche, che rinforzano all’osteria le cattive partite di scopa.

Eran vizi e modi esteriori, che lasciavan vedere, per dir così, come attraverso agli strappi di una camicia, una carnagione sana, un fondo non pervertito, un vecchio ragazzo male avvezzato, non privo di buone intenzioni e di sentimento, un bel matto allegro, se anche si vuole, che nella sua pecorile ignoranza, spingeva l’ingenuità fino a lasciarsi corbellare credendo di corbellare.

Capitato in mezzo a una compagnia di capi scarichi, tra cui Max Baratti e il marchesino di Brienne, fondatori del famoso Piccione-club, si lasciò facilmente ubbriacare dalle adulazioni con cui, quei bravi signori avariati nel credito, cercarono d’interessarlo in una società per le corse di Senago, che non fece correre che cambiali. Lorenzo pagò per sè e per gli altri, fin che piacque a papà Tognino di pagare: poi ricorse al giuoco e al «fido» di suo zio Borrola: e infine si trovò immerso fino ai capelli nei debiti.

Arabella gli ottenne il saldo: ma quantunque avesse rinunciato ai cavalli, alle donne e agli amici peggiori delle donne e dei cavalli, il segretario del Piccione-club non poteva di punto in bianco trasfor-