Scritti politici e autobiografici/Una battaglia perduta

Una battaglia perduta

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UNA BATTAGLIA PERDUTA1


Ci siamo riletto in questi giorni il discorso che Turati pronunciò il 27 giugno 1924 in memoria di Matteotti davanti all’Assemblea dei Deputati di opposizione. Nell’atmosfera di generale esaltazione di quei giorni il discorso ebbe vastissima eco e fu giudicato un capolavoro di umanità e di stile.

Oggi lascia freddi, quasi urtati. Possibile che il 27 giugno 1924 l’opposizione potesse tenere un linguaggio simile?

Poi ci siamo riletto il Patto delle opposizioni. È un documento grigio, redatto nel più irreprensibile stile costituzionale. Apparentemente era rivolto al paese, ma effettivamente al Sovrano. Dopo aver reclamato le dimissioni di Mussolini, l’abolizione della milizia, la fine dell’illegalismo, concludeva affermando che la restaurazione dell’ordine giuridico e politico «non è effettuabile se non per opera di un governo [p. 61 modifica]alla cui composizione le opposizioni non possono che rimanere estranee».

Come certificato d’impotenza non c’è male. L’Aventino, a cui i giovani chiedevano in quei giorni di rinnovare il mito della «Pallacorda» rivendicando di fronte alle masse il potere, l’Aventino invocava dal Re la dittatura dei generali. Continuò ad invocarla sempre, nell’ottobre, nel dicembre ’24, dopo il 3 gennaio con un machiavellico disinteresse; fino a che Mussolini, promulgate le leggi eccezionali, mise un bel generale, il Sanna, alla presidenza del Tribunale Speciale e si insediò al Ministero della guerra.

In verità l’opposizione era degna di perdere, di essere seppellita.

Più si studia la crisi Matteotti e più ci si convince che, se ebbe un immenso valore dal lato morale, non fu e non poteva rappresentare una crisi politica decisiva per l’antifascismo. Fu una crisi di trapasso e di liquidazione che scarnificò il fascismo rivelandone i metodi briganteschi e la sostanza di classe e obbligandolo a precipitare la dittatura, ma fu anche una crisi che mise in luce la tragica debolezza delle opposizioni ufficiali.

L’illusione dell’Aventino riposava sulla mancata coscienza della gravità della sconfitta subita dalle forze operaie tra il 1921-22, non solo in Italia ma in tutta Europa. Mancata coscienza non solo nei capi, ma nelle masse, e di tutti i partiti, comunista compreso. [p. 62 modifica]


Un’opposizione di maggioranza.

Fino al giugno del 1924 i partiti di opposizione erano vissuti su una situazione falsa, iperbolica, come certi falliti che continuano a godere di credito e a condurre vita lussuosa fino a quando l’iniziativa di uno qualunque dei creditori determina il crollo totale. L’opposizione era stata battuta nelle strade, ma a causa del compromesso iniziale cui Mussolini aveva dovuto piegarsi per salire al potere, aveva conservato a «Palazzo» una situazione di privilegio. La Camera, eletta nel 1921, era in maggioranza antifascista; la stampa, idem; in tutti i corpi dello stato il fascismo era appena tollerato.

Questa situazione maggioritaria doveva riuscire fatale all’opposizione, mentre avvantaggiava singolarmente Mussolini che proprio da questa debolezza formale ricavava il massimo di dinamismo. Mussolini, non avendo i valori legali, apparenti, badava ai sostanziali e sopratutto alla forza, alla giovinezza, all’iniziativa, all’attacco; le opposizioni, avendo conservato per concessione del dittatore («avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia..») le posizioni legali, si battevano sul terreno formale e morale, contestando la validità giuridica dei decreti mussoliniani, e rivendicando la rappresentanza di un’Italia che viveva ormai solo nelle loro memorie. Scambiando i reali rapporti di forza sociale con i vecchi risultati elettorali, vedevano nel fascismo un semplice colpo di mano contro [p. 63 modifica]il suffragio universale, un’avventura di stile sud-americano destinata a conchiudersi fatalmente nel giro di qualche mese: e non si preoccupavano di rovesciare il rapporto di forze che aveva permesso al fascismo di spazzare il movimento operaio e non si preparavano in nessun modo a resistere e a contrattaccare nelle piazze.

E come avrebbero potuto farlo? Per condurre la lotta con stile offensivo nel paese, avrebbero dovuto essere in posizione di minoranza e di illegalità: ora l’opposizione era la legalità, la vecchia legalità, mentre il governo era l’illegalità. Il governo, non l’opposizione, era rivoluzionario. Il governo era un gruppo deciso, senza scrupoli, che messosi con un colpo di mano al centro della vecchia legalità, la scomponeva a pezzo a pezzo. Quella legalità non era che un residuo sospeso ad un filo, al filo della continuità costituzionale che il sovrano aveva voluto che si rispettasse (violare, ma con le forme). L’opposizione si attaccò disperatamente a quel filo. Il giorno che il filo sarà tagliato, l’opposizione — quella opposizione — sarà liquidata. Essa sconterà così per anni il passivismo mostrato durante la Marcia su Roma.

Abbiamo preso molto in giro Mussolini perché, mentre i fascisti marciavano allegramente su Roma, se ne stava a Milano. Ma che cosa stavano a fare i deputati della sinistra a Roma? Tra il girare nei corridoi attendendo il decreto di stato d’assedio e l’andare nel paese a organizzare la resistenza, era meglio [p. 64 modifica]andare nel paese. E a Roma, oltre Montecitorio, c’era San Lorenzo, dove il popolo si batteva; ma nessuno o quasi se ne ricordò in quei giorni. Come nessuno sentì che l’opporre in parlamento superbi squarci oratorii alle parole sprezzanti del «duce», era fare il suo giuoco.


L’Aventino.

Le elezioni dell’aprile 1924 avevano in parte corretto questo stato di cose. L’opposizione diventava per la prima volta opposizione, minoranza; come minoranza, avrebbe potuto darsi una psicologia virile, d’attacco. Ma aveva troppi ex nelle sue file, era troppo appesantita da uomini che avevano gustato le gioie del potere e della popolarità, che si erano fatti in tutt’altra atmosfera. Gli oratori più celebri, usi al successo in un parlamento in cui si trovavano come in famiglia, non resistevano all’ambiente nuovo e ostile creato dai fascisti. Erano depressi, stanchi, preoccupati; non avevano la psicologia dell’attacco ma della ritirata. Tornando ai collegi dopo dure battaglie parlamentari, si sorprendevano di trovare i giovani (ahimè, i rari giovani) in stato di eccitazione. Matteotti era un isolato. Quando terminò la sua improvvisata requisitoria alla Camera, un suo compagno (Baldesi) — morto poche settimane or sono in dignitoso silenzio — lo interpellò bruscamente: «Sicché tu ci vuoi tutti morti?»

Quando la crisi scoppiò, la depressione era al [p. 65 modifica]colmo. La decisione di ritirarsi dai lavori della Camera non fu un atto volontario diretto a portare la battaglia nel paese, ma un atto necessario di chi, non potendone più, si ritira. Ma poiché la retorica vuole la sua parte, così l’Aventino fu presentato alle masse come la decisione energica di gente che passa all’attacco. Di questo equivoco morrà l’Aventino. L’appello al Re fu un altro riflesso di questo stato depressivo. Solo lui può far traboccare le forze materiali dalla nostra parte — pensavano i deputati aventiniani. Quanto alle masse popolari, che si mostravano nei primi giorni in stato di effervescenza, guai a chi avesse tentato metterle in movimento! Solo i comunisti e le minoranze giovani chiesero lo sciopero generale. Ma le opposizioni non vollero, per non spaventare la borghesia e il sovrano. Ai funerali del tramviere Oldani a Milano, avvenuto pochi giorni dopo il delitto Matteotti, Caldara scongiurò la folla tutt’altro che ardita, di mantenersi calma.

Il 10 giugno, Matteotti era stato assassinato. Ma il 27 giugno, Mussolini aveva già vinto. La cosa veramente strana è che non se ne sia accorto prima, come Farinacci, che girava per il paese e vedeva.

L’Italia visse così sei mesi in atmosfera d’illusione e di romanticismo, oscillando tra la ribellione moralistica e puritana e i complotti di corridoio. Finché il 3 gennaio Mussolini — forzato, a quanto pare, dai suoi più fedeli — porterà il dibattito sul terreno della forza. Se mi volete morto, venitemi a prendere. [p. 66 modifica]

I più giovani ebbero subito la sensazione che Mussolini avesse guadagnato la partita, e che ormai non rimanesse che la via insurrezionale. Ma non ci fu verso di fare intendere la realtà ai capi dell’Aventino. Essi, che concepivano la rivoluzione sotto la forma di dimissioni di due ministri militari, giudicarono quel discorso l’ultimo disperato tentativo di salvataggio di un uomo ormai liquidato di cui non valeva la pena di occuparsi. E attesero i decreti di Villa Ada. Ve ne sono che attendono ancora.


Il mito della cautela.

Fu questo il miracolismo dell’Aventino. Credere di poter vincere con le armi legali l’avversario che ha già vinto sul terreno della forza. Pregustare le gioie del trionfo mentre si riceve la botta più dura. Evitare tutti i problemi (Gobetti diceva: l’Aventino ha un mito, il mito della cautela) sperando che la borghesia dimentichi il ’19. Attendere che il re e i generali tolgano le castagne dal fuoco col solo intento di consegnarle, a sei mesi data, a lor signori dell’opposizione non appena scottino meno. Supporre che i valori morali possano da soli rovesciare i rapporti obbiettivi di classe.

La crisi Matteotti, a parte i suoi riflessi morali, anziché liquidare, prolungò, ingigantì l’equivoco di cui s’è parlato più sopra. Per anni ed anni la vecchia opposizione che aveva vissuto l’estate del ’24, che aveva visto i fascisti tremare, le «cimici» scom[p. 67 modifica]parire, Mussolini balbettare, che s’era creduta a un pelo dal successo, puntò sul miracolo improvviso liquidatore. E in questa attesa si esaurì.

È sorta una nuova generazione, una nuova opposizione, che non ha conosciuto le illusioni generose e impotenti del ’24, che non ha visto gli altarini per Matteotti per le vie di Milano, la gente che singhiozza, i deputati inginocchiati, il sen. Einaudi portare 100 lire alla «Giustizia», molti borghesi complici della prima ora distaccarsi da Mussolini. Cresciuta in clima di dittatura non si commuove facilmente. La demagogia fascista l’ha abituata a guardare alla realtà delle cose e dei rapporti di classe; e se una crisi risolutiva dovesse aprirsi, saprà puntare sugli obbiettivi decisivi: le armi, le masse, il potere.

L’affare Matteotti non solleva i suoi sdegni infuocati. Le sembra naturale che essendoci tra cento e più deputati antifascisti un uomo delle sue qualità, Mussolini lo facesse sopprimere. E non ama le commemorazioni.

Niente commemorazioni, dunque, poiché tutto fu detto; poiché in questi anni duri è sorta la generazione dei Matteotti.

Il figlio di Matteotti ha venti anni.

Note

  1. Da «Giustizia e Libertà»: 8 giugno 1934.