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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/594


suoi. Fortificò poscia Massimino i passi del monte Tauro per impedire i progressi al nemico Licinio3081; andò anche in Egitto per far nuove leve di gente; ma ritornato alla città di Tarso, e udito che Licinio superava gli argini e i trinceramenti del monte suddetto, e che per mare e per terra gli veniva addosso una fiera tempesta, allora s’avvide di non poter resistere alle forze dell’avversario, nè alla giustizia di Dio irritata contro di lui. Adunque disperato ebbe ricorso al veleno3082; ma perchè lo prese dopo aver mangiato e bevuto a crepa pancia, non potè il veleno levarlo di vita, e solamente gli cagionò una terribil malattia, per cui s’empiè tutto di piaghe, sentendosi anche bruciar le viscere, e consumare fra insoffribili dolori. Arrivò il suo corpo a diseccarsi, non restandogli altro che la pelle e l’ossa, in guisa che perdè affatto la sua forma antica, nè più si conosceva per quel che fu3083. Gli uscivano ancora gli occhi di testa; effetti tutti non men del potente veleno, che dell’ira di Dio, come attestano Eusebio e san Girolamo3084; di modo che quel suo corpo tutto marcito meritava più tosto d’essere appellato un fetente sepolcro, in cui si trovava imprigionata un’anima cattiva. Così fra gli urli, e con dar della testa ne’ muri, e confessando finalmente il grave suo delitto, per aver perseguitato Gesù Cristo nella persona de’ suoi servi, ma senza abbandonar per questo la superstizion pagana, finì Massimino la detestabil sua vita. Lasciò de’ figli maschi, alcuno dei quali aveva egli associato all’imperio, e una figliuola di sette anni, promessa già in moglie a Candidiano figlio bastardo di Galerio Massimiano. Ma Licinio levò poi dal mondo tutta la di lui stirpe, secondo i giusti giudizii di Dio, che furono visibili sopra tutti questi tiranni persecutori della santa sua religione. Per la morte di Massimino, il vincitor Licinio niuna fatica durò più ad impossessarsi di tutto l’Oriente3085. Pervenuto egli ad Antiochia, quivi lasciò le redini alla sua fierezza non solamente, come dissi, contro la prole di Massimino e contra della di lui moglie, che fu gittata ne’ gorghi del fiume Oronte; ma anche contro la maggior parte de’ suoi favoriti e ministri, fra’ quali spezialmente si contarono Calciano e Peucecio o Picenzio, che aveano sparso tanto sangue del popolo cristiano. Levò del pari la vita ad un Teotecno, facendogli prima confessar le sue imposture, per le quali avea fatto di gran male ad essi cristiani. Mentre dimorava Licinio nella suddetta città d’Antiochia, venne a presentarsegli Candidiano, che già dicemmo figliuolo di Galerio imperadore, e perseguitato da Massimino. Fu sulle prime ben accolto, ben trattato, di maniera che Valeria figlia del fu Diocleziano, che l’avea adottato per figliuolo, partendosi dal luogo dell’esilio suo, venne travestita alla corte per vedere l’esito di questo giovane. Ma quando men se l’aspettava la gente, tolta fu da Licinio a Candidiano la vita, ed insieme con lui perdè la sua Severiano, figlio di quel Severo Augusto che vedemmo ucciso nell’anno 307. Fu preteso che l’un d’essi, o pure amendue avessero disegnato, dopo la morte di Massimino, di prendere la porpora. Uscì ancora sentenza di morte contro la suddetta Valeria, la quale, udito sì disgustoso tenore, prese la fuga, e per quindici mesi andò errando sconosciuta in varii paesi, finchè scoperta in Tessalonica, ossia in Salonichi, e presa con Prisca sua madre, già moglie di Diocleziano3086, furono tutte e due condannate nell’anno 315