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Da Orazio
Lucilio

../Passeggiando per Roma ../../Da Virgilio/Il simposio IncludiIntestazione 21 luglio 2008 75% Poesia satirica

Da Orazio - Passeggiando per Roma Da Virgilio - Il simposio

Già che l’ho detto: i versi di Lucilio
vanno a vanvera. Quale è sì arrabbiato
luciliano che anche lui nol dica?
E sì che lodo in quella stessa carta
ch’abbia di molto su Roma frizzato;
ma con ciò io non lodo anche il restante;
chè allor, de’ mimi di Laberio, come
fior di poemi, strabiliar dovrei.
Però non basta fare ismascellare
gli spettatori (e pur c’entra un che d’arte):
Brevità vuolsi, se il pensier dee correre
e non incespicar nelle parole
pesanti che affaticano l’orecchio:
ci vuole un far più spesso da burletta;
anche serio, ogni tanto; che ci paia
l’oratore a sua volta ed il poeta,
e il cittadin di spirito a sua volta,
ma che poi non lo sprechi, anzi lo smorzi
a bella posta. Grandi questïoni
più netto e bene te le taglia un motto
festevole, che tante sfurïate.
Con questi avvisi si teneano in gamba
nella vecchia commedia gli scrittori;
quelli sì ch’eran uomini; ed in questo
son da imitare; e non li ha letti mica
quel bel tipo d’Ermogene e codesto
scimmiotto che non sa cantilenare
se non le baie di Catullo e Calvo. —
Ma gran cosa egli fece a mescolare
quelle greche parole alle latine. —
morto che fu, bastassero le scara-
battole de’ suoi scritti al capannuccio.
Sia Lucilio, diciamolo, Faceto
e spiritoso; pulizia di lima
abbia me’ di colui che s’è provato
prima in cotale poesia di villa,
che i Greci non toccarono, e di tutti
quanti sono i poeti antichi; ma
se il fato non avesse atteso il nostro tempo
per farlo nascer oh! molto di dosso
si scrollerebbe, e tutto mozzerebbe
quel che il pensiero strascica di coda;
si gratterebbe per trovare un verso,
sovente il capo, e sino al vivo l’ugne
si roderebbe. Lo stil volgi e frega
e frega, o tu che scrivi, se lo scritto
vuoi che si legga la seconda volta.
Non t’allarmare acciò t’ammiri il volgo:
sta contento a pochini che ti leggano
e rileggano. Pazzo! ami piuttosto
che il pedante li porti alla scoletta,
i tuoi versi, e li compiti? Non io:
che mi basta l’applauso dell’orchestra,
come uscì a dire Arbuscula, la volta
che fu fischiato, non badando agli altri.
M’ho a risenire se mi pinza quella
cimice di Pantilio? M’ho a crucciare
se Demetrio mi stuzzica, alle spalle?
se di me taglia lo scioccon di Fannio
parassita d’Ermogene Tigellio?
Gàrbino queste mie scritture a Plozio
e a Vario; a Virgilio e Mecenate;
a Valgio e Ottavio, ed al mio bravo Fusco;
Non fo per dar la soia, ma potrei
te, Pollïon, contare e te, Messala
con tuo fratello, e voi Bibulo e Servio,
e te con loro, Furnio mio sincero;
e ce n’è parecchi altri, amici, gente
che sa, che taccio per non farla lunga;
ai quali, oh! se vorrei che le mie cose
andasser, come che le sian, a sangue;
e mi dorrei se le piacesser meno
della nostra speranza. Tu, Demetrio,
e tu, Tigellio... andate tra le vostre
scolare a gagnolare e sbietolare.
Lesto, ragazzo, e aggiungi questo al libro.