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§ 2/ Ladino e Lombardo. B. u, 2, Continuatori di rf. 277 costante V e = *d negl’infiniti (vedi ’Poschiavo’) *. Intorno al lago di Lugano avemmo ancora assai copiosa questa vena, con le cui propaggini risalivamo sin al Gottardo; e riappare nella Bassa Brianza, dove sono esempj-tipi: andce andato, guarda guardato, sce sale, race male, fossce fossato (Ch. voc. V, 290) 3. Forse un giorno si estendeva, come le ortografie direbbero, alla stessa città di Milano 3; e varcajo il Ticino, una parafrasi vigevanasca della Parabola ci darà: che r’ha mandae che lo ha mandato, buttae in snoggion, i ho pcae, r’ho trovae, pussee d’cent voeult basae più di cento volte baciato, ansiatae ansietà

  • . Ma qui già siamo quasi agli avamposti emiliani, come ai

precursori, se vogliam parlare per via d’eserapj, dell* e piacentino di mitce strce metà strada, s’è tornce a nuvlce si è tor1 II Monti attribuisce aitèe, andato, al dial. d’Àlbosaggia, ed è voce che egli prende dalla rispettiva parabola (voc. 2. 413). Ma dev’essere tin esemplare illusorio. Ha poi nel supplem. (88): bini e resiié vaiteli., dare e prendere (ricevere).

  • Tra Carate e Seregno, sempre Bassa Brianza, io sentii: pen, andè pto.

(fem. anddda), e gl’infin. mangi, purt§. Per l’Alta Brianza v. la n. a p. 296.

  • Dura cioò, nelle scritture milanesi, Ycè per a in sino alla seconda mete

del secolo passato, e trattasi appunto deli’ et che sia fuor di posizione e non dinanzi a nasale, con la distinzione caratteristica di aversi Ve (ce) nel participio e non nell’infinito, che ò l’inverso di quello che accade nel piemontese. Cosi, per citar due sole tra le mille scritture, in un ms. della prima metà del XVIII sec. (Ch. E. S. Ili 27, f. 256): cheterà, paes pace, andaeva, pietae tirae tirato, tuff magonée; ma all’infili.: abbandonò, basò; — e in una stampa del 1760 (Badie di Meneghitt): temperai, Provenzali, allato a man, Pado~ ohm, ecc; ptc. anda, informa, allato agi’ infili, menà, aUà, ecc. Senonchè, tacendo dei particolari indizj che in ogni modo porterebbero a credere, aver queste ortografie sopravissuto alle pronuncio dalle quali derivavano (cfr. Ch, voc. V 258, 291), sarà anzi lecito dubitare se mai quell’e (ce) abbia sinceramente rappresentato la pronuncia milanese. Poiché, a dir brevemente, nessuna traccia ne vediamo nella più antica fonte, cioò nelle scritture di Bonvicino; nessuna nella pronuncia odierna; e nei versi milanesi che sono fra le Rime di Gio. Paolo Lomazzo (stampa del 1587) s’incontra esclusivamente lo schietto a: compagn giurà, costor tan coronà. Altro forse non è mai stato Ve per d delle scritture vernacole di Milano se non una imitazione del vezzo rusticale, il qua! poteva aver qualche propaggine fra il minuto popolo della città. Comunque, una base reale il fenomeno ha avuto di certo, e andava qui ricordato, e non sarebbe indegno di qualche indagine ulteriore.

  • Il mio testo è in Ch. E. S. III 23, f. 393 sgg. Uae pure in un infinito:

l’ha face mas me, ma dovrebb’essere un errore di scrittura o un idiotismo di sintassi; cfr. andà, a sta sù ecc., e la nota che precede. — In un saggio di Golasecca: ctignè cognato.