Apri il menu principale
X

../IX ../XI IncludiIntestazione 31 dicembre 2017 75% Da definire

IX XI
[p. 101 modifica]

da questo core ebbro d'odio e d'amor


Pensare che tutti credono di amare ed hanno tutti un’anima così fredda, così impassibilmente rassegnata, e con quest’anima fredda si mettono a fare dell’arte, della poesia della passionalità, dell’idealismo.... Non odiano e s’immaginano di poter amare!

L’ odio, ecco il grande e nobile sentimento, il sentimento ideale per eccellenza. Non siete persuaso che Dante e Shakespeare, i due poeti della passione profonda ed oscura, si ispirarono anzitutto all’odio? Ofelia e Beatrice sono emerse da una ecatombe di persone e di cose che essi hanno odiate; è su un [p. 102 modifica]cumulo di cadaveri odiosamente calpestati che il genio evoca la sue più potenti creazioni. L’amore stesso non lo comprendo senza una preparazione di odio. Che valore avrebbe altrimenti? Amare non vuol dire scegliere? e scegliere non vuol dire anteporre uno a molti, uno a tutti?

E così: si vede sfilare davanti a noi la folla (la folla indifferente, dicono gli indifferenti, ma l’indifferenza non esiste per un’anima ardente, la nostra indifferenza è avversione). Sfilano uno, due mille, urtando ciascuno un’intima sensibilità, lacerando un velo che si teneva gelosamente stretto, accumulando nei nostri cuori lo sdegno, il disprezzo, la nausea, finchè l’Eletto appare. Egli appare e il cumulo d’odio si sfascia, si divide come le acque del mare misterioso al tocco della verga divina, sorge da esso [p. 103 modifica]l’Amore! L’amore grande per tutto ciò che ha sofferto, sicuro per tutto ciò che ha veduto, l’amore che non è il fiore innocente caduto dall’ala di un angelo, ma la fiamma che ha spasimato bruciando, che sa.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

I miei protettori che spiavano ogni occasione per poter mettere in pratica la loro cultura e per avere sempre più l’apparenza di persone intelligenti, mi condussero a vedere lo spoglio di un vecchio palazzo destinato all’asta pubblica in seguito alla rovina del suo proprietario. Aggirandosi nelle sale auguste essi dicevano: “Povero duca, tanto buono, tanto gentile, ed educato poi!„

Questa specie di compianto non trovava eco in me. La bontà, la gentilezza, l’educazione del duca mi sembravano ben meschina cosa in confronto allo [p. 104 modifica]sfacelo della grande idea che quella rovina mi rappresentava, in confronto alla compassione che sentivo per la casa abbandonata, con tutti i tesori d’anima che conteneva, quei ritratti, quelle vesti, quei ricami lunghi e pazienti, quei cofani chiusi, quei mobili così muti e così eloquenti nella loro dignitosa tristezza di cose morte. Mi strinse sopratutto il cuore una cornicina contenente il ritratto del duca bambino. Era un disegno a chiaroscuro, fatto dalla madre stessa, e portava sotto questo verso scritto con mano leggera e tremante: “Amor ti fece e qui ti pinse Amore.„ Che cosa immaginare di più delicato? e che cosa c’era di più maliconico in mezzo a quelle rovine?

Fin da piccina, quando il gusto è ancora istinto, e in un tempo in cui dominava lo stile sciatto e freddo che il [p. 105 modifica]principio del secolo aveva imposto ai mobili ed agli arredi io mi ero attaccata con una passione cieca di bimba ai frammenti della grande arte antica. Relegato fra i rottami, c’era in casa di mia zia un cofanetto di ferro battuto coperto di ruggine e di velluto sbiadito, rôso agli angoli, colla serratura sconquassata e con due piedi invece di quattro — i due piedi posteriori — così che se ne stava tutto umile in attitudine prostrata quasi chiedendo la grazia di lasciarlo vivere; e quel cofanetto ebbe da me un lungo tributo di ammirazione, di desiderio, di pensieri fantastici e soavi, di leggende strane, amorose, palpitanti. Mi sembrava bellissimo, mentre tutti lo chiamavano brutto; e trovavo pure interessante un Agnus Dei che mia zia ebbe da una parente monaca, che doveva essere molto vecchio col suo raso [p. 106 modifica]gialliccio, coll’indefinibile profumo di incenso e di rose secche che faceva pensare alle dita delle suore morte; e mi pareva bello un piatto di maiolica bianca traforato, nel quale, perchè fesso, mia zia dava la zuppa al gatto.

Tutte, tutte le cose vecchie, le cose che avevano vissuto, che dovevano contenere tanti sorrisi e tante lagrime io le amavo. Ed anche la bellezza plastica, i fiorami del ferro battuto, la sagoma della serratura e la trama del velluto nel cofanetto, il colore del raso nell’Agnus Dei, il traforo ingenuo del piatto parlavano ai miei occhi il linguaggio di un’arte rigogliosa, che allora non era alla moda, che nessuno curava, ed alla quale si preferiva il motto d’ordine della linea angolosa e della rigidità. Ah! io ho troppo amato l’arte antica, l’ho amata con passione muta, chiusa, isolata, quando essa [p. 107 modifica]era abbandonata e derisa per potermi unire al coro degli indifferenti che l’acclamano ora in omaggio alla moda e con un catalogo in mano.

Già due o tre giorni innanzi i miei protettori avevano lette coscenziosamente riviste e libri d’arte per rammentare fino a qual punto dovevano entusiasmarsi per Donatello piuttosto che per Luca della Robbia, per Holbein o per Alberto Durer, e si erano ben penetrati dello stile dei quattrocentisti onde non confonderli coi loro successori; perciò davanti ad ogni quadro o statuetta, prima ancora di guardarli, si informavano del nome dell’autore. L’asterisco sul catalogo era necessario perchè potessero riscaldarsi, ma una volta riscaldati filavano al pari di locomotive senza mai uscire dal binario. Essi dicevano: Un Raffaello, che meraviglia! Un Dolci, un [p. 108 modifica]po’ lezioso! Un Tiziano, che abbondaza! Un Veronese, che forza! Un Del Sarto, che morbidezza! (Oh! cara immagine vista a S. Miniato, in fondo a sinistra, e che le guide classificano con mia somma gioia "di un ignoto". Ve ne ricordate?)

Le armi antiche, le gigantesche corazze facevano inarcar loro le ciglia, a tutti nello stesso modo, con un senso di ammirazione e di sbigottimento. Gli avorii, le lacche giapponesi, gli smalti così delicati nelle loro tinte azzurrine e diafane li curvavano sulle vetrine con atto rispettoso, mentre tentavano di accarezzarne i dolci riflessi, ma astenendosene da quelle persone bene educate che erano. Sui gioielli di strass non si erano pronunciati; in fondo non ottenevano la loro simpatia, ma essendo alla moda non ardivano andare contro alla corrente. Con molta precauzione sollevavano le [p. 109 modifica]tazze, i piccoli vasi di porcellana e quando vi scoprivano sotto le due spade incrociate od i tre DDD si scambiavano uno sguardo d’intelligenza non scevro di sussiego. Discutevano sul nome delle trine: Malines? Valencienne? punto di Venezia?... Un ventaglio di madreperla che era appartenuto alla principessa di Lamballe li fece esclamare in coro: sventurata donna!

Fra i visitatori si guardava con ammirazione una famiglia così istrutta che parlava bene a proposito di ogni cosa, ed a me tutto quell’entusiasmo comperato metteva il gelo nelle vene. Non capisco l’entusiasmo che in due; tre è già troppo.

Diversi amici e conoscenti sopraggiunsero poi, fra essi un vecchio poeta, un giovane romanziere e due dame. Il romaziere, molto elegante, con certe scarpe verniciate che distoglievano l’attenzione [p. 110 modifica]dai cristalli, andava frugando in una cartela dove stavano chiuse delle stampe licenziose. — Cerca i documenti umani — disse il poeta.

— E lei che cosa cerca in quel servizio da tavola? — gli domandò qualcuno. —

Oh! naturalmente il profumo delle vivande del settecento — esclamò ironico il romanziere. (Era stato un poeta patriottico nel quarantotto, ma smorzati gli ardori proclamava adesso che la maggior poesia è quella di un buon pranzo.)

Le due dame osservavano un borsellino di raso color perla ricamato a rose in rilievo, lavoro squisitissimo della bisavola del duca. Peccato — disse una di loro — che non sia pieno di monete gialle! Io — soggiunse l’altra con nobile gara — preferirei quelle senza questo.

— Chi sono? — domandai piano alla mia protettrice, che mi rispose con [p. 111 modifica]fetta compunzione: — Due grandi dame; i loro avi furono alle crociate.

Non risposi, ma sentii una tale tristezza scendere su di me, e la solita vampa d’odio, e il solito violento bisogno di solitudine, che fingendomi stanca mi lasciai cadere entro un seggiolone, sfinita da una ardente sete d’amare e di essere compresa.

Oh! Dio quando ciò succederebbe? Essere amati non è nulla se non si è compresi.