Capitolo III

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II IV
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III.

Angusto Cato a Leonardo Giordani.

Caro Leo.

Non fu per trascuratezza che ho tardato a scriverti. Volevo poterti dire qualche cosa della mia nuova posizione. Ero ancora un po’ sbalordito; vivevo sull’albergo; avevo una somma che non risparmiavo, perchè era troppo minima per avere una importanza, ma che mi aiutava a vivere disoccupato, mentre pensavo al modo di occuparmi, e mi dava l’illusione d’essere ancora l’uomo di prima. Non m’accorgevo d’essere povero, non sentivo il cambiamento avvenuto nella mia vita, e non potevo misurare il mio coraggio colle difficoltà che avrei a sostenere.

Ora la somma rimasta se n’è andata. Le difficoltà dell’esistenza materiale mi stringono da tutte le parti, e lotto corpo a corpo con esse. Ora mi sento povero.

Ho trovato una cameretta a buon mercato a un terzo piano. Nulla è più triste dei pochi mobili di cui è provveduata. Tutti gli arredi delle camere mobigliate sono così. Passano di mano in mano, e tutti li sciupano, li maltrattano, perchè nessuno sente per essi l’amore della proprietà.

Qui il letto è duro: la sedia cigola; la tavola zoppica. Dappertutto trovo le tracce degli inquilini che mi hanno preceduto, e mi sembrano contusioni e cicatrici. C’è uno strappo nel divano, che pare una piaga; il candelliere deve aver sofferto un urto o [p. 7 modifica] una caduta, perchè ne serba un contorcimento doloroso; lo specchio del camino è così vecchio e scrostato che quando mi ci guardo, mi vedo colla tinta plumbea d’un cadavere; e nella cornice sono piantate due fotografie di persone sconosciute, ingiallite come papiri. Hanno l’impronta decrepita dei ritratti dei morti. Sono figure di giovinotti che potrebbero avere la mia età; ma io ci penso come a gente che avesse vissuto cinquant’anni sono, e se dovessi incontrarli per caso, crederei di vedere dei fantasmi.

Ogni volta che entro nella mia camera, mi vien voglia di piangere. Tutti quei mobili sembrano dirmi:

— Non ti conosciamo, non ti abbiamo posto affetto, ci prestiamo per forza a servirti; vattene, lasciaci in pace.

Per fortuna in mezzo a queste mobiglie avariate c’è il mio pianoforte, lucido, bello, colle maniglie e le borchie dorate, e questo è mio, mi consola, ci vogliamo bene. Quando lo desidero, mi parla colla sua voce dolce, mi fa sentire le sue melodie infinite, mi ripete i miei sogni fantastici, e pare che mi dica:

— Fa cuore Augusto; io ti rimango, sono l’amico dei giorni tristi, ti renderò la ricchezza che hai perduta, e con essa anche l’ebbrezza delle gloria.

Fui sempre amantissimo della musica. Ma ora la sento con quella potente passione dell’arte che fa i grandi artisti ed i grandi lavori. Studio immensamente; fino alla prostrazione; fino a quel grado estremo di tensione, in cui l’intelligenza, a forza di secondare dei movimenti meccanici che si ripetono all’infinito, smarrisce la coscienza di sè, e lascia la parte materiale del mio essere a persistere sola in un esercizio monotono e quasi automatico. [p. 8 modifica]

Lo studio mi è necessario non solo per vivere, ma per distrarre la mente dai pensieri che mi assediano.

Vi sono uomini che si compiacciono nella solitudine e nella meditazione. Per me sono invece due cose tormentose; non so star solo con me stesso. La calma, l’inerzia sono fatali al mio spirito fantastico; se ne sbigottisce come un fanciullo lasciato solo in una camera buia. Tutte le cose mi appaiono più grandi del vero, prendono proporzioni paurose.

La notte scorsa mi svegliai col pensiero che il mio denaro stava per finire, che potrei perdere le poche lezioni che ho, e rimanere con nulla, dinanzi alla necessità di vivere e pagare la pigione. In pochi minuti che rimasi svegliato, vidi colla fantasia il mio ultimo soldo esaurito; T estate spinse ai bagni o in campagna i miei allievi, ed io mi trovai respinto da questa camera, messo sul lastrico, affamato, avvilito, e pensai al suicidio, al miserabile suicidio dell’indigenza, senza poesia di passione nel movente, senza poesia nell’esecuzione; un tonfo nel Naviglio per fuggire la fame, ed i commenti delle cronache di giornali.

Dovetti alzarmi, accendere il lume e mettermi a sonare per discacciare quei fantasmi dalla mente esaltata.

Quand’ero ricco, questo bisogno di fuggire me stesso mi spingeva a viaggiare con una rapidità febbrile. Andavo d’albergo in albergo, di città in città, come se avessi commesso un delitto, e la giustizia mi stesse alle calcagna.

Ora invece occupo il mio pensiero, ed abbatto l’immaginazione collo studio; e tanto e tanto, che non mi rimane più il tempo, nè la forza per fantasticare. [p. 9 modifica]

I pochi scolari che ti dicevo, si riducono a due. Uno è un commesso di negozio che ha una passione infelice per la musica, come Wagner, lo scolaro di Fausto, l’aveva per la filosofia. Si lusinga di poter diventare un pianista come Liszt, e di piantare un bel giorno il commercio, per andar a mietere allori e milioni in un giro trionfale traverso il mondo.

L’altro è un giovinotto ricco e nobile, che ha buone disposizioni, ma studia poco e di mala voglia.

Mi occupano un’ora al giorno ciascuno. Tutte le altre ore sono mie, e le passo a pestare la tastiera, a superare difficoltà pianistiche, a risolvere problemi di contrapunto; scrivo della musica che mi sembra sublime d’inspirazione, e che spesso lacero l’indomani.

Lavoro alla mia opera. Vorrei non far altro, consacrarmi interamente a questa grande prova con assiduità; ma è impossibile; non si può comporre quando si vuole.

Io poi sono nervoso, fantastico, e, per giunta, scrupoloso sul mio dovere. So che dovrei lavorare al Re Lear, e mi cruccio se non lo faccio, e mi condanno a stare allo scrittoio o al piano per convincere me stesso che sono disposto a comporre, che aspetto un’ispirazione che a momenti verrà. Ed intanto i nervi si eccitano, la fantasia si esalta; qualche volta ne emerge un bel pensiero musicale pieno di poesia; ma sovente la mia esaltazione si risolve in castelli in aria, in visioni paurose, in iscoraggiamenti profondi.

La sera vado un poco al caffè Martini; ma non so starci a lungo. Per passare delle ore al caffè bisogna giocare, leggere o chiacchierare di politica. Io non gioco più perchè non ho denaro da perdere; i [p. 10 modifica]giornali non m’interessano, e di politica non parlo mai. Non capisco neppure come vi siano uomini che possano appassionarsi di queste cose. Io penso sovente:

— Ma costoro non hanno interessi, non hanno affetti, non hanno nulla di personale che esaurisca tutte le loro facoltà, che li occupi il giorno, che li tenga desti la notte, che li inebbrii o li impauri, che li incateni come me nella stretta cerchia della vita individuale?

Eppure non credo di essere egoista; ed ho conosciuto uomini assai più egoisti di me fra questi politicanti, a cui le proprie faccende non offrono occupazioni sufficienti, nè sufficienti pensieri, e che hanno bisogno di discutere su quanto si fa in America o nella Nuova Zelanda.

Ce n’è uno col quale, contro le mie abitudini da orso, mi sono addomesticato un pochino. Abbiamo parlato di musica. Possiede quella specie di ingegno che noi altri artisti disprezziamo a torto; il buon senso. Ha una grande pratica del teatro: mi ha dato dei buoni consigli da uomo positivo.

È a lui che debbo una delle mie lezioni. Aveva indovinato che ne avevo bisogno. È un po’ inquisitivo; ha cercato con molto garbo di farmi parlare della mia posizione, del mio passato. Io mi sono raggomitolato come un’istrice.

Però non lo credo indiscreto. Forse ha un vero interessamento per me come per la cronaca del suo giornale. E poi è di natura espansivo. Racconta i fatti suoi con tutta facilità. M’ha detto che ha una bambina d’una serietà e d’una intelligenza fenomenali; che la sua signora è giovane, bellina, molto istrui[p. 11 modifica]ta; forse troppo per lui che è uno zotico, dice, e finalmente ch’egli è perfettamente felice.

Vi sono uomini perfettamente felici a questo mondo, Leo? Ci credi tu?

Qualche volta penso che sarei perfettamente felice se potessi guadagnare abbastanza da non dovermi dar pensiero delle cure materiali della vita; mi pare che mi ammoglierei e vivrei per la famiglia e per l’arte. Ma dev’essere un’illusione come tante altre, perchè quando avevo un patrimonio, e potevo provvedere a tutti i miei bisogni senza il menomo pensiero, non ero felice.

Ad ammogliarmi non avevo pensato mai prima d’ora. Il mio carattere tempestoso non è fatto per la vita coniugale. Ma il nostro giuramento mi ci fa pensare, perchè mi sgomenta. Bada; non dico d’esserne pentito; anzi, lo rifarei; ma dubito delle mie forze; e sento che ho bisogno di crearmi dei doveri inesorabili per non rompere il freno. C’è un punto nel quale mi sento vulnerabile; lo confesserò colle parole di Byron: «Gli uomini mi sono divenuti indifferenti; se potessi dire altrettanto delle donne, vivrei in pace».

Oggi lotto colla prosaica necessità del pane quotidiano, e questo mi avvilisce e m’incatena alla terra. Ma, ch’io possa togliere il pensiero a queste miserie, chi può dire a quali voli si abbandonerà?

Ed anche in mezzo alle piccole cure che mi uggiscono, sento che, malgrado le tempeste passate, la mia potenza d’amare non è esaurita; anzi è più forte di prima.

Del resto, tutto questo è forse puerile. Forse traverso ora uno de’ miei periodi d’esaltazione, che domani sarà passato, e lo ricorderò ridendo. [p. 12 modifica]

Tu sai che misto di forza e di debolezza componga il mio carattere. Credo di sapere all’occorrenza esser uomo; ma con te non mi vergogno a mostrare quella parte del mio essere morale in cui sono rimasto fanciullo.

Abbiamo torto di vergognarci dei piccoli difetti e delle virtù grandi che ci rimangono, di quell’età lontana in cui eravamo buoni ed indulgenti. Noi mettiamo troppo orgoglio nella forza. Penso spesso alle dolci parole di Cristo: «Lasciate venire a me i pargoletti».

Ebbene, se sarò debole come un pargoletto, se la mia virtù sarà vinta dalle passioni, Cristo, che è la sapienza e la virtù, mi stenderà le braccia, e mi perdonerà.

Ma non dar retta, ti prego, a queste ciarle. Non ho disegni sovversivi. Finora il nostro patto è saldo, la mia virtù è pura come un diamante. Sono soltanto un po’ nervoso. Scrivimi una di quelle tue buone lettere serene che mi calmano sempre. Ne ho tanto bisogno.

Augusto.