Trattato di architettura civile e militare I/Trattato/Libro 4/Prologo

Trattato - Libro 4 - Prologo

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PROLOGO.

Benchè naturalmente ogni scienza sia dagli uomini desiderata, come testifica Aristotile nella sua Metafisica1, nientedimeno, oltre alle altre, si pascono nella natural filosofia o metafisica nella quale naturale filosofia per le cose sensibili e manifeste si elevano alla cognizione delle intelligibili occulte, intanto che passando le nature corporee generabili e corruttibili, e corpi celesti incorruttibili, perviene a qualche notizia benchè imperfetta della prima cagione. In questo discorso e via di procedere, passando più angusti passi, giunge all’intelligenza di sè medesimo e in quella più tempo e con maggior confusione persiste che nelle altre considerazioni: ma poichè alquanto tempo sopra e circa a questa sua natura ha discorso, conosce sè essere un termine e un confine che tutte le corporee e incorporee, razionali e irrazionali, corruttibili e incorruttibili nature divide, e si vede partecipare di questi estremi: perocchè considerando gli elementi, metalli e piante non avere in sè conoscenza alcuna, e i bruti animali solo tanta quanta è necessaria al vitto loro, come la quiete loro ci dimostra: e oltre a queste, comparando sè alle altre inferiori nature, si vede tutte quelle eccedere quasi senza proporzione in formosità e disposizione del corpo e istrumenti suoi, e molto più in forza cognoscitiva d’intelletto, come tante artifattive e tante [p. 216 modifica]speculative scienze umanamente trovate ci dimostrano: per queste ragioni giudica per l’intelletto l’uomo essere più nobile di tutti gli altri corpi, e da quelli quasi per infinito distare. Così per opposto considerando quale sia il principio della vita sua, aumento, stato e decremento, e finalmente corruzione o morte, cose tutte eziandio ai vilissimi animali comuni: dall’altra parte la perfezione delle sostanze immateriali, l’altezza delle incomprensibili opere di Dio, le angustie e molestie e calamità che in ogni stato ad ogni uomo ed in ogni tempo insurgono, la inquietudine dell’appetito e volontà sua, la repugnanza che fra il senso e la ragione si trova (come di se ne scrive Paolo Apostolo: Video aliam legem in membris meis repugnantem2): l’appetito e volontà insaziabile di conoscere, di poter dominare, e ultimatamente di permanere in perpetuo, che per la amara memoria della morte necessaria spesse volte si rinnuova; dissimilmente da sè tutti gli altri animali avere più requie e tranquilla vita, forzato afferma se essere agli altri animanti inferiore, infelice e miserabile. Adunque conoscendosi in questo confino ovvero orizzonte, secondo il modo di parlare di più filosofi, costituito e locato, conclude e con le vili e con le eccellenti scienze avere affinità e consorzio: onde per conclusione tiene sè essere un piccolo mondo, perchè ha l’essere con le cose inanimate, ha il nutrirsi e crescere e governare con le piante, ha il sentire con i bruti, e ultimatamente la ragione e l’intelletto con gli spiriti: intanto che dai Greci è chiamato Microcosmos, cioè piccolo mondo. Così adunque presupponendo l’intelletto umano essere incorruttibile, come afferma Cicerone nelle Tusculane3, Platone in più luoghi e specialmente nel suo Timeo, e Aristotile nel terzo dell’Anima4, si vede essere partecipe di vita sempiterna e vera beatitudine: e oltre a questo, come tutte le altre cose, essere stato prodotto da una prima cagione agente e ultimo fine, al quale bisogna pervenire, non essendo processo infinito nelle cagioni, come dimostra Aristotile nella sua Metafisica5. Questo medesimo tacitamente questo mondo con la sua [p. 217 modifica]ordinatissima mobilità e bellissima forma di tutte le cose visibili grida nelle menti di ciascuno intelligente sè esser fatto e non da altri che da Dio ineffabilmente grande e perfetto essersi potuto fabbricare. Quando mai non fussero note le voci profetiche similmente confermate e stabilite per la sapienza di Dio in carne, come ne scrive Aurelio Aùstino nel XI libro De civitate Dei, le quali predette autorità appresso i moderni intelletti più debbono essere seguite e riverite che qualunque altra naturale notizia si potesse di questo avere. Ma per non volere presupponere alcun principio che non sia manifesto per cognizione naturale (non parlando al presente della rivelata), dico che posposte tutte le autorità e ragioni che l’immortalità dell’anima umana ci dimostrano, gli uomini naturalmente desiderano d’essere congiunti con le sostanze le quali hanno sempiterna vita, e perchè la natura non fa alcuna cosa superflua nè invano, siccome non manca nelle necessarie, quest’ultimo appetito non può essere invano; e questo è comprovato da Simonide il quale persuadeva che l’uomo dovesse sapere le cose umane, perchè i mortali le mortali, e gli umani le umane cose dovevano sapere, e non più oltre estendersi. Nientedimeno contro di questi esclamano tutte le ragioni degli altri più morali e naturali filosofi e specialmente di Aristotile nel luogo preallegato e nel libro degli Animali, dove afferma gli uomini dovere con ogni industria accostarsi alle cose divine quanto a loro è possibile, perocchè in questo consiste la felicità sua, come ogni cosa approssimata alla più perfetta da quella riceve perfezione. Delle quali conclusioni ne segue che i mortali devono con la mente, voci e orazioni, atti morali, ed in ultimo con opere manuali laudare e magnificare il fattore di tutte le cose, e lui per unico Signore riconoscere.

Quale adunque opera più conveniente possono fabbricare gli uomini al mondo a questo fine, che un tempio, un luogo sacro a Lui dedicato, nel quale le operazioni dette e culto di latrìa si mettano ad esecuzione? Dove infinite grazie si rendano a quello da cui sono tutte le grazie, e tutti i beni procedono? Certamente nissuna. Questa inclinazione naturale seguendo i Romani moralissimi, benchè da ogni promissione di vera salute fussero alieni, più e più templi fondarono, nei quali, benchè con errore, a quelli che Dii reputavano facevano sacrifizio, a questo solo [p. 218 modifica]dalla ragione naturale indotti, la quale come insufficiente senza aiutorio in molte parti mancava. E se tanto più ornato e perfetto debba essere il luogo quanto è più degna la persona a cui è dedicato, seguita che senza proporzione alcuna ci doviamo ingegnare e sforzare di operare regolatamente nella edificazione dei templi più che in qualunque altra opera che alle cose mondane appartenesse.

Note

  1. Metaphysicorum, I. 1.
  2. Epistola ad Romanos, cap. VII, 23.
  3. Tuscul. disput. 1, 19.
  4. Lib. III, 4.
  5. Metaphysicorum, I, 3.