Apri il menu principale

Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/590


o ad altra delle false divinità, ma all’invisibile Creatore dell’universo Iddio, pregandolo di conservar vita così preziosa come quella di Costantino. Dovea costui sapere qual già fosse la credenza di questo glorioso imperadore, già divenuto adoratore del solo vero Iddio. L’anno fu questo, per attestato di Lattanzio, e non già l’anno 316, come han creduto Zosimo, l’autore della Cronica Alessandrina e Idacio, in cui il vecchio Diocleziano, già imperadore, diede fine al suo vivere nella villa del territorio di Salona, città della Dalmazia sull’Adriatico, dove dicemmo ch’egli s’era ritirato a vivere dopo l’abdicazion dell’imperio. Quivi si crede che sorgesse la moderna città di Spalatro. Non si può negare che di belle qualità concorressero in Diocleziano. Due autori pagani, cioè Libanio3065 e Giuliano l’Apostata3066, il lodano come persona ammirabile in molte cose, benchè non in tutte, riconoscendo fra l’altre, ch’egli avea faticato di molto in utilità del pubblico. Veggonsi tuttavia molte leggi fatte da lui, ed inserite nel Codice di Giustiniano, che spirano prudenza e giustizia. Gran cura ebbe egli sempre di promuovere i buoni3067 e di punire i cattivi, di mantenere l’abbondanza dei viveri, e di rimettere in buono stato i paesi spopolati per le guerre. Sotto di lui andarono a vuoto tutti gli sforzi delle barbare nazioni: tanta era l’applicazione di lui, tanti i suoi viaggi e le sue fatiche per reprimere col braccio del suo bravo, cioè di Massimiano Erculio, i nemici del romano imperio. Sapeva anche farsi amare, e soprattutto poi fu con ragione ammirata la di lui saviezza, perchè, quantunque per forza deponesse l’imperio, pure disingannato delle spinose grandezze del principato, non seppe mai più indursi a ripigliarlo, risoluto di finire i suoi giorni in vita privata. Ma non andò esente da biasimo3068 l’aver egli, secondo la sua politica, moltiplicati i principi, e divise le provincie dell’imperio, siccome abbiamo veduto; perciocchè, oltre all’essere costato carissimo ai popoli il dover mantenere due Augusti e due Cesari, nello stesso tempo dominanti nel paese loro assegnato, e con corte non inferiore alle altre, di qui poi venne uno smembramento della monarchia romana, e le guerre fin qui accennate, ed altre che vedremo fra poco. Moltiplicò eziandio gli uffiziali e gli esattori in cadauna provincia, che servirono a conculcare ed impoverire i popoli. E perciocchè egli sommamente si dilettò di alzar suntuose fabbriche tanto in Roma che in altri paesi, e particolarmente a Nicomedia, con disegno di renderla uguale a Roma, e fatta una fabbrica, se non gli piaceva, la faceva atterrare per alzarne una nuova: di qua vennero infinite angarie alle città, per somministrar artefici, per condurre materiali, e per pagar taglioni; di modo che per ornare le città egli rovinava le provincie. Dell’avarizia di Diocleziano abbiam parlato altrove. Ammassava tesori, ma non per ispenderli, fuorchè una parte nelle fabbriche suddette; poichè per altro se occorrevano bisogni del pubblico, soddisfaceva coll’imporre nuove gravezze. E qualora egli osservava qualche campagna ben coltivata, o casa ben ornata, non mancavano calunnie contro ai padroni, per carpir loro non solamente gli stabili, ma anche la vita, perchè egli senza sangue non sapea rapire l’altrui. Cosi Lattanzio. Ed anche Eusebio attesta aver egli colle nuove imposte così scorticati i popoli, che più tollerabile riusciva loro il morire che il vivere.

Motivo ancora alla pubblica censura diede il fasto di Diocleziano per lo suo sfoggiare in abiti troppo pomposi, siccome accennammo di sopra; e il peggio fu che introdusse il farsi adorare, cioè l’