Trionfo della Morte

Francesco Petrarca

Indice:The Oxford book of Italian verse.djvu Poesie Letteratura Trionfo della Morte Intestazione 25 marzo 2022 75% Poesie

Questo testo fa parte della raccolta The Oxford book of Italian verse


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Capitolo I

Q
UESTA leggiadra e glorïosa Donna

Ch’è oggi nudo spirto e poca terra,
               3E fu già di valor alta colonna,
          Tornava con onor dalla sua guerra
               Allegra, avendo vinto il gran nemico,
               6Che con suo’ inganni tutto ’l mondo atterra,
          Non con altr’arme che col cor pudico
               E col bel viso e co’ pensieri schivi,
               9Col parlar saggio e d’onestate amico.
          Era miracol novo a veder quivi
               Rotte l’arme d’Amor, arco e saette;
               12E quai morti da lui, quai presi vivi.
          La bella Donna, e le compagne elette,
               Tornando dalla nobile vittoria,
               15In un bel drappelletto ivan ristrette.
          Poche eran, perchè rara è vera gloria;
               Ma ciascuna per sè parea ben degna
               18Di poema chiarissimo e d’istoria.
          Era la lor vittorïosa insegna
               In campo verde un candido armellino
               21Ch’oro fino e topazi al collo tegna.
          Non uman veramente, ma divino
               Lor andar era, e lor sante parole:
               24Beato è ben chi nasce a tal destino!
          Stelle chiare pareano, e ’n mezzo un sole
               Che tutte ornava e non togliea lor vista,
               27Di rose incoronate e di vïole.

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          E come gentil core onor acquista,
               Così venia quella brigata allegra;
               30Quand’io vidi un’insegna oscura e trista;
          Ed una donna involta in veste negra,
               Con un furor qual lo non so se mai
               33Al tempo de’ Giganti fosse a Flegra,
          Si mosse, e disse: ‘ O tu, Donna, che vai
               Di gioventute e di bellezze altera,
               36E di tua vita il termine non sai;
          I’ son colei che sì importuna e fera
               Chiamata son da voi, e sorda e cieca,
               39Gente a cui si fa notte innanzi sera.
          I’ ho condott’al fin la gente Greca
               E la Trojana, all’ultimo i Romani.
               42Con la mia spada la qual punge e seca;
          E popoli altri barbareschi e strani:
               E giungendo quand’altri non m’aspetta,
               45Ho interrotti mille pensier vani.
          Or a voi quand’il viver più diletta
               Drizzo ’l mio corso, innanzi che Fortuna
               48Nel vostro dolce qualche amaro metta.’
          ‘ In costor non hai tu ragione alcuna,
               Ed in me poca, solo in questa spoglia,
               51(Rispose quella che fu nel mondo una);
          Altri so che n’arà più di me doglia,
               La cui salute dal mio viver pende:
               54A me fia grazia che di qui mi scioglia.
          Qual è chi ’n cosa nova gli occhi intende,
               E vede ond’al principio non s’accorse,
               57Sì ch’or si maraviglia, or si riprende.’
          Tal si fe’ quella fera, e poi che in forse
               Fu stata un poco: ‘ Ben le riconosco,
               60Disse, e so quando ’l mio dente le morse,’

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          Poi col ciglio men torbido e men fosco,
               Disse: ‘ Tu che la bella schiera guidi,
               63Pur non sentisti mai mio duro tosco.
          Se del consiglio mio punto ti fidi,
               Che sforzar posso, egli è pur il migliore
               66Fuggir vecchiezza e suoi molti fastidi.
          I’ son disposta farti un tal onore,
               Qual altrui far non soglio, e che tu passi
               69Senza paura e senz’alcun dolore.
          Come piace al Signor che ’n cielo stassi,
               Ed indi regge e tempra l’universo;
               72Farai di me quel che degli altri fassi.’
          Così rispose; ed ecco da traverso
               Piena di morti tutta la campagna,
               75Che comprender nol può prosa nè verso.
          Da India, dal Catai, Marrocco e Spagna
               II mezzo avea già pieno e le pendici
               78Per molti tempi quella turba magna.
          Ivi eran quei che fur detti felici,
               Pontefici, Regnanti, Imperadori;
               81Or sono ignudi, miseri e mendici.
          U’ son or le ricchezze? u’ son gli onori
               E le gemme e gli scettri e le corone,
               84Le mitre con purpurei colori?
          Miser chi speme in cosa mortal pone!
               (Ma chi non ve la pone?) e s’ei si trova
               87Alla line ingannato, è ben ragione.
          O ciechi, il tanto affaticar che giova?
               Tutti tornate alla gran madre antica;
               90E ’l nome vostro appena si ritrova.
          Pur de le mille un’utile fatica,
               Che non sian tutte vanità palesi;
               93Chi ’ntende i vostri studj, sì mel dica.

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          Che vale a soggiogar tanti paesi,
               E tributarie far le genti strane
               96Cogli animi al suo danno sempre accesi?
          Dopo l’imprese perigliose e vane,
               E col sangue acquistar terra e tesoro,
               99Vie più dolce si trova l’acqua e ’l pane,
          E ’l vetro e ’l legno, che le gemme e l’oro.
               Ma per non seguir più sì lungo tema.
               102Tempo è ch’io torni al mio primo lavoro.
          I’ dico, che giunt’era l’ora estrema
               Di quella breve vita gloriosa,
               105E ’l dubbio passo di che ’l mondo trema.
          Er’a vederla un’altra valorosa
               Schiera di donne non dal corpo sciolta.
               108Per saper s’esser può Morte pietosa.
          Quella bella compagna er’ivi accolta
               Pur a veder, e contemplar il fine
               111Che far conviensi, e non più d’una volta.
          Tutte sue amiche, e tutte eran vicine.
               Allor di quella bionda testa svelse
               114Morte con la sua mano un aureo crine.
          Così del mondo il più bel fiore scelse;
               Non già per odio, ma per dimostrarsi
               117Più chiaramente nelle cose eccelse.
          Quanti lamenti lagrimosi sparsi
               Fur ivi, essendo quei begli occhi asciutti
               120Per ch’io lunga stagion cantai ed arsi!
          E fra tanti sospiri e tanti lutti
               Tacita e lieta sola si sedea,
               123Del suo bel viver già cogliendo i frutti.
          Vattene in pace, o vera mortal Dea,
               Diceano, e tal fu ben; ma non le valse
               126Contra la Morte in sua ragion sì rea.

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          Che fia dell’altre, se quest’arse ed alse
               In poche notti, e si cangiò più volte?
               129O umane speranze cieche e false!
          Se la terra bagnar lagrime molte,
               Per la pietà di quell’alma gentile;
               132Chi ’l vide, il sa: tu ’l pensa, che l’ascolte.
          L’ora prim’era, e ’l dì sesto d’aprile,
               Che già mi strinse; ed or, lasso! mi sciolse:
               135Come Fortuna va cangiando stile!
          Nessun di servitù giammai si dolse
               Nè di morte, quant’io di libertate
               138E della vita ch’altri non mi tolse.
          Debito al mondo e debito all’etate
               Cacciar me innanzi, ch’era giunto in prima,
               141Nè a lui torre ancor sua dignitate.
          Or qual fusse ’l dolor; qui non si stima:
               Ch’appena oso pensarne, non ch’io sia
               144Ardito di parlarne in verso o ’n rima.
          ‘ Virtù morta è, bellezza e cortesia
               (Le belle donne intorno al casto letto
               147Triste diceano), omai di noi che fia?
          Chi vedrà mai in donna atto perfetto?
               Chi udirà ’l parlar di saper pieno,
               150E ’l canto pien d’angelico diletto?
          Lo spirto per partir di quel bel seno,
               Con tutte sue virtuti in sè romito,
               153Fatt’avea in quella parte il ciel sereno.
          Nessun degli avversarj fu sì ardito,
               Ch’apparisse giammai con vista oscura
               156Fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.’
          Poi che, deposto il pianto e la paura,
               Pur al bel viso era ciascuna intenta,
               159E per desperazion fatta sicura;

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          Non come fiamma che per forza è spenta,
               Ma che per sè medesma si consume,
               162Se n’andò in pace l’anima contenta:
          A guisa d’un soave e chiaro lume
               Cui nutrimento a poco a poco manca,
               165Tenendo al fin il suo usato costume.
          Pallida no, ma più che neve bianca
               Che senza vento in un bel colle fiocchi,
               168Parea posar come persona stanca.
          Quasi un dolce dormir ne’ suoi begli occhi,
               Sendo lo spirto già da lei diviso,
               171Era quel che morir chiaman li sciocchi.
          Morte bella parea nel suo bel viso.


Capitolo II

L
A notte che seguì l’orribil caso

Che spense ’l Sol, anzi ’l ripose in cielo,
               3Ond’io son qui com’uom cieco rimaso,
          Spargea per l’aere il dolce estivo gelo,
               Che con la bianca amica di Titone
               6Suol de’ sogni confusi torre il velo;
          Quando donna sembiante alla stagione,
               Di gemma orïentali incoronata,
               9Mosse ver me da mille altre corone:
          E quella man, già tanto desïata,
               A me parlando e sospirando porse,
               12Ond’eterna dolcezza al cor m’è nata:
          ‘ Riconosci colei che prima torse
               I passi luoi dal pubblico vïaggio,
               15Come ’l cor giovenil di lei s’accorse? ’
          Così pensosa in atto umile e saggio
               S’assise, e seder femmi in una riva
               18La qual ombrava un bel lauro ed un faggio

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          ‘ Come non conosco io l’alma mia Diva?
               Risposi in guisa d’uom che parla e plora;
               21Dimmi pur, prego, se sei morta o viva.’
          ‘ Viva son io, e tu sei morto ancora,
               Diss’ella, e sarai sempre infin che giunga
               24Per levarti di terra l’ultim’ora.
          Ma ’l tempo è breve, e nostra voglia è lunga;
               Però t’avvisa, e ’l tuo dir stringi e frena,
               27Anzi che ’l giorno già vicin n’aggiunga.’
          Ed io: ‘ Al fin di quest’altra serena
               Ch’ha nome vita, che per prova ’l sai,
               30Deh dimmi se ’l morir è sì gran pena.’
          Rispose: ‘ Mentre al vulgo dietro vai,
               Ed all’opinïon sua cieca e dura,
               33Esser felice non puo’ tu giammai.
          La morte è fin d’una prigion oscura
               Agli animi gentili, agli altri è noia,
               36Ch’hanno posto nel fango ogni lor cura.
          Ed ora il morir mio, che sì t’annoia,
               Ti farebbe allegrar se tu sentissi
               39La millesima parte di mia gioia.’
          Così parlava, e gli occhi avea al ciel fissi
               Devotamente; poi mise in silenzio
               42Quelle labbra rosate, insin ch’io dissi:
          ‘ Silla, Mario, Neron, Gaio e Mesenzio,
               Fianchi, stomachi, febbri ardenti fanno
               45Parer la morte amara più ch’assenzio.’
          ‘ Negar, disse, non posso, che l’affanno
               Che va innanzi al morir non doglia forte,
               48E più la tema dell’eterno danno:
          Ma pur che l’alma in Dio si riconforte,
               E ’l cor che ’n sè medesmo forse è lasso,
               51Che altro ch’un sospir breve è la morte?

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          I’ aveva già vicin l’ultimo passo,
               La carne inferma, e l’anima ancor pronta;
               54Quand’udii dir in un suon tristo e basso:
          “O misero colui che i giorni conta,
               E pargli l’un mill’anni, e ’ndarno vive,
               57E seco in terra mai non si raffronta!
          E cerca ’l mar e tutte le sue rive;
               E sempre un stile, ovunqu’e’ fosse, tenne;
               60Sol di lei pensa, o di lei parla o scrive.”
          Allor in quella parte onde ’l suon venne,
               Gli occhi languidi volgo, e veggio quella
               63Ch’ambo noi, me sospinse, e te ritenne.
          Riconobbila al volto e a la favella:
               Che spesso ha già ’l mio cor racconsolato,
               66Or grave e saggia, allor onesta e bella.
          E quand’io fui nel mio più bello stato,
               Nell’età mia più verde, a te più cara,
               69Ch’a dir ed a pensar a molti ha dato;
          Mi fu la vita poco men che amara,
               A rispetto di quella mansueta
               72E dolce morte, ch’a’ mortali è rara:
          Che ’n tutto quel mio passo er’io più lieta,
               Che qual d’esilio al dolce albergo riede,
               75Se non che mi stringea sol di te pieta.’
          ‘ Deh, Madonna, diss’io, per quella fede
               Che vi fu, credo, al tempo manifesta,
               78Or più nel volto di Chi tutto vede,
          Creovvi Amor pensier mai nella testa
               D’aver pietà del mio lungo martire,
               81Non lasciando vostr’alta impresa onesta?
          Ch’i vostri dolci sdegni e le dolc’ire,
               Le dolci paci ne’ begli occlii scritte.
               84Tenner molt’anni in dubbio il mio desire.’

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          Appena ebb’io queste parole ditte,
               Ch’i’ vidi lampeggiar quel dolce riso
               87Ch’un Sol fu già di mie virtuti afflitte:
          Poi disse sospirando: ‘ Mai diviso
               Da te non fu ’l mio cor, nè giamniai fia,
               90Ma temprai la tua fiamma col mio viso,
          Perchè a salvar te e me null’altra via
               Era alla nostra giovinetta fama;
               93Nè per ferza è però madre men pia.
          Quante volte diss’io meco: “ Questi ama,
               Anzi arde, onde convien ch’a ciò provveggia!
               96E mal può provveder chi teme o brama.
          Quel di fuor miri, e quel dentro non veggia:
               Questo fu quel che ti rivolse e strinse
               99Spesso; come caval fren, che vaneggia.”
          Più di mille fïate ira dipinse
               II volto mio, ch’amor ardeva il core.
               102Ma voglia in me ragion giammai non vinse.
          Poi se vinto ti vidi dal dolore,
               Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,
               105Salvando la tua vita e ’l nostro onore.
          E se fu passïon troppo possente,
               E la fronte e la voce a salutarti
               108I’ mossi, or timorosa ed or dolente.
          Questi fur teco mie’ ingegni e mie arti;
               Or benigne accoglienze, ed ora sdegni;
               111Tu ’l sai, che n’hai cantato in molte parti.
          Ch’i’ vidi gli occhi tuoi talor sì pregni
               Di lagrime, ch’io dissi: “ Questi è corso
               114A morte, non l’aitando; i’ veggio i segni.”
          Allor provvidi d’onesto soccorso.
               Talor ti vidi tali sproni al fianco,
               117Ch’i’ dissi: “ Qui convien più duro morso.”

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          Così caldo, vermiglio, freddo e bianco,
               Or tristo or lieto, infin qui t’ho condutto
               120Salvo, ond’io mi rallegro, benchè stanco.’
          Ed io: ‘ Madonna, assai fora gran frutto
               Questo d’ogni mia fè, pur ch’io ’l credessi ’;
               123Dissi tremando, e non col viso asciutto.
          ‘ Di poca fede! or io, se nol sapessi,
               Se non fosse ben ver, perchè ’l direi? ’
               126Rispose; e ’n vista parve s’accendessi.
          ‘ S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,
               Questo mi taccio; pur quel dolce nodo
               129Mi piacque assai ch’intorno al cor avei:
          E piacemi ’l bel nome, se ’l ver odo,
               Che lunge e presso col tuo dir m’acquisti;
               132Nè mai ’n tuo amor richiesi altro che modo.
          Quel mancò solo; e mentre in atti tristi
               Volei mostrarmi quel ch’io vedea sempre,
               135II tuo cor chiuso a tutto ’I mondo apristi.
          Quinci ’l mio gelo, ond’ancor ti distempre:
               Che concordia era tal dell’altre cose,
               138Qual giunge Amor, pur ch’onestate il tempre.
          Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,
               Almen poich’io m’avvidi del tuo foco;
               141Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.
          Tu eri di mercè chiamar già roco,
               Quand’io tacea; perchè vergogna e tema
               144Facean molto desir parer sì poco.
          Non è minor il duol perch’altri ’l prema,
               Nè maggior per andarsi lamentando:
               147Per fizïon non cresce il ver nè scema.
          Ma non si ruppe almen ogni vel quando
               Sola i tuoi detti te presente accolsi,
               150Dir più non osa il nostra amor, cantando?

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          Teco era ’l cor, a me gli occhi raccolsi:
               Di ciò, come d’iniqua parte, duolti,
               153Se ’l meglio e ’l più ti diedi, e ’l men ti tolsi;
          Nè pensi che, perchè ti fosser tolti
               Ben mille volte, e più di mille e mille
               156Renduti e con pietate a te fur volti.
          E state foran lor luci tranquille
               Sempre ver te, se non ch’ebbi temenza
               159Delle pericolose tue faville.
          Più ti vo’ dir, per non lasciarti senza
               Una conclusion che a te fia grata
               162Forse d’udir in su questa partenza:
          In tutte l’altre cose assai beata,
               In una sola a me stessa dispiacqui,
               165Che ’n troppo umil terren mi trovai nata.
          Duolmi ancor veramente, ch’io non nacqui
               Almen più presso al tuo fiorito nido,
               168Ma assai fu bel paese ov’io ti piacqui.
          Chè potea ’l cor, del qual sol io mi fido,
               Volgersi altrove, a te essendo ignota;
               171Ond’io fora men chiara e di men grido.’
          ‘ Questo no, rispos’io, perchè la rota
               Terza del ciel m’alzava a tanto amore,
               174Ovunque fosse, stabile ed immota.’
          ‘ Or che si sia, diss’ella, i’ n’ebbi onore
               Ch’ancor mi segue; ma per tuo diletto
               177Tu non t’accorgi del fuggir dell’ore.
          Vedi l’Aurora dell’aurato letto
               Rimenar a’ mortali il giorno, e ’l Sole
               180Già fuor dell’oceano infin al petto.
          Questa vien per partirci; onde mi dole:
               S’a dir hai altro, studia d’esser breve,
               183E col tempo dispensa le parole.’

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          ‘ Quant’io soffersi mai, soave e leve,
               Dissi, ni’ ha fatto il parlar dolce e pio;
               186Ma ’l viver senza voi m’è duro e greve.
          Però saper vorrei, Madonna, s’io
               Son per tardi seguirvi, o se per tempo.’
               189Ella, già mossa, disse: ‘ Al creder mio,
          Tu stara’ in terra senza me gran tempo.’