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Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/313

Anno 313

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Anno di Cristo CCCXIII. Indizione I]
MELCHIADE papa 4.
COSTANTINO imperatore 7.
LICINIO imperadore 7.
MASSIMINO imperadore 7.
Consoli

FLAVIO VALERIO COSTANTINO AUGUSTO per la terza volta, PUBLIO VALERIO LICINIANO LICINIO AUGUSTO per la terza.

Fu in quest’anno prefetto di Roma Rufio Volusiano. Ho ben io, secondo l’uso di altri scrittori, notato negli anni addietro, cominciando dal principio dell’Era nostra, le Indizioni, cioè un corso di quindici anni, terminando il quale si torna a contare la prima indizione. Ma tempo è ormai d’avvertire che non furono punto in uso le indizioni ne’ secoli passati, e che, per consentimento degli eruditi, ne fu istitutore Costantino il Grande3060. Il motivo di tal istituzione resta oscuro tuttavia. Opinione fu de’ legisti, ch’essa indizione fosse così [p. 1117 modifica]chiamata da un determinato pagamento di tributi, e il cardinal Baronio3061 aggiunse, fatto questo regolamento pel tempo destinato ai soldati di militare, dopo il quale s’imponeva un tributo per pagarli. Conghietture son queste assai lodevoli, ma che nulla di certo a noi somministrano. Quel che è fuor di dubbio, servirono da lì innanzi, e tuttavia servono le indizioni per regolare il tempo. Tiensi inoltre che la prima indizione cominciasse a correre nel settembre dell’anno precedente, e non già per la vittoria di Costantino contra di Massenzio, come immaginò il Panvinio, perchè questa accadde sul fine d’ottobre. Ma perchè appunto nel settembre antecedente non era Costantino per anche padrone di Roma, han creduto alcuni che si desse principio ad essa indizione nel settembre dell’anno corrente: il che alle pruove non sussiste. Potè anche prima della vittoria Costantino introdurre l’uso di tali indizioni, essendo per altro fuor di dubbio che le nuove indizioni cominciavano il corso loro nel dì primo di settembre, o pure nel dì 24 d’esso mese; e questo uso per assaissimi secoli durò in Occidente, con essere poi prevaluto quel della curia romana, la quale da qualche secolo in qua conta dal dì primo di gennaio la novella indizione. Egli è ben credibile che l’Augusto Costantino continuasse a dimorare in Roma almen sino alle calende di gennaio di quest’anno, per solennizzar ivi il terzo suo consolato. Quivi pubblicata fu una legge3062 in sollievo de’ poveri, che dai collettori delle pubbliche imposte erano più del dovere caricati per favorire i ricchi. Passò egli dipoi a Milano, ed era in quella città nel 10 di marzo, come apparisce da un’altra sua legge3063. Chiamato colà Licinio imperadore dall’Illirico, vi venne per isposare Costanza sorella dell’Augusto Costantino, a lui promessa nell’anno precedente, e quivi in fatti si solennizzarono quelle nozze, e si formò un nuovo decreto per la pace delle chiese e persone cristiane. Fin quando era in Roma Costantino, avviso gli pervenne che i Franchi, gente avvezza a violar per poco i patti e i trattati, faceano de’ preparamenti per passar ai danni delle Gallie. E perciò, sbrigato dagli affari dell’Italia, volò alle sponde del Reno3064, e trovò non ancora passati i Barbari. Fece egli finta di ritirarsi, mostrandosi non accorto dei loro andamenti, ma lasciò in un’imboscata un grosso corpo di gente. Allora fu che i Barbari, credendo lui ben lontano, si arrischiarono a valicare il Reno in gran copia. Ma caduti nell’agguato, pagarono ben caro il fio della loro perfidia. Nè questa bastò. Eccoti giugnere di nuovo Costantino, il quale, radunata una buona flotta di navi, ed imbarcata la sua gente, passò animosamente il Reno, e portò lo sdegno e la vendetta addosso a quelle barbare e disleali nazioni. L’Anonimo Panegirista gonfiando le pive secondo l’uso de’ suoi pari, giugne a dire, aver Costantino dato sì gran guasto al loro paese, e fatta cotanta strage di loro, che si credeva non doversi più nominar la nazione dei Franchi, avvezza in que’ tempi a solamente nudrirsi di cacciagione. Ci farà ben vedere la storia che sparata oratoria fosse la sua. Sembra che in questo anno appunto il panegirista suddetto, creduto Nazario da alcuni, recitasse in Treveri quel panegirico in lode di Costantino, con dire, fra l’altre cose, che il senato romano ad esso Augusto avea dedicata una statua, come ad un dio liberatore, e che l’Italia gli avea anche essa dedicato uno scudo e una corona d’oro. Ed è anche da osservare che quell’oratore, per altro pagano, sul fine ricorre non al suo Giove, non ad Apollo [p. 1119 modifica]o ad altra delle false divinità, ma all’invisibile Creatore dell’universo Iddio, pregandolo di conservar vita così preziosa come quella di Costantino. Dovea costui sapere qual già fosse la credenza di questo glorioso imperadore, già divenuto adoratore del solo vero Iddio. L’anno fu questo, per attestato di Lattanzio, e non già l’anno 316, come han creduto Zosimo, l’autore della Cronica Alessandrina e Idacio, in cui il vecchio Diocleziano, già imperadore, diede fine al suo vivere nella villa del territorio di Salona, città della Dalmazia sull’Adriatico, dove dicemmo ch’egli s’era ritirato a vivere dopo l’abdicazion dell’imperio. Quivi si crede che sorgesse la moderna città di Spalatro. Non si può negare che di belle qualità concorressero in Diocleziano. Due autori pagani, cioè Libanio3065 e Giuliano l’Apostata3066, il lodano come persona ammirabile in molte cose, benchè non in tutte, riconoscendo fra l’altre, ch’egli avea faticato di molto in utilità del pubblico. Veggonsi tuttavia molte leggi fatte da lui, ed inserite nel Codice di Giustiniano, che spirano prudenza e giustizia. Gran cura ebbe egli sempre di promuovere i buoni3067 e di punire i cattivi, di mantenere l’abbondanza dei viveri, e di rimettere in buono stato i paesi spopolati per le guerre. Sotto di lui andarono a vuoto tutti gli sforzi delle barbare nazioni: tanta era l’applicazione di lui, tanti i suoi viaggi e le sue fatiche per reprimere col braccio del suo bravo, cioè di Massimiano Erculio, i nemici del romano imperio. Sapeva anche farsi amare, e soprattutto poi fu con ragione ammirata la di lui saviezza, perchè, quantunque per forza deponesse l’imperio, pure disingannato delle spinose grandezze del principato, non seppe mai più indursi a ripigliarlo, risoluto di finire i suoi giorni in vita privata. Ma non andò esente da biasimo3068 l’aver egli, secondo la sua politica, moltiplicati i principi, e divise le provincie dell’imperio, siccome abbiamo veduto; perciocchè, oltre all’essere costato carissimo ai popoli il dover mantenere due Augusti e due Cesari, nello stesso tempo dominanti nel paese loro assegnato, e con corte non inferiore alle altre, di qui poi venne uno smembramento della monarchia romana, e le guerre fin qui accennate, ed altre che vedremo fra poco. Moltiplicò eziandio gli uffiziali e gli esattori in cadauna provincia, che servirono a conculcare ed impoverire i popoli. E perciocchè egli sommamente si dilettò di alzar suntuose fabbriche tanto in Roma che in altri paesi, e particolarmente a Nicomedia, con disegno di renderla uguale a Roma, e fatta una fabbrica, se non gli piaceva, la faceva atterrare per alzarne una nuova: di qua vennero infinite angarie alle città, per somministrar artefici, per condurre materiali, e per pagar taglioni; di modo che per ornare le città egli rovinava le provincie. Dell’avarizia di Diocleziano abbiam parlato altrove. Ammassava tesori, ma non per ispenderli, fuorchè una parte nelle fabbriche suddette; poichè per altro se occorrevano bisogni del pubblico, soddisfaceva coll’imporre nuove gravezze. E qualora egli osservava qualche campagna ben coltivata, o casa ben ornata, non mancavano calunnie contro ai padroni, per carpir loro non solamente gli stabili, ma anche la vita, perchè egli senza sangue non sapea rapire l’altrui. Cosi Lattanzio. Ed anche Eusebio attesta aver egli colle nuove imposte così scorticati i popoli, che più tollerabile riusciva loro il morire che il vivere.

Motivo ancora alla pubblica censura diede il fasto di Diocleziano per lo suo sfoggiare in abiti troppo pomposi, siccome accennammo di sopra; e il peggio fu che introdusse il farsi adorare, cioè l’ [p. 1121 modifica]inginocchiarsi davanti a lui: cosa allora praticata solamente coi falsi dii, e non gli dispiaceva di ricevere il titolo di Dio, e che si scrivesse alla sua divinità. Questi conti avea da fare un così ambizioso ed avaro principe col vero Dio, ad onta ancora del quale aggiunse in fine agli altri suoi reati quello della fiera persecuzione che egli, come capo dell’imperio, mosse contra degl’innocenti seguaci di Cristo. Noi già il vedemmo, appena cominciata questa persecuzione, colpito da Dio con una lunga e terribile malattia, e poi balzato dal trono. Certamente per alcuni anni nel suo ritiro fu onorato da que’ principi che regnarono dopo di lui, perchè tutti da lui riconoscevano la lor fortuna, ed era da essi sovente consultato negli affari scabrosi. Ma il fine ancora di Diocleziano non andò diverso da quello degli altri persecutori della Chiesa di Dio. Fioccarono le disgrazie e i crepacuori sopra di lui nell’ultimo di sua vita. Vide abbattute da Costantino le statue ed iscrizioni sue; vide Valerla sua figliuola, già moglie di Galerio Massimiano, e Prisca sua moglie, rifugiate nell’anno 311 nelle terre di Massimino imperador d’Oriente, maltrattate da lui, spogliate dei lor beni, e poi relegate ne’ deserti della Soria. Mandò ben egli più volte de’ suoi uffiziali3069 a pregare quel crudele Augusto di restituirgli due sì care persone, ricordandogli le tante sue obbligazioni; ma nulla potè ottenere: negativa, per cui crebbe tanto in lui il dolore e il dispetto, che, veggendosi sprezzato ed oltraggiato da tutti, cadde in una tormentosa malattia. A farlo maggiormente disperare dovette altresì contribuire, se è vero, ciò che narra Aurelio Vittore3070, cioè che avendolo Costantino e Licinio pregato d’intervenire in Milano alle nozze poco fa accennate, egli se ne scusò con allegare la sua grave età: del che mal soddisfatti quei principi, gli scrissero una lettera minaccievole, trattandolo come da lor nemico. Per questo disgustoso complimento, venuto dietro alle altre suddette disavventure, egli si ridusse a non voler nè mangiare nè dormire, sospirando, gemendo, piagnendo, e rivoltandosi ora nel letto, or sulla terra, tanto che disperato chiuse gli occhi per sempre circa il mese di giugno dell’anno presente. Fu egli poi deificato secondo l’empietà d’allora, per attestato di Eutropio3071. Nelle medaglie3072 nol veggo col titolo di Divo, ma bensì in un editto di Massimino e in altre memorie si truova a lui compartito questo sacrilego onore. Fiorirono a’ suoi tempi Sparziano, Lampridio, Capitolino, Vulcazio Gallicano e Trebellio Pollione, scrittori della Storia Augusta tante volte di sopra mentovati, senza de’ quali resterebbe per due secoli troppo involta nelle tenebre la storia romana. Fiorì ancora Porfirio, filosofo celebre del paganesimo, e nemico giurato della religione cristiana: intorno ai quali si possono vedere il Vossio, il Tillemont, il Cave ed altri autori. Più visibilmente ancora si fece in quest’anno sentir la mano di Dio sopra un altro persecutore della religione cristiana, forse il più crudele degli altri, cioè sopra Massimino Augusto, signoreggiante nelle provincie d’Oriente. Già vedemmo che anch’egli concorse nello editto pubblicato da Galerio Massimiano imperadore, di concerto con gli altri Augusti, per dar la pace ai Cristiani; ma se ne dimenticò egli ben tosto, e seguitò con più cautela, ma pur seguitò ad infierir contra di loro. Abbiamo da Eusebio3073, che, tolto di vita Massenzio, unitamente Costantino e Licinio Augusti diedero fuori nell’anno precedente un proclama in favor de’ cristiani; ed inviatolo a Massimino, non solo il pregarono di conformarsi alla loro intenzione, [p. 1123 modifica]ma in certa guisa gliel comandarono. Per paura mostrò egli della prontezza a farlo; e, pubblicato un editto, l’inviò a Sabino e agli altri uffiziali del suo imperio. Ma nè pure per questo cessò il suo mal talento, perchè di nascosto faceva annegar quei cristiani che gli capitavano alle mani; nè permetteva loro di raunarsi, nè di fabbricar le chiese loro occorrenti. Giacchè i suddetti due Augusti in Milano confermarono il già fatto editto per la pace de’ cristiani, alcuni han creduto che comunicassero di nuovo ancor questo a Massimino, ma senza apparirne pruova alcuna. Anzi abbiamo che lo stesso Massimino cominciò la guerra a Licinio nel tempo stesso che questi venne a trovar Costantino in Milano. S’era avuto non poco a male quel superbo3074 che il senato romano avesse decretata la precedenza di Costantino agli altri due Augusti, nè sapeva digerire la vittoria da lui riportata contro Massenzio. S’aggiunse che egli avea bensì tenuta nascosta la sua lega con Massenzio, ma di questa venne ad accertarsi Costantino colle lettere trovate dopo la morte del tiranno nella di lui segreteria. Il perchè immaginando egli un mal animo in Costantino verso di sè, vieppiù gli crebbe la rabbia al vedere ito Licinio a Milano per abboccarsi con esso Costantino e per contrarre parentela con lui, perchè tutto a lui pareva concertato per la propria sua rovina. Determinò dunque di prevenir egli i veri o creduti suoi avversarii; e preso il tempo medesimo in cui Licinio Augusto si trovava lungi da suoi Stati per la sua venuta a Milano, mosse l’esercito suo, e a gran giornate dalla Soria si trasferì nella Bitinia. Durava tuttavia il verno; il rigor della stagione, le nevi, le pioggie, le strade rotte gli fecero perdere gran parte de’ suoi cavalli e delle bestie da soma. Ciò non ostante, senza prendere posa, traghettato lo stretto, passò nella Tracia, e si presentò sotto Bisanzio, dove coi regali e colle promesse tentò indarno di sedurre quella guarnigione, e gli convenne adoperar la forza. Perchè erano pochi i difensori, non più che undici giorni sostennero l’assedio e gli assalti, e poi si renderono. Arrivato Massimino ad Eraclea, ivi ancora fu obbligato a spendere alquanti giorni per ridurre alla sua ubbidienza quella città. Un ritardo tale al corso delle sue armi servì ai corrieri per portare volando in Italia l’avviso della invasione, e a Licinio per tornarsene con diligenza a’ suoi Stati. Quivi in fretta raunate quelle truppe che potè, s’innoltrò sino ad Andrinopoli non già col pensiero di venire ad alcun fatto d’armi, ma solamente per fermare le ulteriori conquiste di Massimino, perch’egli non avea più di trenta mila combattenti, laddove il nemico ne conduceva settanta mila. Il racconto è tutto di Lattanzio. Seguita egli poi a dire che giunsero a vista l’una dell’altra le due armate tra Andrinopoli ed Eraclea3075. Era il penultimo dì d’aprile, e Licinio, veggendo di non poter fare di meno, pensava di dar battaglia nel giorno primo di maggio, perchè, essendo quel dì in cui Massimino compieva l’anno ottavo dell’esaltazione sua alla dignità cesarea, sperava di vincerla, come era succeduto a Costantino contra Massenzio in un simile giorno. Massimino, all’incontro, determinò di venire alle mani nell’ultimo di aprile, per poter poi dopo la segnata vittoria festeggiare nel dì appresso il suo natalizio. E la vittoria se la teneva ben egli in pugno, dopo aver fatto voto a’ suoi insensati Numi, che guadagnandola, avrebbe interamente esterminati i cristiani. Ora Licinio, che non potea più ritirarsi, nella notte in sogno fu consigliato di ricorrere per aiuto all’onnipotente vero Dio d’essi cristiani con una preghiera ch’egli poi, venuto il giorno, fece scrivere in assaissimi biglietti, e distribuire fra l’esercito suo. La rapporta [p. 1125 modifica]intera lo stesso Lattanzio3076. La mattina dunque del dì ultimo d’aprile ben per tempo mise Massimino in ordinanza di battaglia le sue milizie: il che riferito nel campo di Licinio, anche egli fu forzato a schierar le sue. Era quella campagna sterile e fatta apposta per sì brutta danza: le due armate stavano già a vista l’una dell’altra, e chi ansioso e chi timoroso di venire al cimento: quando i soldati di Licinio, cavatisi di testa gli elmi, e colle mani alzate verso il cielo, a dettatura de’ loro uffiziali, intonarono per tre volte coll’imperadore la preghiera suddetta al formidabil Dio degli eserciti, supplicandolo della forte sua assistenza in quel bisogno, con tal mormorio, che anche si udì dalla nemica armata. Ciò fatto, rimessi in testa gli elmi, imbracciano gli scudi, e pieni di coraggio stanno con impazienza aspettando il segno della battaglia. Seguì un abboccamento fra i due imperadori, ma senza che Massimino volesse piegarsi a condizione alcuna di pace, perchè lusingato dalla speranza di veder desertare tutto l’esercito di Licinio alla sua parte, per esser egli in concetto di principe assai liberale verso le persone militari. Anzi sognava con tanto accrescimento di forze di poter poi procedere contra di Costantino, e di abbattere dopo l’uno anche l’altro. Ed eccoti dar fiato alle trombe, accozzarsi amendue le armate3077. Parve che quei di Massimino non sapessero mettere mano alle spade, nè scegliere i lor dardi. Di qua e di là correa Massimino per animarli alla pugna, pregando, promettendo ricompense, ma senza essere ascoltato. Per lo contrario quei di Licinio come lioni menavano le mani, facendo, benchè tanto inferiori di numero, orribil macello dei nemici, i quali sembravano venuti non per combattere, ma per farsi scannare. Già era seguita una fiera strage di loro, quando Massimino, accortosi che la faccenda passasse diversamente dal suo supposto, cadutogli il cuor per terra, gittò via la porpora; e presa una veste da servo, e datosi alla fuga, andò a passare il mare allo stretto di Bisanzio. Intanto l’una metà del suo esercito restò vittima delle spade, l’altra o si rendè o si salvò colla fuga3078. Le stesse sue guardie si diedero al vincitore Licinio. Tal diligenza fece Massimino in fuggire, che nel termine di una notte e di un dì, cioè nella sera del giorno primo di maggio pervenne (certamente coll’aiuto delle poste) a Nicomedia in Bitinia, lontana dal luogo della battaglia suddetta cento sessanta miglia. Quivi nè pur credendosi sicuro, prese seco in fretta i figli, la moglie e pochi de’ suoi cortigiani, e ritirossi nella Cappadocia, dove, dopo aver messo insieme, come potè, un corpo di soldatesche, in fine ripigliò la porpora; e tutto furore fece uccidere molti de’ suoi sacerdoti e profeti, accusandoli come autori delle sue disgrazie coi loro falsi oracoli. Ma Licinio, senza perdere tempo, con una parte del vittorioso esercito suo, ricuperata che ebbe assai facilmente la Tracia, passò il mare, e s’impadronì della Bitinia. Trovavasi egli nella città di Nicomedia nel dì 13 di giugno3079, quando, riconoscendo dal Dio dei cristiani l’avvenimento felice delle sue armi, a nome ancora dell’Augusto Costantino, pubblicò un editto, con cui annullò tutti gli altri emanati contra di essi cristiani, e loro concedette la libertà della religione e la fabbrica della chiese. Inseguì poscia Licinio con vigore il fuggitivo Massimino, il quale, troppo tardi conosciuto il gastigo di Dio per l’ingiustizia e barbarie sua contro chi professava la legge di Cristo3080, pubblicò anch’egli un editto in lor favore: con che cessò la fiera carnificina che dianzi si faceva degl’innocenti sudditi [p. 1127 modifica]suoi. Fortificò poscia Massimino i passi del monte Tauro per impedire i progressi al nemico Licinio3081; andò anche in Egitto per far nuove leve di gente; ma ritornato alla città di Tarso, e udito che Licinio superava gli argini e i trinceramenti del monte suddetto, e che per mare e per terra gli veniva addosso una fiera tempesta, allora s’avvide di non poter resistere alle forze dell’avversario, nè alla giustizia di Dio irritata contro di lui. Adunque disperato ebbe ricorso al veleno3082; ma perchè lo prese dopo aver mangiato e bevuto a crepa pancia, non potè il veleno levarlo di vita, e solamente gli cagionò una terribil malattia, per cui s’empiè tutto di piaghe, sentendosi anche bruciar le viscere, e consumare fra insoffribili dolori. Arrivò il suo corpo a diseccarsi, non restandogli altro che la pelle e l’ossa, in guisa che perdè affatto la sua forma antica, nè più si conosceva per quel che fu3083. Gli uscivano ancora gli occhi di testa; effetti tutti non men del potente veleno, che dell’ira di Dio, come attestano Eusebio e san Girolamo3084; di modo che quel suo corpo tutto marcito meritava più tosto d’essere appellato un fetente sepolcro, in cui si trovava imprigionata un’anima cattiva. Così fra gli urli, e con dar della testa ne’ muri, e confessando finalmente il grave suo delitto, per aver perseguitato Gesù Cristo nella persona de’ suoi servi, ma senza abbandonar per questo la superstizion pagana, finì Massimino la detestabil sua vita. Lasciò de’ figli maschi, alcuno dei quali aveva egli associato all’imperio, e una figliuola di sette anni, promessa già in moglie a Candidiano figlio bastardo di Galerio Massimiano. Ma Licinio levò poi dal mondo tutta la di lui stirpe, secondo i giusti giudizii di Dio, che furono visibili sopra tutti questi tiranni persecutori della santa sua religione. Per la morte di Massimino, il vincitor Licinio niuna fatica durò più ad impossessarsi di tutto l’Oriente3085. Pervenuto egli ad Antiochia, quivi lasciò le redini alla sua fierezza non solamente, come dissi, contro la prole di Massimino e contra della di lui moglie, che fu gittata ne’ gorghi del fiume Oronte; ma anche contro la maggior parte de’ suoi favoriti e ministri, fra’ quali spezialmente si contarono Calciano e Peucecio o Picenzio, che aveano sparso tanto sangue del popolo cristiano. Levò del pari la vita ad un Teotecno, facendogli prima confessar le sue imposture, per le quali avea fatto di gran male ad essi cristiani. Mentre dimorava Licinio nella suddetta città d’Antiochia, venne a presentarsegli Candidiano, che già dicemmo figliuolo di Galerio imperadore, e perseguitato da Massimino. Fu sulle prime ben accolto, ben trattato, di maniera che Valeria figlia del fu Diocleziano, che l’avea adottato per figliuolo, partendosi dal luogo dell’esilio suo, venne travestita alla corte per vedere l’esito di questo giovane. Ma quando men se l’aspettava la gente, tolta fu da Licinio a Candidiano la vita, ed insieme con lui perdè la sua Severiano, figlio di quel Severo Augusto che vedemmo ucciso nell’anno 307. Fu preteso che l’un d’essi, o pure amendue avessero disegnato, dopo la morte di Massimino, di prendere la porpora. Uscì ancora sentenza di morte contro la suddetta Valeria, la quale, udito sì disgustoso tenore, prese la fuga, e per quindici mesi andò errando sconosciuta in varii paesi, finchè scoperta in Tessalonica, ossia in Salonichi, e presa con Prisca sua madre, già moglie di Diocleziano3086, furono tutte e due condannate nell’anno 315 [p. 1129 modifica]a perdere la testa, compiante da ognuno, e massimamente Valeria, per essersi tirati addosso que’ disastri col voler conservare la castità in mezzo agli assalti dell’iniquo Massimino. Ma Iddio, sdegnato contro la stirpe di quegli Augusti che tanta guerra aveano fatto ai suoi servi, non essi solamente, ma anche tutta la lor famiglia volle sradicata dal mondo. Fu in oltre l’estinto Massimino dichiarato tiranno e pubblico nemico dei due Augusti Costantino e Licinio, spezzate le sue statue, cancellate le iscrizioni, ed abbattuta ogni memoria alzata in onore di lui e de’ suoi figliuoli. Nè si dee tacere che, non so se prima o dopo la rotta data nel penultimo dì d’aprile da Licinio a Massimino, un Valerio Valente si fece proclamar Augusto in Oriente3087. Massimino il prese; ma non avendo egli voluto allora ucciderlo, Licinio di poi, divenuto padrone dell’Oriente, gli diede il meritato gastigo con torgli la vita. Il padre Pagi3088 ne parla a lungo sotto quest’anno; ma contuttociò resta non poca oscurità intorno ai fatti di costui.