Rime varie (Alfieri, 1912)/L'America libera, odi/Ode quinta

L'America libera, odi - Ode quinta

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L'America libera, odi - Ode quarta XXXVII. Come scriverà, d'ora innanzi, le sue tragedie

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XXXVI.1

Ode quinta.

Pace del 1783.

I.

Dolce concento di celesti voci2
Sparto aleggia sull’aura;
Dentro ogni cor piove felice oblio

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Che i passati martir quasi ristaura;3
Taccion le grida atroci
6Di guerra; e sangue piú non scorre il rio;
L’uomo all’altr’uom piú pio,
Per alcun tempo almen, tornato parmi;4
Secure5 ondeggian l’ampie mesti al vento;
E ripreso ardimento,
11Piú non udendo il romorío dell’armi
Torna il pastore ai carmi.6
Ma di sudor grondanti7
Per le lor fresche imprese, i Re pur veggio
Rasciugarsi le fronti alto raggianti,
Lena8 pigliando sul beato seggio.

II.


Quel dal Leopardo,9 che aggravar volea
Agli Angli suoi piú il giogo
E Albion10 conquistar nel nuovo mondo,
Il Britanno poter condotto al rogo11
Ha con tal voglia rea;
6Quel dal Giglio12 parer vorría giocondo:
Cosí il Batavo13 biondo
Cui da non guerra pur ridonda pace;
E in longanime orgoglio in van racchiuso,
Lo assediator deluso
11Della gran Calpe piú di lui tenace:14
Ma questa lega giace
Vittoriosa in pianto.

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Ben dell’armi sue prime andarne altera
Può l’America a dritto, essa che il vanto
Ritratto n’ha di libertade intera.

III.


Ecco squarciarsi la caligin densa
Che tarde etadi involve,15
E un vorace mostrarmi ardito fuoco16
Che schianta arde consuma e strugge in polve17
Una empia turba intensa18
6A far del servir nostro infame giuoco.
Ben forza è, ben, dar loco
A impetüoso turbine sonante,
Che da occidente con tal forza spira,
Che in suoi vortici aggira
11Le piú audaci superbe eccelse piante,19
E se le caccia innante
Là fin dove il mal seme
Nell’Asia come in suo terreno alligna.20
Sparito è il nembo che c’ingombra e preme:
Fede e virtú fra noi già si ralligna.21

IV.


Ma, oimé! qual sorge sull’immenso piano
Dell’oceàn che parte22
Dall’America noi, fero possente
Sovra negre ali immense all’aura sparte
Torvo Genio profano?23
6D’Europa ei muove; e baldanzosamente
La tempesta fremente
Che a noi salvezza e libertade apporta,

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Arresta ei sol col ventilar dell’ale;24
La cui possa25 fatale
11Dall’onde al ciel da un polo all’altro insorta,
Fa d’adamante porta26
Ad ogni aura felice
Che a noi mandasse occidental pïaggia.
Malnata forma, oh chi sei tu, cui lice
Far che ogni nostra speme a terra caggia?

V.


Tenebre i passi tuoi,27 l’alito è morte;
Occhi di bragia mille;28
Bocche piú assai, di fere zanne armate,29
Da cui di sangue ognora grondan stille;
Tutto orecchie, ma porte30
6Soltanto alle parole scellerate
Da invidia fabbricate;
Adunchi, innumerabili, sanguigni,
Rapaci artigli, all’accarnar sí adatti,31
A disbranar sí ratti:
11Oh chi se’ tu, che a rio tremor costrigni
Anco i cor piú ferrigni?32
E soli eletti pochi,
Cui di sangue disseti e d’oro pasci,
Tremanti a tua feral mensa convochi,
E satollar del pianto altrui li lasci?

VI.


Tu se’ colui, ben ti ravviso, e indarno
Cogli occhi torti cenno
Minacciando mi fai che il nome io taccia:33

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Tu sei quel mostro rio, cui vita dienno34
Pingue ignoranza e scarno
6Timor,35 che il fuoco il piú sublime agghiaccia
Con sua squallida faccia.
Dispotismo t’appelli; e sei custode
Tu solo omai di nostre infauste rive,
Dove in morte si vive;36
11Dove sol chi per te combatte, è prode:
Dove alla infamia è lode,
E i falsi onor sembianza37
Veston di sacra alta virtude antica;
Dove sol presta la viltà baldanza;
Dov’è sol reo quell’uom che il vero dica.38

VII.39


Che canto io pace omai? Fia pace questa,
Mentre in armi rimane,
Né sa perché, l’una metà del gregge;40
Tremante l’altra e dubbia anco del pane,
Stupida, immobil resta?
6Fia libertà quella che or là protegge
Chi assoluto qui regge?41

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Fu guerra questa, ove il cercarsi ognora
L’osti42 fra lor né il ritrovarsi mai,
Fu il piú atroce de’ guai?
11Ben féro:43 esser cagion perché l’uom mora
Può un’erba vil, che odora
Infusa in bollent’onda;
Bevuta, i corpi al par che l’alme snerva?44
Pur dall’ultima d’India infame sponda
Va l’America a far povera e serva.

VIII.


Maratona, Termopile, l’infausto
Giorno di Canne stesso,
Guerre eran quelle: e ria cagione il vile
Lucro servil non era; ove indefesso,
D’avarizia inesausto,
6Tutti scorrendo i mar da Battro a Tile,
Veglia il moderno ovile.45
Pace era quella, che d’Atene in grembo
Con libertade ogni bell’arte univa;
Dove a un tempo si udiva
11Di varie e dotte opinïoni un nembo. — 46
Ma in questa età, che è lembo
D’ogni bell’opra estremo,47
Qual fia tèma di canto? a chi secura
Volgo mia voce, mentr’io piango e tremo? —
«Ahi, null’altro che forza, al mondo dura!»48


Note

  1. La pace fra gli S. U. e la Granbrettagna, le cui linee principali vennero fissate a Versailles il 20 gennaio 1783, fu conchiusa a Parigi il 3 di settembre: l’Inghilterra riconosceva con essa l’indipendenza dei 13 stati Americani e per sé riteneva il Canadà: i confederati ebbero diritto di pesca sui Banchi di Terranova, nel Golfo di San Lorenzo e dovunque sino allora l’avevano esercitata per consuetudine. «Le canzoni sull’America che vorrebbero una giunta sulla pace conchiusa, per comporre una specie di poemetto, sono arrestate, perché io per alcun turbamento di spirito non sono niente in grado di poter fare questa giunta, onde aspettando o miglior vena, o l’impossibilità dimostrata di andar avanti, la tengo tuttavia in sospeso, ma essa le avrà certamente». Cosi scriveva il Poeta alla Marchesa Luigia Alfieri di Sostegno il 21 maggio del 1783; ma pochi giorni dopo si metteva all’opera, e l’otto di giugno condusse tutta d’un fiato l’ultima l’ode sino alla settima strofe: poi, la lasciò in disparte fino al 20, nel qual giorno la trasse a termine. Mi pare che questa sia di tutte cinque le Odi sull’America libera la piú densa di pensiero, la piú audace, la meno retorica e la meglio verseggiata.
  2. I, 1. Le voci degli angeli che cantano l’inno della pace, oppure le voci degli uomini inneggianti con felicità celestiale alla pace.
  3. 4. Ristaura, ricompensa.
  4. 8. L’A. era alquanto pessimista, ed aveva la convinzione che la sola vicendevole paura, non l’amore reciproco, governa le cose del mondo (Aut., II, 5).
  5. 9. Secure, di non esser piú calpestate dai piedi dei combattenti.
  6. 12. Ai carmi, alle usate canzoni.
  7. 13. Il discorso è tutto ironico: i re sudano non per le imprese che non hanno compiute, ma per la paura che hanno provata.
  8. 16. Lena, respiro.
  9. II. 2. Quel dal Leopardo, il re d’Inghilterra, cosí detto dal proprio stemma.
  10. 3. Albione, anzi Nuova Albione è il nome della costa N. O. dell’America Settentrionale o Nuova California.
  11. 4. Condotto al rogo, alla distruzione.
  12. 6. Quel dal Giglio, il re di Francia, vuole atteggiarsi a giocondo, ma non è, perché dalla pace non è derivato alcun beneficio per lui.
  13. 7. Il Batavo, l’Olandese.
  14. 9-11. La lotta fra la Britannia e la Francia si accese nel 1782 inforno alla fortezza di Gibilterra (Calpes); il 12 aprile, dopo infinite scaramucce, si venne finalmente ad un combattimento tra l’ammiraglio Rodney e il conte di Grasse, e i Francesi ne uscirono malconci. La Spagna prestò soccorso in questa occasione alla Britannia, sperando di aver Gibilterra; ma, a cose fatte, non l’ebbe, e dovette stimarsi contenta se le restò l’isola della Minorca e della Florida occidentale, che si era conquistata con le sue armi. — Piú di lui tenace, piú dura, piú ostinata degli Spagnuoli.
  15. III. 2. Involve, avvolge, circonda.
  16. 3. È questo il fuoco della rivoluzione americana, le cui idee di libertà e di eguaglianza stavano per essere importate in Europa.
  17. 4. Questo verso ricorda nel suono il dantesco (Inf., IX, 70):
    Li rami schianta, abbatte e porta fuori...
  18. 5. Intensa, nel significato di intenta.
  19. 11. Metafora per indicare i piú potenti sovrani d’Europa: cosí Dante (Par., XVII, 133 seg.):
    Questo tuo grido farà come vento
    Che le piú alte cime piú percuote....
  20. 13-14. A proposito dell’Asia e de’ suoi pessimi governi scriveva l’A. al cap. l2° del libro I della Tirannide: «... l’Asia in ogni tempo non solo non conobbe libertà, ma soggiacque quasi sempre tutta a tirannidi inaudite, esercitate in regioni vastissime; in cui non si scorge nessun vivere civile, nessuna stabilità, e nessune leggi, che non soggiacciano al capriccio del tiranno, eccettuatene tuttavia le religiose».
  21. 16. Si ralligna, risorge, ed è voce usata da Dante (Purg., XIV, 100):
    Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
  22. IV. 2. Parte, divide.
  23. 5. Genio profano, potenza demoniaca.
  24. 9. Sol col ventilar dell’ale, col solo agitar delle ale.
  25. 10. Possa, forza.
  26. 12. Oppone ostacolo insuperabile.
  27. V. 1. Tenebre i passi tuoi; dove tu passi, o dispotismo (vegg. strofa VI), ivi adduci le tenebre.
  28. 2. Dante (Inf., III, 100):
    Caron dimonio con occhi di bragia.
    L’A. immagina che questo mostro abbia mille occhi, perché il dispotismo tutto vuol vedere e scende nei piú profondi recessi dell’anima umana.
  29. 3. Le innumerevoli bocche stanno ad indicare l’insaziabile avidità del tiranno; perché grondino di sangue è facile capire.
  30. 5. Tutto orecchie; i governi dispotici han bisogno di spie che tutto ascoltino e tutto riferiscano. — Porte, ha il significato di aperte, volte.
  31. 9. All’accarnar sí adatti, atti a cacciarsi entro la carne, ed è voce usata anche da Dante (Purg., XIV, 22 seg.):
    Se ben lo intendimento tuo accarno
    Con lo intelletto....
  32. 11. Ferrigni, forti, robusti.
  33. VI. 1-3. Il tiranno ha paura di se stesso, e guai se qualcuno osa chiamarlo col nome che gli conviene!
  34. 4. Dienno per diedero è forma usata da Dante (Inf., XXI, 136):
    Per l’argine sinistro volta dienno.
  35. 5-6. Pingue ignoranza e scarno timor (cioè il timore che rende scarni) sono espressioni che richiamano il dotto vulgo e l’opulenza e il tremore dei Sepolcri del Foscolo.
  36. 10. Dove si vive una vita simile ad una continua morte.
  37. 13. «Il falso [onore] distinguerò dal vero, falsa chiamando quella brama d’onore, che non ha per ragione e per base la virtú dell’onorato, e l’utile vero degli onoranti; e vera all’incontro chiamerò quella brama d’onore, che altra ragione e base non ammette, se non la utile e praticata virtú» (Della Tirannide, I, 10°).
  38. 16. Cosí Perez, nel Filippo dell’A., sconta con la vita la colpa di aver proclamata e documentata l’innocenza di Carlo al cospetto del tiranno e de’ suoi cortigiani. In tutta la produzione lirica del nostro Poeta credo difficile trovar due strofe piú belle di questa e dell’altra che la precede, e piú efficacemente rappresentative.
  39. VII. Noi uomini del secolo xviii, dice l’A., siamo meschini in tutto, e perfino le parole han rimpicciolito il loro significato: chiamiamo stato di pace il permanere della tirannide da una parte, della miseria e della fame dall’altra; chiamiamo uomini liberi quelli che al di là dell’Oceano combattono per l’indipendenza degli S. U. e in Europa servono al dispotismo: guerra chiamiamo il ridicolo giuoco di due eserciti (il francese e l’inglese) che sfuggono ogni occasione di azzuffarsi: abbiamo infine perduta l’idea delle grandi cause della guerra, e oggi si combatte non per la libertà o per il desiderio di dominare, ma per l’importazione del thè. Questi pensieri trovano il loro compimento nell’ultima strofe, ove alle presenti guerre commerciali si oppone il ricordo di Maratona, delle Termopili e perfino dell’infausta giornata di Canne, alla presente pace la pace di Atene.
  40. 3. Il gregge, nel senso di uomini condotti ciecamente da una forza superiore: nell’Aut., (III, 9°), chiama armenti gli eserciti russi e prussiani che combatterono nel 1758 a Zorendorff.
  41. 6-7. Potremo noi chiamar libertà questa che là in America è protetta da chi in Europa governa dispoticamente?
  42. 9. L’osti, gli eserciti.
  43. 11. Féro, fecero.
  44. 14. Veramente il thè, produzione speciale della Cina (l’ultima d’India infame sponda), non isnerva i corpi, ma è un eccitante, come il caffè.
  45. VIII. 3-7. Fra le tante manifestazioni della vita pratica che l’A. odiò, come l’avvocatura, il militarismo etc., mortalissimamente egli ebbe in odio il commercio, e ne fece argomento di una delle sue satire. — Lucro servile, guadagno conveniente ad anime basse, — Avarizia; avidità. — Battro (Bactrum) è un fiume dell’Asia, Tile (Tule) corrisponde forse all’Islanda: da un capo all’altro del mondo.
  46. 11. Un nembo, un’infinità.
  47. 12-13. La nostra età è cosi nemica d’ogni bell’opera che piú non potrebbe.
  48. 16. Rifacimento del noto verso del Petrarca (Rime, CCCXXIII):
    Ahi nulla altro che pianto al mondo dura!
    Terminata l’ode alfieriana per la pace del 1783, si legga ora la seg. saffica del Fantoni sullo stesso argomento, e si vedrà con quanta minor forza e larghezza d’idee, sebbene con maggior venustà, l’Orazio toscano tratti il grande soggetto:
    Pende la notte: i cavi bronzi io sento
    L’ora che fugge replicar sonanti:
    Scossa la porta stride agl’incostanti
    Buffi del vento.
    Lico, risveglia il lento foco, accresci
    L’aride legna; di sanguigna cera
    Spoglia su l’orlo una bottiglia, e mesci
    Cipro e Madera.
    Chiama la bella occhi - pietosa Iole
    Dal sen di cigno, dalle chiome bionde,
    Simili al raggio del cadente sole
    Tinto nell’onde.
    Recami l’arpa del convito: intanto
    Che Iole attendo, agiterò vivace
    L’argute fila, meditando un canto
    Sacro alla pace.