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DA CATULLO



Suffeno, o Varo, codest’uom che sai bene,
è uom di spirito, uom di garbo, uom di mondo:
ma d’altra parte troppi versi fa; troppi!
Io credo n’abbia scritti dieci e più mila;
nè già, com’usa, in una carta qualunque,
buttati là: no: carta nuova fiammante,
e capi nuovi e cuoio rosso; coperta
a fil di piombo; tutto pari, che lustri.
Tu leggi, ed ecco l’uom di garbo e di mondo
del tuo Suffeno, un villanzone, un capraio
ti pare, un tratto, tanto stuona e si muta.
Che abbiamo a dir che sia? Pareva un caro uomo
un bello spirito, un... non so che mi dire;
ebbene è più villano, che il villanume,
appena tocca i versi. Eppure mai, guarda,
non è felice, come quando ne scrive:
tanto egli gode in sè, tanto egli si ammira.
Ma tu, puoi dire: tutti erriamo; nessuno
è, che in qualcosa non riesca un Suffeno,
a quando a quando. I suoi difetti ha ciascuno;
ma sono dentro la bisaccia di dietro.