Saggi ladini/Capo I/2/B/II 1-6

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II, 1-6. Connessioni particolari fra ladino e lombardo

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II, 1-6. Connessioni particolari fra ladino e lombardo
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[p. 293 modifica]§ 2. Ladino e Lombardo. B. u, 1. Continuatori di «n+cons., e di dn. 293 vere scaturigini del dialetto bormiese; ma la Val Venosta è una fonte romana che il tedesco ci ha ormai essiccato. Maggior luce ci verrà in ogni modo da una più ampia esplorazione delle stesse varietà bormine, la quale speriamo che più non abbia gran fatto a tardare. Intanto, pur le condizioni in cui vi appare Va in accento, sebbene in parte spettino ed ora ci conducano ai caratteri di originale affinità fra il gruppo ladino e il lombardo, possono concorrere, visti i generali caratteri del bormiese, a confermarci nell’idea che questo veramente formi od accenni una varietà spontanea ed intermedia fra* due gruppi (cfr. p. 299). II. Toccando testé delle condizioni dell’a in accento, volevo principalmente alludere all’è per à nella formola AN+cons. (n. 13 e 16) e nella formola -AN (n. 5-6), due filoni pei quali converrebbe tentare tutta la fascia cisalpina fra lo Stelvio ed il Gottardo, e che in larga falda poi scendendo per la sezione occidentale della Lombardia, riescono ai dialetti emiliani. I tipi sarebbero più specialmente: menca, quent[o], pen. Circa i quali accade imprima di domandare, se abbiano a considerarsi come dirette continuazioni o propaggini dei continuatori transalpini delle forinole stesse, tra’ quali ci occorsero tali figure engadinesi che quasi si confondono con queste cisalpine 1; o se piut-* tosto non si tratti del principio medesimo, cioè del turbamento dell’à dinanzi a nasale sia scempia o sia implicata, il qualé faccia parte delle radicali affinità, ma si manifesti indipendentemente in varia guisa. L’essere oltralpe (e intendasi irr quella regione d’oltralpe che è qui considerata) limitate a un breve territorio le particolari figure di cui tocchiamo, e il vederle all’incontro largamente diffuse al di qua de’ monti e collegate coi fenomeni diversi ma analoghi della provincia^ emiliana, ci fanno decidere per la seconda sentenza. E resta ancora di avvertire sulle generali, come si debba tenefe ben distinto Ve per à dei continuatori a cui ora alludiamo, dall’i per à davanti a riessi che incomincino per R o fuor di posizione, sebbene uVvenga che in alcune varietà si trovino riuniti 3; e come, massime per ÀNT e AND, Ve in più incontri appaja peculiare al plurale mascolino 4 V. Talto-engadin. a p. 242-3.

  • La distin/.ione fra i due fenomeni risulta quindi chiara anche sul ristretto

campo nel quale ora ci moviamo, pel fatto che la presenza dell’uno non im [p. 294 modifica]294 Ascoli, Saggi ladini, I. o ad altre forme che escono od uscivano per i dove surge un particolare quesito, che deve essere svolto altrove (III, 1), ma qui pure va accennato, ed è questo: se vi si tratti semplicemente dell’attrazione dell’i finale (quant-i, quainti quaint quaent), o se l’effetto dell’i non si appalesi piuttosto per ciò, che per esso l’alterazione (quaent = quant) si raffermi e perduri, laddove si sperda quando l’uscita sia diversa 2. Ora venendo a ciò che a me fu dato di vedere pei due filoni cisalpini che ho di sopra accennato, se noi prendiam le mosse dal bormiese, dove sono ben perspicui, scarse traccie ne sapremo più mostrare lungo il braccio dell’Adda che mette nel lago di Como. Un esemplare, ma non dei più validi, per la formola ANT, ed un altro per la formola AMP, che si può insieme qui raccogliere, denènt e chèmp, occorrono nella Parabola di Grosio 3, nella quale restan però con Va: quanc, tanè, quanti ecc., come rimane tat (tanto) ecc., che il Monti attribuisce genericamente alla Valtellina. Pure ^incontriamo, presso il medesimo autore, i valtellinesi fènc e fenda fanciullo, -ulla 4, a cui si aggiungono, nello stesso vocabolario comasco: ènea anche, c voce contadinesca’, e più preziosi, col medesimo epiteto: mèn mano, pén pane, aggiunto per l’ultima voce che sia ’usata in alcuni luoghi montani dai vecchi’. Ma prima di arrivare alla longitudine del lago comasco, abbiamo la sezione inferiore della Val Bregaglia, nella quale già vedemmo esser costante il fenomeno di cui ora misuriamo T estensione. E costante ci è occorso pure al lago di Lugano, plichi quella dell’altro; cfr. p. e., qui poco appresso: ’Busto Arsizio’, che altera ANT AN e non AR ecc.; dove all’incontro in «Sovra-Porta* (pag. 274 segg.) vedevamo rimanere intetti ANT % AN e alterarsi AR ecc. Ma più direttamente la distinzione si afferma nell’Emilia, dove le analoghe correnti alterative s’incontrano in uno stesso dialetto e non si confondono (tipi romagn. parli parlare parlato, quért; piànta, man, fam ortogr. del Morri, cfr. Mussaf. rendic. lxvii 654-5). 1 Un esempio per AND sarebbe grand, pi. m. greng, in Valsasina.

  • Cfr. la n.*a p. 262, e frattanto si considerino ancora: quelo quitti, questo

quisti, dell’antico milanese; quell qutf, cavél caoij, quest quist, veé vie, e pett peto, pi. pett e pitt, del mil. od.; p%s$ pesci, voce del contado (comasco) Mt.; un mes, i mis, a Margno in Valsasina (Tremenico: un mes, i mls); dutr àitri (e ditre) piem.; ecc.

  • Valtellina orientale; in Vel chèmp, Biond. 39; cfr. p. 290 (n. 123).

4 All’incontro: <fant Bellinz.; fdne in alcune terre del lago (com.), fanciaS Mt. [p. 295 modifica]§ 2. Ladino e Lombardo. B. n, 1. Continuatori di dn-rcons., e di àn. 295 e per le valli ticinesi ne trovammo qualche vestigio in sino al Gottardo. Ora scendendo verso la pianura di Lombardia, avremo, dall’una parte, continuo Y-àn per -àn nella Bassa Brianza: pàn, càn, mdn; dall’altro, in un mio saggio di varesano rustico (Varese Castellanze): pen, grend, el doménda (ma: tant), e mene. E proprio nel piano, la varietà bustese, anche per altri conti assai preziosa, ora appagherà, nel più compiuto modo, la ricerca alla quale attendiamo, come si vede dalle serie di esempj che facciamo qui seguire»: [Busto-Arsizio] ANT: tento, intento, tenta pu tanto pili, tent affaccio (affatto), tent pizzi, par chento per quanto, chent tosann quante figliuole, piéntan*, marchenti, a cerchenti per i cu (cfr. *i frati cercanti’), ne ten pocco gho diamenti; inenzi, usenza, increenza, ftondienza abondanza, patronenza; ANCT: tut or sento di; AND: mén<fan, domendo, comenda; ANC ANG: almenco, enchi anche, nenchi, senghi; e ugualmente nel gruppo labiale AMB: in schembio, ighembù Dinanzi a ogni altro nesso Ya rimane puro: guarda, spalla, caparra^ e. persino pagn panni, e sti agn; solo eccettuandosi piezza y che può avere suoi particolari motivi (cfr. p. 121 e ’Bormio’). Ora alla forinola AN: pen ì chen, domen, lonten, nostren nostrani, Milen, [gren che], E puro all’incontro ogni altro d fuori di posizione: cara, paar pare, tósi!, casi* padri padre, carità, flà; infin. giugà ecc., partic. trovà ecc. 3. È un’apparente eccezione quella di fei fatto, trei tratto (e quindi stei e andei), in cui s’ha veramente T assimilazione *aj et; cfr. il pres. §, n, 6. 1 I miei testi bustesi son due saggi poetici moderni, inseriti in Ch. E. S. Ili 26 [14], sotto T intitolazione: ’Dialetto bustese rustico’. A questo dialetto ritorniamo più innanzi, nel presente paragrafo, II, 4. 6. 7. E cfr. f Bregaglia’ num. 1-2. 1 Questo esemplare è pur sempre del milanese urbano, con Ve pur nelle forme di prima àtona. Quindi Ch. nel toc.: pientà, pientàda, ecc.; e nelle poesie del Porta: e’I me piànta li, piénten, spiénten.

  • Notevolissimo il participio del tipo ladineggiante: impiastrouu (che leggeremo:

-sfrti), gomitouu, falouu, taccou (cfr. i preced. spogli di questo §), il quale si alterna, in uno dei saggi, col tipo milanese che nel testo addu^ ceramo. Veniamo del resto quasi a coincidere, ma non vorremmo qui pure confonderci, coII’-om dei participj genovesi (vedine i Saggi liguri). Di un esemplare solitario in cui la formola -dna si continua al di qua dell’Alpi per -dna ecc. (cfr. aun allato ad em nelPEngàd.), esemplare che avemmo anche in ’Brègaglia’ n. 5-6, e ritorna pure in Valtellina, veggasi la p: 122 in f., e Diez less. II a, s. ’pialla’, confrontando la nota che ora segue. Il termine sardo addotto dal Diez, è peculiare alla Gallura. [p. 296 modifica]£96 Ascoli, Saggi ladini, L Ma dalle sorgenti dell’Adda, o dai confini dell’Engadina, noi siam cosi arrivati, con questi turbamenti dell’ó di *àn ed *ànt ecc., al contado milanese, a rasentar cioè il territorio dei dialetti che dicono emiliani, nel quale ritroviam facilmente che Yà delle medesime formolo si turbi, se pure ciò avvenga in modo diverso; e veramente si tratta di un medesimo principio alteratore (cioè della nasale, che altera Va, od anche un’altra qualsivoglia vocale, da cui sia preceduta), il qual principio potrà da ulteriori indagini essere mostrato in attività continua, per estensioni più o men larghe, dalle scaturigini del Reno in sino al confine marchigiano. Noi qui dobbiamo contentarci di addurre esemplari pavesi, quali son pdn lontdn, n-dnca, on comdnd, intdnt, che in realtà non tanto si avvicinano agli analoghi esempj di Busto che testé sentimmo, quanto da tali ortografie parrebbe, ma pur ci rappresentano correttamente la continuità del fenomeno alla quale alludiamo *. 2. Un’altra vena, che già avvertimmo come più volte s’intrecci con la precedente, ora ci mostrerà poco diverso giro, li! la vena delFe da à che sia fuor di posizione e non dinanzi a nasale. La trovammo abondante nelle varietà bormiesi, a oriente dell’Alta-Engadina, cioè del territorio che ne è tutto penetrato, e più ancora abondante per la valle della Mera/ a occidente del territorio stesso. Nella valle dell’Adda, a occidente dei bormiese, sarà per avventura più ricca di quello che a noi per ora sia dato di vedere; ma intanto abbiamo, nella parabola di Grosio (cfr. pag. 294), oltre chè casa (la cui ragione può esser diversa da quella del sinonimo chiè di Traona, Mt.), i participj: ramascè, majè 9 scomensè, pechè, consumè, tornò, resuscitò, domandò (allato a trovà, copà ecc., pure participj), ed a Brusio sentivamo 1 V. pel romagnolo, la nota a pag. 293-4. In un saggio che par di Vigevano, e bene è diverso da quello che si cita a pag. 297 n. 4, ma ò pur sicuramente di quella provincia, leggo: pion piano, quont, intontì inonz % % gigont^ quond, ecc. Pure nell’Alta Brianza abbiamo Vd ìuq per le formolo di cui ora si parla. Così tra i saggi di Bosisio ed Oggiono che mi fu dato raccogliere nel Seminario teologico di Milano: pon, twgn, tgnt, qugnt, gronda gnc (a Oggiono quest’o anche per l’*-d dell’infinito: purtg tiro, crompg; partic: purtd ecc.). E insieme raccoglievo da Saronno, che resta fra la Brianza e Busto Arsizio: pón, món, tónf, grdnd> dnca (e sd sale). [p. 297 modifica]§ 2/ Ladino e Lombardo. B. u, 2, Continuatori di rf. 277 costante V e = *d negl’infiniti (vedi ’Poschiavo’) *. Intorno al lago di Lugano avemmo ancora assai copiosa questa vena, con le cui propaggini risalivamo sin al Gottardo; e riappare nella Bassa Brianza, dove sono esempj-tipi: andce andato, guarda guardato, sce sale, race male, fossce fossato (Ch. voc. V, 290) 3. Forse un giorno si estendeva, come le ortografie direbbero, alla stessa città di Milano 3; e varcajo il Ticino, una parafrasi vigevanasca della Parabola ci darà: che r’ha mandae che lo ha mandato, buttae in snoggion, i ho pcae, r’ho trovae, pussee d’cent voeult basae più di cento volte baciato, ansiatae ansietà

  • . Ma qui già siamo quasi agli avamposti emiliani, come ai

precursori, se vogliam parlare per via d’eserapj, dell* e piacentino di mitce strce metà strada, s’è tornce a nuvlce si è tor1 II Monti attribuisce aitèe, andato, al dial. d’Àlbosaggia, ed è voce che egli prende dalla rispettiva parabola (voc. 2. 413). Ma dev’essere tin esemplare illusorio. Ha poi nel supplem. (88): bini e resiié vaiteli., dare e prendere (ricevere).

  • Tra Carate e Seregno, sempre Bassa Brianza, io sentii: pen, andè pto.

(fem. anddda), e gl’infin. mangi, purt§. Per l’Alta Brianza v. la n. a p. 296.

  • Dura cioò, nelle scritture milanesi, Ycè per a in sino alla seconda mete

del secolo passato, e trattasi appunto deli’ et che sia fuor di posizione e non dinanzi a nasale, con la distinzione caratteristica di aversi Ve (ce) nel participio e non nell’infinito, che ò l’inverso di quello che accade nel piemontese. Cosi, per citar due sole tra le mille scritture, in un ms. della prima metà del XVIII sec. (Ch. E. S. Ili 27, f. 256): cheterà, paes pace, andaeva, pietae tirae tirato, tuff magonée; ma all’infili.: abbandonò, basò; — e in una stampa del 1760 (Badie di Meneghitt): temperai, Provenzali, allato a man, Pado~ ohm, ecc; ptc. anda, informa, allato agi’ infili, menà, aUà, ecc. Senonchè, tacendo dei particolari indizj che in ogni modo porterebbero a credere, aver queste ortografie sopravissuto alle pronuncio dalle quali derivavano (cfr. Ch, voc. V 258, 291), sarà anzi lecito dubitare se mai quell’e (ce) abbia sinceramente rappresentato la pronuncia milanese. Poiché, a dir brevemente, nessuna traccia ne vediamo nella più antica fonte, cioò nelle scritture di Bonvicino; nessuna nella pronuncia odierna; e nei versi milanesi che sono fra le Rime di Gio. Paolo Lomazzo (stampa del 1587) s’incontra esclusivamente lo schietto a: compagn giurà, costor tan coronà. Altro forse non è mai stato Ve per d delle scritture vernacole di Milano se non una imitazione del vezzo rusticale, il qua! poteva aver qualche propaggine fra il minuto popolo della città. Comunque, una base reale il fenomeno ha avuto di certo, e andava qui ricordato, e non sarebbe indegno di qualche indagine ulteriore.

  • Il mio testo è in Ch. E. S. III 23, f. 393 sgg. Uae pure in un infinito:

l’ha face mas me, ma dovrebb’essere un errore di scrittura o un idiotismo di sintassi; cfr. andà, a sta sù ecc., e la nota che precede. — In un saggio di Golasecca: ctignè cognato. [p. 298 modifica]298 Ascoli, Saggi ladini, I. nato a nuvolare, ecc. *; ed ancora abbiamo un filone clip va da oltralpe in sino alla Cattolica *. 1 Uae, <tra l’a e la e, ma più vicino a quest’ultima, pronunziata alquanto aperta’, del bel saggio piacentino che e nella Raccolta di dialetti italiani dello Zuccagni-Orlandini (Firenze, 1864). 9 Io non so se alcun glottologo siasi mai accorto, che l’è (ce), per d fuor di posizione (compreso -àn -<ma), occorre costantemente anche in una sezione del territorio toscano, ed è nell’aretino. Vi riconosceremo il fenomeno emiliano, che si propaggina, nella direzione da tramontana ad ostro, al versante occidentale dell’Appennino, e naturalmente si accompagna, come bentosto potremo vedere, con altri fenomeni che dell’Emilia son proprj. Del qual nesso tosco-emiliano mi riserbo poi a riparlare altrove, sempre attingendo ad una fonte che anch’essa mi è schiusa dalla diligenza del Cherubini, poiché è merito suo se l’Ambrosiana possiede una bellissima copia del Voca- * bolario aretino del Redi, che tuttora è inedito e sarà pubblicato in quest’Archivio. Ivi non s’incontra facilmente Ve (ce e) per d, chi si limiti a scorrere la serie alfabetica degli articoli, standosi in questa le voci aretine come purgate della loro impronta plebea. Ma all’incontro ne abondano gli esempj nei passi di scritture aretine che si adducono sotto le singole voci. Avremo intanto nella serie alfabetica: fleto, e larga, fiato (allato a fleto, e stretta, fetore); petteZe Spettale, armatura per difendere il petto; chiabaldena c voce della plebe più bassa’, = chiabaldana, uomo da poco, da nulla; frematere f remitare; mete, prima e larga, voce contadin., madre, e analogamente pete. E nei testi citati, sotto le voci che indico, avremo tra gli altri: artrov?r s. amatupire, batter s. aretina, der s. benedizia, lavcr la bucheta s. bocata, canter a. bregliecare, andere s. bulicame; sfidato s. aramentare, nginocchieto s. benedizia, porteti 8. bigone, serbeto e. borscello, stermeneta s. borscia; chen s. boccheone, pen s. bruodo, denta pass.; bestiele s. amirare, carnovel s. bregliecare, V arporto al caporele s. arporto (rapporto); feve s. bagiane, se cheva s. BefTania; breche s. amirare, lumeche s. arustire, drego s. beschia; chepo s. afatare. Ragion diversa può avere Ve di eria ( # airia?) aria, cfr. eria pur nel montalese (Pistoia, ma solo nel modo avverbiale alVeria; Ne-t rucci, Saggio di vernacoli toscani, Milano 1865, pag. 6. 31), che è un dialetto al quale è estraneo il fenomeno di d in e, poiché andea, andava, che ancora per esso fu addotto, è un esempio illusorio. — Intatto all’incontro, nei riflessi aretini, Va in posizione: altro s. ei; caldo, grande, flambé, tutti s. flamba, quando s. fraschetta, canta 8. bregliecare; panno s. baregno; ecc. Ma: piegge spiaggia, o salita poco rapente, cfr. p. 295. [p. 299 modifica]§ 2. Ladino e Lombardo. B. 11, 3. 4. Continuatori di al+ cons., di óss ecc. 299 3. Un altro fenomeno pel quale il gruppo lombardo radicalmente si congiunge col ladino, ed entrambi poi si rannodano col piemontese, il provenzale ed il francese, è il costante turbamento labiale dell’ó nella formola AL + cows 1. Non c’è bisogno di spender qui parole a dimostrare, come i diversi riflessi di questa formola convergano a quella figura che vedevamo cosi spiccata nel soprasilvano (àult ecc., n. 10-11), e possiamo limitarci ad una breve raccolta di esempj per le serie lombarde, ALT; mil.: ólter 2, olzà alzare, molta, solt soltà; comasco, bergam. e ant. mil. olt (mil. od. v-olt), alto; bergam. òter % vaiteli. tiro Mt. app. 77, altro, ind-oltr-ù ib. 52, altrove. — ALD: mil. cold coldéra caldaja; folda. — ALC 3: mil. fole falce (cfr. fols basso-bresc, mannaja de’ macellaj, Rosa. 33), vaiteli, pos-folcc c braccio che maneggia falce o altro istromento immanicato’, Mt. app. 84, mil. i colz, descolz, colzà ecc. Notevole per la caratteristica del bormiese ch’esso non partecipi di questa alterazione. % 4. Tra i fenomeni che noi spiavamo con qualche cura negli spogli cisalpini che precedono, era il rompersi dell’o in posizione (n. 56). Questo frangimento, che si manifesta con particolare abondanza fra le varietà ladine, non intacca, nel dialetto milanese o nel torinese, per dir solo di questi due, se non alcune poche forinole, come a suo luogtf potemmo additare (OL[L]J, OLT; OCT; p. 251 n.). All’incontro riuscivamo a vedere, nelle varietà ticinesi e verbanesi, rompersi l’o pur nelle formole ORT ecc., riconoscendovi la continuazione o le propaggini del fenomeno ladino. Ed ora non sarà superfluo che si avverta, come v’abbia qualche traccia di maggior diffusione di questo accidente nella Lombardia superiore; che è in ispecie Yó brianzolo nelle formole OSS OSTR, circa il quale cosi c’informa il nostro Che4 Esclusa sempre la formola ali. E v. ancora ^Ladino e Veneto’.

  • Simili forme oggi in parte più non si odono, in Milano, se non tra il

popolo minuto. Ma è quasi superfluo soggiungere come occorrano nelle scritture milanesi, bergamasche ecc., di tutte le età. Per gli esemplari che si ricavano dai più antichi saggi, v. il C. VII, e in ispecie Mussafià, Darstellung der altmailàndischen mundart nach Bonvesin’s schriften, rendic. lix, 6.

  • Per la formola ALS non mi sovviene alcun sicuro esempio. Chi può meglio

di me vedere come si usi il vaiteli, fós che il Monti (app.) traduce per ’avido’, giudicherà se vi si possa riconoscere *fals-; cfr., pel tacere di l, una forma valtellinese addotta s. ALT. [p. 300 modifica]300 Ascoli, Saggi ladini, I. rubini (voc. V291): ’Le yoci italiane desinenti in osso, che in Milanese cangiansi in oss 9 escono in oeusc [ós] o ceuss cosi ’nell’Alta come nella Bassa Brianza: p. e., posso pceuss, grosso f groeusc, dosso doeusc. Nell’Alta Brianza fin la voce milanese

  • appós (dietro, post) assume questa pronuncia. I Rovagnatesi

’dicono appceiis. Pari mutazione accade nelle più delle voci desiunenti in ostro: p. e., nostro.nceus* Alle quali serie brianzuole non potremmo, senza mancar di cautela, aggiungere esempj sul taglio del milan. rust. eòe cotto, essendo pressoché certo che vi si abbia, per mera diffusione analogica, Vó di quelle forme in cui sussegue consonante scempia (cós cuocere, ecc.); nè vorremmo senz’altro aggiungerci l’esemplare per dnc = ONC che ci è occorso in un vecchio saggio bormiese, poiché si tratti di un dialetto che ha sue proprie ragioni isteriche; ma ben gioverà notare, in relazione a quanto già più volte ci accadde riflettere sul dittongo che appar proprio del solo plurale mascolino (cfr. ’Poschiavo’, num. 50-6), come Yó non ci occorra nel possessivo bormiese se non al plurale ( f Bormio’, num. 56), e come pur nella Brianza, per quanto mi è riferito da alcuni giovani studiosi, nativi di colà, ben duri sempre il mi póss io posso (per la qual voce son da considerare, come testé si avvertiva per cóà 9 i tipi póda ecc.), ma all’incontro gròs e rìòst ecc. tendano a limitarsi, se pur già non sono limitati, alla sola funzione del plurale. Altri indizj, più o meno spiccati, di particolari convenienze tra la favella lombarda e la ladina ed altre contermini, sempre in ordine alle vocali, qui ci è forza trasandare «; e solo ancora toccheremo dell’0 per f nella forinola -INO -INA, e per Vi nell’iato. Avverte il Cherubini (voc. V 253-4), che in addietro si dicesse e scrivesse nel dialetto di Milano: quajcossorenna (*qualcosolina), fiorentenna, vercellenna, ecc. Da un nativo di Busto Arsizio sentimmo: ven 9 materia; e dai testi di 1 Ma non posso tacere di un esempio di propagginazione regressiva, che riconosco in una voce importante e come caratteristica del particolar nesso oude vanno tra di loro congiunti quei gruppi neo-latini ai quali più specialmente qui miriamo. E la voce per c aqua’; onde avemmo V augna di cui a pag.211, e augue aigue nell’ant. frane, aigua provenz. (che al Diez, IIP 146, par sempre figura strana); ed aigua a Brescia (vocabol. del 1759, Rosa), tigna egua in alcuni luoghi del bergamasco (Tirab. s. f aqua’), èva *ai[g]ua piemontese. Circa ati- ai?- «i-, v. per ora la p. 237. [p. 301 modifica]§ 2. Ladino e Lombardo. B. u, 5: p/, fi, ecc. 301 quel dialetto raccogliemmo: quatlren, visen, moren molino, a ra fen, on tanten, leten latino, scritturena. In Val S. Martino (bergam.) dicono galena, materia, cósena cucina (Rosa), e dal cremonese vedo addursi: vioulèen, barnbèen. Nel bergamasco, per dir solo di questo dialetto, è poi continuo il fenomeno di e per % nell’iato: carestea, alegrea, (Marea), ostarea, malatea, compagnea (Rosa, 90). Ora non mancano, si per l’una e si per l’altra serie, analogie notevoli fra le varietà ladine de’Grigioni, anche aggiungendosi, per la prima, la concorde geminazione della nasale, come può per ogni parte vedersi ai n. 33 e 36 dei rispettivi spogli, e qui pure c’incontriamo con la favella emiliana f. Ma, per limitarci all’/ in e 9 se in ispecie guardiamo alla qualità della formola in cui il fenomeno si compie, propenderemo a credere, che, per la Lombardia, esso piuttosto si propaggini dalle rive del Po che non dalla zona delle Alpi a. 5. Passando poi alle consonanti, incomincieremo da uri carattere che non consiste nel convergere delle alterazioni, ma si nell’aver comune la schietta conservazione di un antico elemento, e alludiamo al l delle formolo PL, FL, ecc. (n. 114 ecc.); Per vero, due obiezioni si posson facilmente presentare a chi voglia dedurre argomenti di speciali affinità dai fenomeni in cui d’altro non si tratta che di particolare integrità latina, l’una d’ordine cronologico, l’altra d’ordine corografico, e nel caso presente esse possono, a prima vista, parer valide entrambei Poiché se risaliamo ad antiche scritture, vien da opporre, che a un certo punto i medesimi caratteri devono ricorrere egualmente in tutte le favelle che fanno capo alla lingua di Roma; e se adduciamo saggi odierni da regioni più o meno appartate, sorge il dubbio che la miglior conservazione non da altro si debba ripetere che dal restare più intatto l’antico patrimonio nelle terre segregate e come riposte. Senonchè, mirando principalmente al caso nostro, imprima si risponde, sul partico1 Cfr. Mussàfià, Darstellung der romagnolischen mundart, rendic. lxvu 660-1, §§25.31.

  • Nei più vicini vernacoli emiliani, r-en=*-tn oggi si trova affetto di alterazione

terziaria (piacent. domattéin ecc., cfr. béin bene; pav. spéi spino, cfr. bèi bene), ma ancora si sente schietto anche nel riflesso pavese di -ina: matténa eco [p. 302 modifica]302 Ascoli, Saggi ladini, I. lare delle antiche scritture, che nei documenti contemporanei di molte altre contrade italiane trovasi ormai dileguato questo fenomeno d’integriti romana; onde surge sempre il quesito, cosi per questo accidente, come per altri consimili, del perchè le forinole latine abbian potuto mantenersi incolumi, sopra intere Provincie, per un maggior numero di secoli che in altre non potessero. E per quanto in ispecie concerne le varietà dialettali in cui il fenomeno oggi ancora si mantiene, che in questo luogo è quanto dire le varietà lombarde in cui ancora risuonano le formole pi fi ecc., non va di certo trascurata la loro giacitura topografica; ma se dall’un canto consideriamo, come le stesse varietà non vadano già immuni da profonde alterazioni fonetiche, ma anzi in parte sopravanzino la generale alterazione che soffrono i suoni latini in favella lombarda, e dall’altro consideriamo la persistenza del fenomeno nelle antiche scritture di Lombardia e nelle adiacenti favelle ladine, e finalmente ricordiamo come la presenza di esso fenomeno in favelle tuttora viventi non punto dipenda da particolari condizioni di territorio, poiché, a cagion d’esempio, nel Friuli o nella Francia lo incontriamo ancora continuo dalle Alpi al mare, è pur forza conchiudere che la giacitura topografica altro qui non fa se non favorire la permanenza di un carattere che entra esso pure, comunque faccia parte del patrimonio comune, fra i criterj di quell’affinità speciale, che in fondo si risolve in un’affinità etnologica. E venendo agli esempj, quanti attendono all’istoria delle lingue romanze hanno ben presenti le serie che si ricavano dalle scritture lombarde dei secolo decimoterzo e del decimoquarto, di quelle scritture in cui accade incontrare un verso come questo: romani più fregia cha la glaza rimango più fredda che il ghiaccio del quale si può quasi dubitare se sia ladino, provenzale o lombardo. Ne offriamo più innanzi qualche saggio *, e per ora ci

  • C. VII. Qui va in ispecie considerato lo spoglio fonetico delle scritture

di Bon vicino, fatto dal Mijssàfia, nel luogo già citato, sopra la edizione del Bekker (L850-1). Ma se la critica pud ammettere con piena sicurezza che pi ci ecc. si continuassero in que’ tempi pure in dialetti lombardi che oggi ne sono alieni, giova però non dimenticare come questi nessi più a lungo durassero nella scrittura che non nella pronuncia, e come in ispecie nelle — [p. 303 modifica]§ 2. Ladino e Lombardo. B. 11, a: pl % fl y ecc. 303 facciamo senz’altro alle serie che sopravivono, e sono per avventura più numerose che non si soglia imaginare: Valtellina 1 (Mt. voc. e app.): piata lastra, plàisc (Albosaggia) piange, cfr. p. 164, num. 152, plée pieno, plòja; sgonfià mucchio di neve. Cui si aggiungono, con vocale certamente inframmessa: stabel stalla, ràscolo róscol (sic; voc. 207, app. 89) *rastl, rastro, tridente, e insieme dovrebbe andare, se non rimanesse qualche dubbio circa il frammettersi della vocale: jòngola (app.; nel voc. si attribuisce a Bormio), correggia, striscia di cuojo che lega il giogo alle corna dei buoi, cfr. juncla, giuncla, suncla, nei dial. grigioni (Car. nachtr.), striscia di cuojo per condurre gli animali, correggia, posch. giòngla Mt., veron. rust. dóncola (cfr. § 4). La inserzione della vocale è per sè manifesta in ràscol-, poiché il suo c rimonta al nesso ti (cl = tl> cfr. il num. 120n. e Tit. raschiare = *rastlare, Studj crit. II, 105), ed ha le sue prossime analogie nei valtellinesi vérom (=t?értn, serpe, biscia, app. 123) e zèmbola, milan. zémbol, pollone, genimula, in cui il b attesta la fase del nesso (gem’la ecc., cfr. num. 155) 9. Val Gandino (Rosa 93, Tirab. 31 e ai rispett. artic), è una valle bergamasca, nella quale abonda, forse più che in ogni altro territorio di Lombardia, il fenomeno a cui attendiamo 5. Ivi si odono: pia piano, copie, od anche nelle imitazioni delle più antiche scritture, accadesse perciò che V amanuense, o 1* imitatore, venendo, nelle età successive, a scriver frequentemente, e per corretta ragione, pi ci ecc. per pj è ecc. della propria sua pronuncia (pidzer=pldzer, mdcia = màcla y ecc.), finisse per introdurre il nesso pur dove il suo pj è ecc. non proveniva da pi ci ecc. nò quindi poteva risalire a queste figure nelF antico vernacolo. Così si spiegano sapla per saputa, clera per etera, e simiglianti (cfr. Mussafia, rendic. xlvi 122, ux 12), e vale T osservazione anche per le scritture veneziane, di cui tocchiamo al § 4. Per ultimo si possono ricordare in questo luogo i ve g Ioni e le veglonae di Lombardia, che entrarono nel less. del Du Gange, cfr. Gh. voc. s. ( veggion’. 4 Non comprese, che s* intende, le varietà bormiesi, nò le poschiavine, di cui vedi a suo luogo. 9 Per analogie ladine può vedersi la prima nota a p. 49, e quadra in ispecie il soprasilv. affel (*affl afflo) trovo,- Rom. 7,18. 3 È però assai notevole, che nessun esempio per cZ- (= ci- lat.) ci sia offerto dal Rosa, e nessuno dal Tiraboschi che sia speciale a Val Gandino, come non ce ne è dato pressoché nessuno per la Valtellina {plif% clivo, costa montagnosa, sarebbe comune ali* italiano) e nessuno per Idro, di cui v. appresso. Non è di certo mero caso, né il solo indizio che mostri primo ad alterarsi il nesso c/, come all’incontro l’ultimo a cedere è pi. Già nella lezione in cui sono a noi conservate le scritture di Bonvicino siamo per questa parte alle condizioni medesime che oggi ci Offrono le valli lombarde; vale a dire: pi [p. 304 modifica]304 Ascoli, Saggi ladini, I. pianta, plang, piazza, pie pieno, plomb, plU, flama, fiat, flood, liane, blascià biasqiare (posch. blassà Mt., cfr. Diez less. s. v.), glas (glaso’) y inglutì. In altre valli bergamasche (Brembana, S. Martino, Tirab.) abbiamo gler, glir, ghiro; plach (Val di Scalve, Rosa 54) # planc, travi rozzamente riquadrate, plecia (in alcune di quelle valli, id. ib.)

  • plecta, coltrice, cfr. friul. plete. Il Bressano, di cui si hanno saggi

bergamaschi a stampa del 1574, ancora scrive cinz chiudere (Tirab.); e ali* odierno bergamasco rimangono cliisùr del fùren, piastra che chiude la bocca del forno, clógia, chiusa che si forma per raccogliervi dell’acqua; oltre clos clossa chioccia, e quindi clossd cJossdda, gldndol (allato a gdndol 4 ) nocciolo, flaèl (V. di Scalve: flèl) «"flagello-, coreggiato, cfr. pag. 284 n. 3 e Mt. voc. xix 2; a tacere delle combinazioni interne, come per es. in pabel pabol *pabl, panico selvatico, peloso, rimpetto al pabbi del milanese (cfr. le serie di Valtellina). Finalmente, dalle valli bresciane (Rosa): ploff, fioca, plans, piove, fiocca, piange, eserapj del dialetto d’Idro;- gler ghiro, Valle Trompia;- in-ecli immiserito (cfr. brianz. gecchìi ecc. C«. voc.V296), Val Camonica Superiore;- e dal basso-bresciano: plaita, contesa di parole, cfr. pag. 81, esemplare di cui partecipa, ed anzi in doppia figura, pure il vocabolario milanese: pldit guajo, pléit piato, litigio. 6. Rimane ehe si tocchi di alcune alterazioni e di qualche dileguo di consonanti, sempre in ordine al particolare scopo del presente discorso. Hanno speciale importanza le modificazioni e il dileguo dell’antico N; ma giova all’economia del nostro studio che se ne tenga conto altrove (II, 1). È poi di molto momento quella digradazione dell’antico CT {jt,jtj, c), che gii fu a noi subjetto di particolare indagine (p. 83) e si incontra, con varia estensione, in favella ladina, nella lombarda, nella pedemontana e nella ligure, per qui non dire di più rimote Provincie. Ma raccogliendo ora le nostre fila (cfr. il num. 172 dei diversi spogli), non sarà inutile notare, come la più antica fase dell’alterazione (jt; p. e.: fajt[o]) mal più s’incontri nella hi fi costantemente intatti, ma ci di regola ridotto a semplice palatina (giàmando = camando = clamando, ecc.); e vi occorre cosi ridotto anche gl. 4 In questa forma si perde per dissimilazione il l della prima sillaba (♦glandola); cfr. § 3 b, iv a, 4. 9 ol flacel, tributa, in un antico glossario latino-bergamasco, pubblicato dal Grion nel terzo voi. del Propugnatore. [p. 305 modifica]§ 2. Ladino e Lombardo. F. 11. 6. Consonanti alterate ed elise. 305 schietta favella ladina; laddove riuscivamo a sentirla nella regione ticinese (p. 265), e la vedemmo tuttora predominante in più d’una valle dell’alto bacino dell’Adda (p. 284, 291). Appena è d’uopo rammentare agli studiosi, come già prevalga, nei più antichi codici lombardi, l’ultimo esito della evoluzione, cioè la esplosiva palatina 1; e perciò sono tanto più preziosi quegli esemplari odierni, che ancora si conservano, in ischietti vernacoli di Lombardia, allo stadio AeWjt*. Già uno se ne addusse a p. 265, tui per ora si aggiungano: truita tructa (trota), sul lago d’Iseo 3, peit bresciano (poit in Val Càmonica Super.) =pec mil. e com., mamme delle b’estie (Rosa), e pure peinà *peitnà (mil. peéenà), che trovo in un elenco di c voci usate in Valsasina’; insieme ricordandosi fei trei e simili, di cui toccammo a pag. 295. Ma l’alterazione a cui precipuamente in questo luogo miriamo è il dileguarsi del d primario e del secondario, tra vocali, in varietà lombarde oggi ridotte a confini più o meno modesti; dileguo che ci riporta, quanto al principio, ed anche per particolari coinci* denze, al fenomeno ladino cui dedicammo il n. 203 dei rispettivi spogli. Già ricordammo Yaris del mil. rustico (p. 256), vaiteli. rais; ed è caratteristico a questo riguardo il mil. miolla midolla, che ancora il Maggi adoperava, e coincide, per tacer del 1 Così: dispegio dispetto, benedegia benedetta, ecc., ved. il C. VII; e dal «Volgare Eloquio* di Dante: del mes d’ochiover, - cfr. «Val Bregaglia’ (p. 279) e ogena, ottava (come xinquena, settena ecc.), in Bonvicino. Ma qui non sarà forse superflua, quasi a complemento del num. 172 degli spogli che precedono, una breve serie di esempj odierni, poiché non pare che si soglia a bastanza riconoscere la estensione e la durata del fenomeno. I seguenti esemplari, quando non sia avvertito altrimenti, sono comuni, per non dire di altri dialetti, al milanese ed al comasco: conficd *confectare, dar la concia alle pelli, lucd *luctare, piagnucolare; com. rucd cfr. p. 265; lac y lec; noè (com* nocd pernottare ecc.); mil. piciira ecc.; pécen; sue suca tec trac c tratto r, term. di caccia o di pesca; vicura;- mil. onc uncto- (com. oned *unctare, oncum oncura), mil. pónca prora (cioè «punta’; com. pone punto, poned cucire); mil. strec e sirene, strenco *stri[n]ctore- strum. de’falegn. (com. strenteria strettezza, avarizia); brianz. vene *vi[n]cto- Ch. voft. IV (giunte) 137, e lencd lencdss-gOi lisciare lisciarsi, veramente «leccare’, cioè *li[n]ctare; ed in Valsasina: sencol *sanct-ólo-, imagine d’un santo. 9 Che è stadio normale nel piemontese, cfr. p. 251 n. 1 torentina: la troyta y ha il gloss. lat.-bergam. citato nella pag. che precede.

  • Di s e S in Lombardia, v. C. II, § 1.