Arabella/Parte prima/3

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III.


Nell’ammezzato


— Io ti regalerò questo paia di calze, Ferruccio, ma tu devi spiegarmi un mistero, cioè, come ha fatto il signor Lorenzo a sposare la signora Arabella.

Così prese a dire la zia Colomba, una vecchietta forte e vivace, mentre scioglieva i gruppi di un grosso fagotto che teneva sui ginocchi.

Ferruccio arrossì un poco e prima ch’egli avesse tempo di rispondere, la zia Colomba riprese: — Dimmi un po’: non è essa la figliuola di quel povero sor Cesarino, che si è ammazzato per debiti otto o dieci anni fa? Devi ricordartene, perchè fu uno di quei casi che fanno impressione. La sua mamma sposò in seconde nozze un buon uomo di campagna, se non mi sbaglio.

— È così.

— I Pianelli abitavano in Carrobbio, quando io servivo presso i Grissini e mi ricordo bene di quella cara biondina, che aveva due occhi pieni di sentimento. Era una donnina fin d’allora. L’ho ben riconosciuta l’altro dì al funerale della povera signora e ho visto che è diventata una bell’asta di donna, con un faccino roseo e delicato. Come ha fatto a sposare [p. 48 modifica]questo disutile dal faccione grasso di frate sbarbato?

Ferruccio, alzando un dito davanti alla bocca l’avvertì di parlar pianino. Il sor Tognino poteva entrare da un momento all’altro. — Quel suo patrigno — seguitò poi sottovoce — fece delle cattive speculazioni, si trovò in gravi imbarazzi e dovette cercare dei capitali al sor Tognino, capitali che non fu più in grado di restituire. Il matrimonio, pare, accomodò molti interessi.

— Ho capito. Sempre così. Gli uomini fanno i cattivi affari e tocca alle povere donne d’aggiustarli. Voi stracciate e a noi tocca rattoppare, birboni... .

— Però — s’arrischiò a dire il ragazzo — in casa le voglion bene e la trattano con tutti i riguardi.

— È vero, sì o no, che questo babbeo di suo marito ha sempre fatta una vita allegra coi denari del papà e che fino a ieri ha mandato in lusso una cantante?

Ferruccio tornò ad arrossire, come se la zia Colomba gliene facesse carico a lui.

— Non è un uomo cattivo nemmeno lui — disse dopo un istante. — Non nego che abbia fatte le sue: è ricco, ha buon cuore.

— Dàllo ai merli questo cuore! — ripigliò con una certa furia la zia Colomba, agitando le cocche del bel fazzoletto di seta, che aveva posato sulla testa contro i rigori del freddo. — Tu sei un mezzo chierico e non conosci il mondo; ma dacchè sei entrato in questa casa, io non ho mai avuto il cuore tranquillo. Tutti i giorni faccio le mie indagini e, dico la verità, vedrei volentieri che tu cercassi qualche cosa di meglio. Tu non hai sposato nessuno, fortunatamente, e puoi spolverare le scarpe quando [p. 49 modifica]vuoi e andartene. Non è il nostro genere. Gente senza legge e senza fede, che per un quattrino venderebbero l’anima a berlicche! Di religione non si parla; il padre peggiore del figlio e il figlio sulla strada di diventar peggiore del padre. A me, ripeto, dispiace immensamente che tu sia venuto a masticare questo pane lo dicevo anche ieri alla zia Nunziadina. In questa tana non hai nulla di buono da imparare.

Ferruccio indicò col pollice un uscio dietro di lui e si portò di nuovo l’indice alla bocca.

La zia Colomba alzò le spalle, come se non gliene importasse nulla che la sentissero, tentennò un pezzo il capo, e abbassando di nuovo la voce fin dove glielo permetteva il calore del discorso, soggiunse: — Sì, mi rincresce, e vedrei volentieri che tu cercassi un altro sito, il mio bene.

Ferruccio figlio di Pietro Berretta, da un anno circa, dacchè rinunciando alla vocazione, era uscito dal Seminario, andava cercando la sua strada, e solamente per non essere d’aggravio ai suoi, s’era adattato a scrivere nello studio del signor Tognino.

Non avendo potuto trovar posto nella portineria, era andato a convivere colla zia Colomba e colla zia Nunziadina, sorelle di sua madre, in una casetta di via S. Barnaba, posta tra il convento dei barnabiti e l’ospedale, un luogo segregato tra molti giardini, dove l’erba si fa strada in mezzo ai ciottoli, dove qualche macchia di vecchie piante resiste ancora agli urti della civiltà.

La zia Nunziadina, una nanina che reggevasi su due piccole gruccie, alta un braccio da terra, con un faccino profilato e bianco, tutta cuor di Gesù, lavorava i pizzi da chiesa, mentre la Colomba, che potevasi [p. 50 modifica]potevasi paragonare a un gruppo di rovere, andava intorno coi fagotti, al Monte di Pietà a comperare e per le case a vendere.

La povera nanina non era meno attaccata a Ferruccio di quel che fosse la sorella.

Anche lei, che viveva in un guscio, aveva seguito il figlio della povera Marietta, per tutti gli anni che il chierico rimase in Seminario, mettendo in disparte i pizzi più belli e un cassettone di refe per le gambe del futuro ministro di Dio.

Quel dì che per qualche contrasto il ragazzo dichiarò di non voler andar avanti, la zia Nunziadina non gli tolse il suo amore per questo. Il refe non era ancor tinto. E questo amore diventò ancora più tenero, quando le due zitellone, conosciute nel quartiere col nome di due beate, ebbero la fortuna di tirarsi il giovine in casa e di covarlo come si cova un ovo. La zia Nunziadina gli cedette subito il suo stanzino pieno di quadretti e di rosari, che dava sul giardino di casa Merliani, e lei si ridusse a dormire nella stanza vicina, insieme alla Colomba. In mezzo non c’era che una cucina, che serviva anche di salotto, col telaio e il seggiolone della sciancatella sotto la finestra vicina al ballatoio. Davanti apriva il suo grandioso ombrello un vecchio castano amaro, dai bracci robusti, che d’estate sbatteva nelle chiare stanzette una fresca e tremolante luce verdognola. Le due beate vivevano come in paradiso, al disopra degli stenti, colla chiesa sull’uscio, colla vista dei giardinetti, risparmiando ogni giorno qualche soldo, che andava a ingrossare un libretto di risparmio, che la zia Colomba consegnava per sicurezza al padre Barca, il dotto rosminiano, autore di una Cosmogonia mosaica molto riputata.

[p. 51 modifica] Ferruccio, per non essere di aggravio alle zie, procurava di tornar utile in casa, attingendo acqua, portando legna e carbone, uscendo e tornando colla cesta della roba stirata, aiutando la zia Nunziatina a increspare, a incannettare le cotte e i camici, a riscaldare i ferri: o correva al Monte, durante la vendita, per aiutare la zia Colomba a trasportare la mercanzia. Il suo sogno era di poter entrare presso un libraio a far pratica, dove potesse adoperar meglio le cognizioni e l’ingegno, e per un pezzo sperò colla raccomandazione del padre Barca, di essere assunto da un editore di operette religiose; ma sul più bello il libraio fece affari d’autore e fallì. Seguirono giorni di grande malinconia per il povero ragazzo, che si vedeva lungo e inutile. Egli non poteva passar la vita a contemplare la zia Nunziadina, che lavorava le sue dodici ore senza far rumore, tra le tortorelle che passeggiavano in cucina a beccar nelle screpolature dei mattoni. In questi momenti tanta tristezza gl’invadeva il cuore, che se ne trovava il viso molle.

— Come si fa, zia? i posti non si trovano mica sempre secondo i nostri desideri, e io sono stufo di vivere alle vostre spalle, povera gente anche voi. Del resto in cinque mesi che mi trovo a lavorare col sor Tognino, non mi sono accorto ch’egli sia quel diavolo d’usuraio che dite voi. È un uomo d’ingegno, lesto, che lavora come un giovinotto. Ora mi dà sessanta lire e capite, zia, che nel mio caso non è facile trovarle dappertutto sessanta lire.

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Questi discorsi avevano luogo in un basso ammezzato che serviva di anticamera allo studio del sor Tognino.

Una larga finestra, che occupava quasi tutta la parete, riceveva luce da una corte in cui l’aria colava con un color scialbo d’aria vecchia. In giro eran molte finestre che si guardavano in faccia.

La casa è un’alta e bella costruzione recente, posta quasi nel cuore della città, con molte belle botteghe verso la via Torino, con eleganti balconi al primo e secondo piano, con un portone signorile, su cui domina l’iscrizione cubitale d’un dentista tra due massicci denti molari. Sugli stipiti sono molti cartelli e lamine scritte, che danno all’edificio il carattere d’un gran magazzino.

Dalla parte degli ammezzati invece una porta secondaria viene quasi ad addossarsi alle logore costruzioni della vecchia Milano, e serve di sfogo ai retrobottega e agli appartamenti, a cui si accede per via d’una scaluccia sempre sporca e bagnata. Qui era lo studio del padrone di casa, ossia di colui che i casigliani riconoscevano per il padrone di casa, perchè a lui pagavano due volte l’anno la pigione; ma in realtà il signor Maccagno non era che rappresentante o subaffittario interessato d’una Compagnia di assicurazione, che aveva fatto poco buoni affari.

Dopo un po’ di silenzio la Colomba, che per la prima volta poneva il piede in quella tana, prese a dire: [p. 53 modifica] — Io non voglio, il mio bene, importi la mia volontà. Tu hai raggiunta l’età del giudizio e sai distinguere da te quel che va fatto. Hai studiato anche il latino, sicchè, figuriamoci! Ciò che importa a questo mondo è di non perdere il timor di Dio. Anche di camicie stai male, ma spero rilevarne una mezza dozzina al Monte al prezzo di quattro lire l’una, se quel della tromba manterrà la parola. Son belle camicie nuove, di tela forestiera, che forse hanno appartenuto a qualche conte sbagliato. Son forse un po’ larghe, ma tu pensa a ingrassare anima mia... E quella chi è?

L’improvvisa domanda fu accompagnata da un gesto verso una ragazza che scendeva la scala (di cui vedevasi un gomito dalla finestra) facendo cantare un secchiello di rame.

— È la cameriera della signora.

— Come si chiama?

— Augusta.

— È un bel nome, ma ha certi occhi! Non sarebbe meglio che tu voltassi le spalle alla finestra, quando scrivi?

— Non ci si vede, cara zia — rispose Ferruccio, ridendo con sicurezza, come chi ha l’animo tranquillo.

— Tu che hai studiato il latino sai come si dice: Oculos porta peccatorum. — La vecchietta allegra e rubizza rideva ancora a sentirsi in bocca il latino, quando l’uscio si aprì bel bello ed entrarono Aquilino Ratta, il vice ricevitore del lotto, Salvatore Boffa, il fonditore di caratteri e l’Angiolina ortolana, venuti in deputazione per parlare al signor Tognino, loro mezzo parente, sull’argomento del testamento Ratta.

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Era il consiglio che aveva dato loro l’avvocato Baruffa.

— Non c’è — disse Ferruccio — ma tornerà verso mezzodì. Se possono aspettare cinque minuti...

— A me pare che dal momento che siamo venuti, possiamo anche aspettare... — osservò il vice ricevitore col tono di chi fa una proposta ragionevole.

— Aspettiamo pure — gorgheggiò con una cantilena tutta sua particolare l’ortolana, che riconosciuta la Colomba, riprese a dire: — Come? anche la Colomba nella casa dei ladri?

La donna, che stava stringendo i gruppi di due grossi involti, l’uno di panno verde, l’altro in un fazzoletto rosso di cotone, raccontò d’essere venuta a parlare a quel suo ragazzo, che era figlio della povera sua sorella Marietta. Toccava a lei a fargli da mamma e a rattoppargli i quattro stracci, perchè il figliuolo, dacchè era uscito dal Seminario, si trovava come perso nel mondo. A trovare un onesto boccone di pane, spavento! in giornata è diventato un affar serio.

— In giornata la fortuna è dei ladri e dei Tognini — declamò l’Angiolina colla voce fresca, che usava in verziere al tempo delle prime fragole.

— Io direi, punto primo, di non guastare la torta — osservò colla naturale prudenza il vice-ricevitore, che amava in ogni questione star sempre dalla parte della ragione. Prima di fare degli scandali era bene parlare amichevolmente col loro parente sentir le [p. 55 modifica]due campane e ragionare. A ragionare ci s’intende, e per ragionare non è necessario gridare...

Salvatore Boffa, quel piccolotto nero che aveva ancora la faccia rifasciata nel fazzoletto, alzò il capo, socchiuse gli occhi, dimenò le mani forse per dire: — Le donne, falle tacere le donne... — Ma non uscì che un sordo mugolìo.

— Torto o torta, qualche cosa dovremo rompere del sicuro — seguitò colla sua indomabile ostinazione la donna, facendo scorrere le mani sulle maniche, come se si preparasse a lavare. — La Colomba sa bene anche lei di che cosa si tratta.

— Io non so nulla, caro il mio bene. Io sto laggiù a San Barnaba, fuori del mondo.

— Come? non sapete che Tognino Gattagno (e accompagnò il nome col gesto di chi gratta l’aria) ha fatto scomparire un testamento di quattrocento mila lire?

— Scomparire... — osservò sorridendo Aquilino, che non amava le asserzioni avventate. — Punto primo...

— Sissignori! un testamento, in cui, dire a dire, è impegnato il sangue di tanta povera gente.

— Noi non sappiamo se l’ha fatto sparire o se non l’ha fatto...

— Caro il mio regio impiegato, si vede proprio che il cilindro vi scalda la testa. — Angiolina volle alludere al cappello che Aquilino aveva preso per la circostanza, perchè Tognino non dicesse in nessun modo che i parenti gli avevano mancato dei debiti riguardi.

— Non sappiamo? è vero o non è vero che quella vecchia ha lasciato una sostanza di quattrocento mila [p. 56 modifica]lire? non l’ha detto il notaio? non l’ha detto l’avvocato? non l’ha detto don Giosuè? è vero o non è vero che questo birbone s’è pappato tutto?

— Noi siamo venuti per discorrere, e per discorrere bisogna, punto primo discorrere, è vero?

Aquilino, che non si curava mai del punto secondo dei suoi ragionamenti, si volse verso Ferruccio per avere una testimonianza in un giovinotto serio, che sapeva scrivere.

Anche il vice-ricevitore, per dir la verità, lusingato un po’ troppo nelle sue speranze, dopo aver lasciato vincere alla vecchia parente delle partite a tarocco, ch’era un peccato a strapazzare a quel modo, anche lui era rimasto scosso e mortificato quando il notaio assicurò che Tognino aveva ereditato tutto. Un uomo, per quanto prudente e ragionevole, non è di legno. Alla povera Carolina, Aquilino aveva fin strappato un dente, ed è sempre una cosa ingrata dover sputar fuori una buona speranza.

Il testamento faceva obbligo all’erede universale di assegnare ai parenti di secondo e terzo grado un regalo, una mancia una volta tanto: ma Aquilino Ratta aveva dignitosamente rifiutato l’elemosina. Un Aquilino che si è battuto a Mestre e ha fatto il quarantotto non riceve elemosine. Con tutto questo non poteva approvare il sistema di violenza, con cui i diseredati credevano di farsi rendere giustizia. Punto primo, perchè la violenza ha sempre torto...

— Non conoscevo questa storia del testamento — disse la Colomba, cercando cogli occhi il figliuolo, che stava lì come incantato anche lui a sentire. — Possibile? una sostanza di quattrocento mila lire?

— Tutta lui! — ripigliò l’Angiolina, agitando i [p. 57 modifica]dieci diti raccolti in due pugnetti sotto il naso della Colomba. — E questo cilindrone non vuole che io dica che Raffagno è degno della galera.. E dire a dire che siamo una masnada di bisognosi, senza contare i morti di fame, corpo d’una biscia! che stentano a star diritti se tira vento. Infame, tutto per lui e per le sue sgualdrine!

La donna eccitata e sferzata dalla sua passione parlava cogli occhi infiammati, colla faccia in su, coi pugni chiusi e puntellati sul grosso dei fianchi, assorbendo in sè tutta l’anima della Colomba e dei tre uomini che le stavano intorno.

— Quattro...cento...mila lire! — sillabò ancora una volta, parlando quasi coi denti, verso la Colomba, che infilati i due fagotti, congiunse le mani in un atto di pietosa commiserazione. E l’ortolana, postandosi sul piede destro, avanzato l’altro come se si preparasse a ballare il minuetto, coi due bracci piegati sulle anche, come due solide anse d’un’olla di bronzo, stava per aggiungere una lunga frangia, quando, proprio in quel punto, l’uscio di scala si schiuse, spinto da una mano dolce, e Arabella entrò col suo passo leggiero, dicendo:

— Scusi, signor Ferruccio... — e vista dell’altra gente, fece un inchino colla testa, ripetendo: — Scusino...

Era vestita d’un lungo soprabito di velluto con orli e risvolti di pelliccia, con un cappello di mezzo lutto guarnito di nastri violetti, che scendevano a fasciarle le fattezze delicate del volto. Teneva le mani in un piccolo manicotto d’un pelo lungo e floscio, che premeva sul grembo. Entrò col respiro un po’ affaticato (essa era già sui due mesi) portando in [p. 58 modifica]dell’aria ottenebrata e pregna dell’acre odore della muffa e dell’inchiostro un delicato profumo di ireos...

Porse un foglio a Ferruccio, dicendo:

— Le ho portato il promemoria della povera Teresa Stella. Sono stata ieri a vederla e fa veramente compassione. Ha il marito malato all’Ospedale e tre figliuoletti senza pane. La stanza non può pagarla assolutamente; non è mica un pretesto. Lo dica a mio suocero.

— Sissignora, glielo dirò.

— Se no, pagherò io per lei.

— Sissignora... — rispose di nuovo Ferruccio, movendo il capo come un arlecchino snodato.

— Se le può perdonare il semestre, fa un’opera di carità.

— Sissignora. — Ferruccio rosso più del fuoco corse ad aprir l’uscio, come se avesse bisogno di mandarla via subito. Tremava tutto.

— La permette, la mia bella signora, che io la riverisca? — disse la zia Colomba, facendosi avanti con una riverenza e co’ suoi due fagotti infilati sulle braccia. E mentre Arabella le fissava gli occhi in faccia: — Son la Colomba, che servivo i Grissini, la zia di questo figliuolo, si ricorda?

— Molto bene: e vi trovo tal e quale. Come state, Colomba?

— Si resiste. E la sua bella mammina sta bene? Come s’è fatta grande e bella, angeli custodi! Non è più quella magrina bionda che trovavo sulle scale, si ricorda? Ho dovuto domandare a Ferruccio...

— Brava! venite a trovarmi qualche volta.

— Certo, volontieri: mi farà una grazia.

— Lei si ricorda... — riprese a dire Arabella rivolta verso il giovane. — È una carità... [p. 59 modifica]

— Sissignora...

Ferruccio aprì di nuovo l’uscio e si affrettò a chiuderglielo dietro le spalle, come se cercasse di tenerla fuori per sempre.

— Ci vuol altro che vestirsi di velluto, brutta smorfiosa — entrò a dire l’Angiolina subito dopo. — Ci vuol altro che i cappellini e che il fare la carità col sangue della povera gente, sgualdrinetta.

— Che colpa ne ha lei?... — osservò la Colomba.

— Le solite esagerazioni... — soggiunse Aquilino, crollando il capo in aria di compatimento.

Ferruccio, pallido e irritato, stava cercando anche lui una parola di difesa, quando la voce chiara e nervosa del sor Tognino, che risonò sul pianerottolo, diede una scossa ai pensieri dei tre delegati e agitò la zia Colomba, che avrebbe voluto essere già lontana tre miglia.

— Non voglio assolutamente che lei passi di qui — diceva il vecchio suocero ad Arabella. — Sta bene, sta bene, ma può parlare con me senza bisogno di tanti avvocati.

E ancora infiammato in viso, aprì l’uscio e con gli occhi semichiusi, come fanno oltre ai corti di vista coloro che non vogliono vedere, adocchiò gli illustri personaggi che stavano aspettando l’udienza.

Aquilino, volendo prendere una rispettosa iniziativa, dondolò un poco sulle gambe a guisa di una canna e agitando il suo cilindro prese a dire:

— Sono io, caro sor Tognino, io Aquilino Ratta, sicuro: e questi son due nostri buoni parenti, coi quali, per i quali siamo venuti, se lei ha tempo un piccolo momentino, perchè vorressimo, punto primo, discorrere un poco in intuito di quel testamento di quella povera Carolina nostra parente, per la quale... [p. 60 modifica] — Aaah! — cantarellò in tono nasale il vecchio affarista, come se cascasse dalle nuvole. — Passate di qui... — ed entrò per il primo nello studio.

Aquilino si rivolse all’Angiolina e alzato un dito diritto come una lancia, le raccomandò ancora una volta la prudenza. — Parlo io! — disse con quel dito in aria, e andò avanti. Il Boffa lo seguì. Ultima fu l’Angiolina che, data una scossa tremenda alla Colomba, volle tirarsi un altro chiodo dallo stomaco:

— O vediamo i soldi, Colomba, o si fa il quarantotto! — E trottolò dietro gli uomini.

— O zia Colomba! — proruppe Ferruccio, pallido in viso, correndo presso la donna. — Che storia è questa? avete sentito che brutte parole? e che c’entra la signora Arabella?

— Io non so niente, il mio bene, io sto a S. Barnaba; ma non mi meraviglio di niente. Il denaro è peggiore del diavolo che l’ha inventato. Andrò in cerca di tuo padre e mi farò contare la storia di questo testamento. Io ho detto subito che quella povera creatura era in bocca ai cani...

— Saranno le solite esagerazioni...

— Non mi meraviglio di nulla, e torno a dire, vedrei volontieri che tu cercassi un pane migliore. Vieni a casa presto stasera e ne parleremo anche colla zia Nunziadina.