Arabella/Parte prima/11

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XI.


La vittima.


Il colpo fu così improvviso, così impreveduto, che il signor Tognino non ebbe il tempo di impedire una dolorosa sventura. I suoi nemici nell’assalir lui erano passati sul corpo della sua nuora. Il colpo era dato, perdita irreparabile. E qual perdita! A farlo apposta non avrebbero potuto ferirlo in una parte più viva e più sensibile. In questa prima speranza di casa Maccagno il vecchio cuore era balzato e risorto a una vita nuova: nuovi e grandi progetti eran stati fondati su questa speranza; a un tratto tutto cadde e sparì. E la perdita fu ancor poco in paragone dello spavento, perchè Arabella per cinque o sei giorni stette a un filo di voltar via anche lei, abbruciata da una febbre di quaranta gradi; e rimase al di qua per miracolo, estenuata, senza sangue, cogli occhi ancora pieni di spavento, come se si vedesse sempre le mani della strega addosso, come se una folla di gente intorno al letto seguitasse a urlare: ladra, figlia di ladri, metti giù quel cappellino!...

La febbre di quei giorni pericolosi non fu per lei senza fantasmi e senza visioni torbide e spaventose. Che il suo povero babbo si fosse ucciso per debiti e per isfuggire al disonore di un processo, era la [p. 144 modifica]storia, si può dire, di tutta la sua vita; sperava di averla espiata, e dopo otto anni lusingavasi quasi che la gente l’avesse dimenticata: ma la gente ha buona memoria. Vedendola passare in gran lusso, col bel cappellino, questa gente aveva voluto mortificarla. Glielo diceva in mezzo agli spauracchi del suo delirio una voce fioca, che ragionava di sotto al tumulto delle altre voci, come se la rimproverasse di non aver saputo proseguire fino alla fine l’opera d’espiazione, facendosi monaca, dando a Dio anima per anima...

Eppure era stata così contenta di sentirsi madre! nel possesso di una creatura erale sembrato di trovare la ragione e il compenso di molte tribolazioni. Una dolce pacificazione di spirito l’aveva invasa e dominata in questi due mesi. La tenerezza materna, che aveva scoperta presso il lettuccio del fratellino agonizzante, s’era risvegliata di soprassalto al dolce mistero della maternità vera, le aveva inondate le vene della gioia più pura e più completa che sia dato godere a una donna.

Parevale ora che colla sua creatura venisse a mancarle la base della vita.

All’uscire dalla febbre e dal pericolo si ritrovò come isolata, con un senso di paura e di stanchezza nell’anima, colla disperazione che prova il navigante, che da uno scoglio arido e deserto vede affondare il legno che l’ha portato e non ha davanti che un mare senza sponde.

Mamma Beatrice rimase a Milano sei o sette giorni, finchè ci fu maggior bisogno e non la richiamarono alle Cascine. Nel suo buon senso beato e rassegnato cercò di dimostrare alla figliuola che, morto un papa, [p. 145 modifica]se ne fa un altro, che son cose che càpitano a tutte, che a lei era capitato di peggio la prima volta per colpa d’un cane grosso che l’aveva assaltata in istrada.

― Non sono i figliuoli che mancano a questo mondo, cara miseria! fan tutte così le sposine: prima piangono per averne, poi piangono perchè ne hanno troppi.

E la buona donna, rifiorente e bella ancora nel suo piccolo lutto, sfogavasi a raccontare le sue miserie e quelle del povero uomo rimasto a casa. Il matrimonio aveva accomodate molte cose, ma non le aveva accomodate tutte. C’eran altre scadenze, c’eran dei livelli, e c’eran quei benedetti figliuoli, a cui bisognava provvedere tutti i santi giorni.

― I morti, alla fine, non hanno bisogno di nulla, ma i figliuoli bisogna vestirli, calzarli, mantenerli, istruirli, e papà Paolino ne aveva fatto dei sacrifici pei figliuoli degli altri. Era giusto che pensasse anche ai suoi: e poichè il Signore aveva mandato la fortuna, Arabella doveva cercare nella sua posizione di aiutare la barca. Quasi collo scarto della roba di suo marito c’era da vestire Mario e Naldo. Se avesse risparmiato ogni mese qualche cosuccia sull’andamento della casa, si metteva in grado di pagare per la Pasqua quel benedetto livello. Non parlava per sè, che ormai sentivasi vecchia e stufa; quantunque fosse una malinconia anche per lei l’aver dovuto contentarsi di un vestito di lana, mezzo rosicchiato dalle tarme, che la sarta non aveva voluto aggiustare, un vestito che a Milano non porterebbero le donne di servizio.

Con questi discorsi, mamma Beatrice cercava di richiamare Arabella alle cose di questo mondo. La [p. 146 modifica]poesia è come i bombons: è buona per chi ha mangiato il resto. E non volle andarsene a mani vuote. Dopo aver fatta la corte un pezzo a un bel scialletto di seta, se lo fece dare insieme a un paio di buccolette di mosaico, che lo zio Demetrio aveva mandato dalla Toscana in regalo alla sposa. Arabella l’accompagnò con un sorriso e con uno sguardo di compatimento. Nel suo sfinimento fisico e morale non aveva nemmeno la forza di contraddire.

Avendo la malata bisogno di quiete, Lorenzo trasportò i suoi lari nella stanza che serviva di studio al signor agente di cambio, dove a nessuno faceva male l’odore della pipa; e per tutto il tempo che Arabella stette in letto, cioè fino ai primi di febbraio, non gli dispiacque di ricuperare la libertà dei movimenti, che il matrimonio, la soggezione paterna e un senso d’obbligazione morale gli avevano tolta. Gli dispiacque il brutto caso, che papà Tognino raccontò e spiegò alla sua maniera: cercò di consolare anche lui, alla sua maniera, la povera "Ara bell’Ara", ripetendo la storiella che, morto un papa, se ne fa un altro. Entrava la mattina, sedeva il tempo di rotolare una sigaretta, dava qualche ordine superficiale all’Augusta, e dopo aver ballato un poco sulle gambe, se ne andava colla furia di chi si sente mancar l’aria respirabile.

Arabella, anche quando ricuperò la forza di comprendere e di parlare, non faceva nulla per trattenerlo.

Nelle lunghe ore in cui rimaneva sola, cogli occhi fissi alle tende di pizzo, il suo pensiero, quasi infossato in una ruga della fronte, si proponeva ancora la paurosa questione che l’aveva resa timida e [p. 147 modifica]titubante a dir di sì. Qualche cosa era venuta meno in lei colla perdita della sua prima speranza. Essa sentiva (ah! lo sentiva troppo ora nella languidezza del suo stato) che non avrebbe mai potuto amare un uomo senza idee e senz’anima. Ora non aveva più altro bene a cui rivolgere il suo pensiero; la paura, il mistero, lo scoraggiamento morale la circondavano da tutte le parti. Non poteva sperare nella sua mamma: egoisti tutti, egoisti tutti... E piangeva, avvolgendosi nelle coltri, quasi più di rimorso che di dolore, mentre la nebbia del lungo inverno scendeva a riempire il triste cortile e a togliere la poca vista del cielo.

Qualche volta, nella languida dolcezza della convalescenza, l’occhio velavasi in un sonno leggero e ristoratore, durante il quale la mente seguiva in sogno più agili le memorie della fanciullezza, in modo speciale quelle verdi e ridenti portate via da Cremenno, memorie in cui entravano viottoli, prati, torrenti lucicanti, chiesine coperte d’edera, popolate di rondini, litanie e melodie d’armonium preludianti a visioni che suscitavano nel suo giovane cuore palpiti di amorose trepidazioni. Era la poesia della sua anima, che nell’abbandono delle forze e della coscienza, usciva a carezzarla. Ma la prosa, cioè la verità, l’aspettava al suo risvegliarsi. Sentiva che non l’avevano maritata perchè fosse felice; ma perchè col suo sacrificio placasse un cattivo destino che pesava da un pezzo sulla sua famiglia. Monaca o maritata, vestita di sacco o di velluto, essa era sempre la vittima dell’espiazione, la figlia del suicida raccattata per carità, maritata per interesse, girata di mano in mano come una cambiale. Che ore di [p. 148 modifica]tristezza passavano sul suo capo, mentre il sole di febbraio riposava languido sui vetri, o la pioggerella mormorava monotona nel canale sopra il rumore indistinto che veniva dalla strada!

Rimasta sola nelle mani delle persone di servizio, ebbe troppo tempo di pensare a’ casi suoi e di riflettere su una quantità di piccole cose, che i forti e i fortunati calpestano come si calpestano le formiche passando, ma che nell’inerzia forzata e nell’impotenza morale vi assalgono da tutte le parti, irritandovi il cervello e il cuore.

Dov’era caduta? perchè l’avevano maritata? che colpe era chiamata a scontare? e questa gente, ignota ieri, che oggi essa doveva amare e rispettare, da dove veniva, che pretendeva da lei, chi era? e perchè tanto odio contro di lei, un odio che sollevava un tumulto di gente irritata?


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Suo suocero, volendo in qualche maniera giustificare il disgraziato accidente di cui era rimasta vittima, aggiustò una favola, che spiegò con molte parole, come se l’Angiolina avesse voluto vendicarsi di essere cacciata via. Ora egli aveva accomodata ogni cosa: tutto era finito colla pace di tutti. Pensasse dunque a guarire e a rimettersi in forza, per poter andare insieme a passare la primavera in campagna, in qualche bel sito quieto...

Queste cose veniva spesso a raccontare alla malata colla preoccupazione nervosa che nasce, oltre che dall’affezione, dal desiderio di far dimenticare il male. Ma una volta fuori di stanza, il vecchio irascibile tornava a’ suoi pensieri di vendetta, a’ suoi progetti [p. 149 modifica]di difesa contro una ciurmaglia, che credeva d’impaurirlo coi gridi e cogli scandali. Se riusciva a mettere in salvo Arabella in qualche luogo sicuro (e a questo scopo stava combinando col Botola di prendere in affitto una casa sul lago di Como), se otteneva d’aver le mani libere per lo spazio di un mese, avrebbe dato ai prepotenti una lezione in piena regola, tale da levare a chicchessia il gusto di litigare con lui.

Arabella credette o finse di credere a tutto ciò che le davano a intendere. Nella sua estenuazione fisica e morale non aveva la forza di volere, nè quella di non volere, e accettava tutte le ragioni colla stessa malinconica rassegnazione con cui trangugiava i decotti e i beveroni che ordinava il dottor Taruzzi senza chiedere che roba fosse.

Che ne sapeva essa della vita, degli uomini, delle cose? Che gente era questa che essa doveva rispettare ed amare? Suo marito entrava sempre più di rado a salutarla, e pareva sulle spine quei pochi cinque minuti; ciò era triste, doloroso; ma più triste e più doloroso era il sentimento quasi di tedio, che essa provava alle sue consolazioni e alle sue pesanti carezze.

La Madonna, che la guardava dal capo del letto, non doveva permettere che il suo cuore s’intiepidisse nel bene. Richiamando tutte le voci dell’anima sua devota e fervente, cercava nella preghiera lunga e ripetuta la speranza e la forza che l’avevano sostenuta in altre tristezze, sopratutto la fede nella vita e la buona fede negli uomini, o almeno la fede della povera Angelica.