Specchio di vera penitenza/Distinzione quarta/Capitolo secondo

Distinzione quarta - Capitolo secondo

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Distinzione quarta - Capitolo secondo
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CAPITOLO SECONDO.


Dove si dimostra donde si dica questo nome contrizione; e quale è la differenza tra contrizione e attrizione.


La seconda cosa che séguita a dire della contrizione, si è donde si dice questo nome contrizione. E dicono i dottori che si dice da conterere, vel conterendo; cioè da tritare: come noi veggiamo in queste cose corporali, che alcuna cosa si dice trita quando si divide e rompe in minime parti, sì che non vi rimanga niente del saldo. Così il quore del peccatore, il quale il peccato fa duro, intero e ostinato nel male, quando ha sofficiente dolore e dispiacere del peccato, quasi si rompe e trita in tale maniera, che l’effetto del peccato non v’ ha parte né luogo veruno dove possa rimanere. E questo dolore [p. 81 modifica]si chiama contrizione, alla quale induce il profeta Ioel, dicendo: Scindite corda vestra: Tagliate minutamente col coltello del dolore i vostri quori. E quanto il quore è più rotto e trito di questo dolore, tanto più Iddio l’accetta, e più il salda e méttevi il tesoro e il dono della grazia. Onde il profeta David dice: Cor contritum et humiliatum Deus non despiciet: Il quore contrito e umiliato tu Iddio nollo spregi, anzi l’accetti e vuoi;1 dicendo per la Scrittura tua: Fili, proebe mihi cor tuum: Figliolo, dammi il quore tuo. Il quore tuo non è tuo, in mentre che v’è l’affetto del peccato; anzi è del diavolo, che ’l possiede collo affetto della sua malizia; e allora Iddio lo spregia: ma quando l’affetto del peccato si toglie via, che ’l fa il dolore della contrizione, allora racquisti tu il quore tuo, e allora Iddio l’accetta e vuole. Ma è da notare che nome ogni dolore che l’uomo ha del peccato, è contrizione. Onde dicono i Santi, ch’egli è differenza tra contrizione e attrizione. Contrizione è il dolore perfetto e volontario, che nasce dall’amore della caritade di Dio, del quale abbiamo detto: attrizione è un dolore manco, iscemo e imperfetto, il quale viene da servile timore, per lo quale l’uomo teme pena, o di non perdere2 premio; o nasce da sì tiepido e difettuoso amore, che non agguaglia la misura della gravezza del peccato. E questo mostra la significazione de’ nomi: chè, come contrizione dice uno tritamento minuto, quanto a tutte le parti insieme, fatto perfettamente, non rimanendo veruna intera né salda; la qual cosa fa il dolore intimo e ’l dispiacere perfetto del peccato: così attrizione dice uno rompimento in grosse parti non perfettamente trite; la qual cosa fa il dolore e ’l dispiacere del peccato difettuoso e imperfetto. E tale attrizione d’imperfetto dolore non conduce a salute.

Leggesi scritto da Cesario, che fu un cherico, grande [p. 82 modifica]prebendato e canonico di Parigi, il quale vivendo viziosamente e sanza continenza nelle dilizie della carne, infermò gravemente, e domandò con divozione tutti i sagramenti della Chiesa. E ricevendo la confessione e la comunione, colla istrema unzione, e mostrato segni di grande contrizione con molte lagrime, passò di questa vita morendo. Dopo alquanti giorni, apparì a un suo caro compagno in figura oscura e orribile, con doloroso lamento dicendo com’egli era dannato. E domandandolo quello suo compagno con grande cordoglio, qual’era la cagione della sua dannazione; chè, avvegna che fosse peccatore e amatore delle cose del mondo, pure era3 confessato, e ricevuto avea gli altri sagramenti della Chiesa, e mostrato dolore e contrizione de’ suoi peccati; rispose il morto:4 Guai a me! chè mi mancò quello che più m’era di bisogno, e senza ’l quale niuna altra cosa vale, cioè la contrizione del quore: chè, avvegna ch’io piagnessi e mostrassi dolore de’ miei peccati nella infermitade della morte e quando mi confessai, quello non fu vero dolore né vero pianto; chè io non piangea perch’io avessi offeso Iddio peccando, e non avea dolore di contrizione per carità od amore ch’io avessi a Dio Salvatore, né non avea fermo proponimento, s’io fossi iscampato, di lasciare il peccato; ma piangea5 per paura delle pene dello ’nferno, e aveva dolore che mi convenia lasciare, morendo, le cose del mondo, che io avea tanto amate. E, detto questo, sparì con angoscioso guaio.6

Note

  1. Le edizioni del 95 e dell'85: vuolo.
  2. La stampa del primo secolo e quella del Salviati: o (damno) danno di non perdere ec.
  3. Ediz. 95: s'era.
  4. Così il Salviati. E la stampa del primo secolo: rispose allora il canonico.
  5. Il nostro Testo, invece di avea, ha replicatamente aveo; e la più antica impressione: avevo e piangevo.
  6. Ediz. 95 e 85: con angosciosi guai.