Polinice (Alfieri, 1946)/Atto quinto

Atto quinto

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Atto quarto

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ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Giocasta.

Antigone non torna. — Oh dura forza,

che quí rattiemmi! Io palpitante, e sola,
udir da lunge lo stridor feroce
deggio dell’empia pugna? e attender deggio
la compiuta esecrabile vendetta?...
Ahi vile! io vivo ancora? e ancora spero? —
Che sperar? nulla spero: ah! l’abborrito
mio viver, forza è del destin, che vuolmi
del fratricidio a parte pria, poi morta.
Misfatto in Tebe a farsi altro non resta;
e nol vedria Giocasta? — O voi, di Tebe
sovrani arbitri; o voi, d’Averno Numi,
che piú tardate a spalancar gl’immensi
abissi vostri, ed ingojarne? Io forse,
non son io quella, che al figliuol mio diedi
figli, e fratelli?... Ed essi, quegli infami,
ch’or bevon l’un dell’altro in campo il sangue,
frutto non son d’orrido incesto? Ah! tutti
siam cosa vostra; tutti. — Oh non piú inteso
fero martíre! io tutti in me gli affetti
sento di madre, e d’esser madre abborro. —
Ma, che sará?... Subitamente in campo
il fragor cupo dell’armi cessò...
Al suon tremendo un silenzio tremendo

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succede... Oh reo silenzio! a me presago

di sventura piú rea! Chi sa?... sospesa
la pugna han forse... Oimè!... forse a quest’ora
compiuta l’hanno. — Omai (lassa!) che debbo
creder, sperar, temer? per chi far voti?
Qual vincitor bramar? — Nessuno: entrambi
miei figli sono. O tu, qual sii, che palma
n’hai colto, innanzi (ah!) non venirmi; trema,
fuggi, iniquo; si aspetta al vinto intera
la mia pietade: ombre compagne, a Dite
noi scenderemo, ad implorar vendetta:
ne soffrirò la vista io mai di un figlio,
che, sul fratello ancora semivivo,
d’empia vittoria il reo stendardo innalza.


SCENA SECONDA

Antigone, Giocasta.

Gioc. Antigone... — Deh! taci... In volto impresso

ti sta il pallor di morte... Ahi!... tutto intesi:
quell’orribil silenzio...
Antig.  A orribil pugna
diè loco.
Gioc.  ... E,... spenti... i figli?
Antig.  Un sol...
Gioc.  Qual vive?
Ahi traditor! ti voglio io stessa...
Antig.  Il fero
lor duello vid’io dall’alte torri:
a terra immerso nel sangue cadeva...
Gioc. Quale?... Oimè!... Parla.
Antig.  Eteócle cadeva.
Gioc. Cosí sfuggir volea l’atroce pugna,
cosí morir, quel Polinice? Ahi vile!
tu sazíar l’abbominevol rabbia

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pur disegnavi, ed ingannar la madre:

ma, trema: io vivo ancor: quell’empio cuore
ch’io a te donai, strappar tel posso io stessa.
Antig. Tutto ancora non sai: solo incolparne
Polinice non dei...
Gioc.  Ne incolpo il vivo;
ch’è reo sol ei...
Antig.  Chi sa, s’ei vive? — O madre,
se d’ascoltarmi hai forza, udrai che reo
men che infelice egli era. — Al campo appena
ei giunge, intorno a lui stringesi un fero
drappel di argivi eroi, che a gara il grido
annunziator della vittoria all’aure
mandan tremendo. Al pian per altra parte
sceso Eteócle pria, battaglia quivi
in dubbio marte ardea; che Adrasto a fronte
gli stava, e, pieno il cor d’alta vendetta,
Tidéo. Ma giá ver l’aspra mischia ha volto
ratto il piè Polinice: a lui davante
vola il terror; Morte i suoi passi segue.
A destra, a manca, a fronte, in guise mille,
orride tutte, ei mille morti arreca;
né data gli è, quella ch’ei cerca. Innanzi
al suo brando giá Tebe ondeggia, e cede,
e fugge; e spera obbrobríosa vita
mercar fuggendo. Ecco Eteócle; ei balza
in furia fuori del fuggiasco stuolo;
e con voce terribile grida egli:
«A Polinice.» A rintracciarlo ei corre
precipitoso; e il trova al fine...
Gioc.  Ahi lassa!
Misera me!... L’altro nol fugge?...
Antig.  Ah! come
sottrarsi a tanto, a sí feroce orgoglio?
Eteócle prorompe all’onte; il taccia
di codardo, e lo sfida; a viva forza

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vuol ch’ei ne venga a singolar tenzone.

«Tebani», (ei grida in suon tremendo) «Argivi,
dal reo furor cessate. Armati in campo,
prodighi a nostro pro del sangue vostro,
scendeste voi; fine alla pugna ingiusta
porrem noi stessi, in faccia vostra, in questo
campo di morte. E tu, ch’io piú non deggio
fratel nomar, tu dei Tebani il sangue
risparmia; in me, tutto in me sol rivolgi
Todio, lo sdegno, il ferro.» — E il dire, e addosso
a lui scagliarsi, è un punto solo.
Gioc.  Infami!...
Ma che? libero dassi a tal duello
fra tante squadre il campo?
Antig.  A cotal vista
per l’ossa un gelo universal trascorre.
Mista, com’era allor, l’una e l’altr’oste,
stupida, immota, spettatrice, sta. —
Ebbro di sangue, e di furor, se stesso
nulla curando purch’ei l’altro uccida,
Eteócle sul misero fratello
la spada, il braccio, se tutto abbandona. —
A ribattere i colpi intento a lungo
sta Polinice; generoso, ei teme,
piú che per se, pel rio fratello; e niega
di ferir lui. Ma, poiché pur lo incalza,
e piú lo preme l’altro, e piú lo stringe;
«tu il vuoi (grida egli) il ciel ne attesto, e Tebe».
Mentr’ei ciò dice, al ciel rivolti ha gli occhi,
scesa è la punta dell’acciaro; il colpo
guidan le Furie a trapassare il fianco
di Eteócle, che cade. Il sangue spiccia
sovra il fratel, che a cotal vista, al petto
in se stesso ritorce il sanguinoso
brando fumante... Altro non vidi: al crudo
atto, mancar sentia quasi i miei spirti,
gli occhi appannarsi; e fuggendo, con passi

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mal sicuri, a te vengo... — Oimè! qual fia

del lagrimevoi caso, o madre, il fine?...
Gioc. Degno di noi. — Cura ne lascia all’ira,
al rio furor degli spietati Dei. —
Ma, chi ver noi?... Che miro?... Oh ciel! vien tratto
il morente Eteócle...
Antig.  Al debil fianco
gli fan colonna i suoi guerrieri!...
Gioc.  Oh! come
a lenti passi di morte ei si avanza!
Antig. Che veggio? il segue Polinice!...


SCENA TERZA

Eteocle, Polinice, Giocasta, Antigone,

Soldati d’Eteocle.

Antig.  Ah! salvo

almen tu sei...
Polin.  Scostati: va: non vedi?
Tinto son tutto del fraterno sangue.
Gioc. Ahi scellerato, fratricida, infame!...
Al cospetto venirne osi di madre,
cui trafiggesti un figlio?
Polin.  Al tuo cospetto
vivo tornar, no, non volea; quel ferro,
che tronca a lui la vita, in me ritorto
l’aveva io giá con piú adirata mano...
Gioc. Ma tu pur vivi; ahi vile!...
Antig.  Oh ciel! Qual vita!...
Polin. Inopportuno, a viva forza, Emone
mi tratteneva, e disarmava il braccio.
Forse mi vuol per altra man trafitto
il crudo fato. Oh! se la tua fia quella,
ferisci, o madre; eccoti il petto ignudo:
or via, che tardi? Io non ti son piú figlio;
io, che ti orbai d’un figlio...

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Gioc.  Ah! cessa omai

d’intorbidar nostri ultimi momenti. —
Eteócle;... non m’odi?... oh!... non ravvisi
quella che al sen ti stringe?... è la tua madre;
ed è il suo caldo lagrimar, che misto
senti col sangue tuo rigarti il volto,
e lo squarciato petto. Or, deh! riapri
una fíata i lumi ancora...
Eteoc.  Oh madre!...
Dimmi; in Tebe son io?
Gioc.  Nella tua reggia...
Eteoc. Di’;... moro io re?... Quel traditor?... Che miro
Fellon, tu vivi; ed io mi moro?...
Polin.  Il mio
sangue avrai tutto; ad acquetar tua fera
ombra, l’ho sacro io già. L’ira deponi;
tu stesso (il sai) volesti la tua morte:
tu furíoso abbandonasti il petto
sovra il mio ferro... Ahi lasso! Il fatal colpo
a te la vita, e (piú che vita) ei toglie
l’onore a me. Pria ch’io punisca il fallo,
cui vien meno ogni ammenda, il tuo perdono
deh! mi concedi. Or che il mertai, non trovo
pena che agguagli il giusto odio fraterno.
Io non ti abborro, il giuro; ogni rancore
sgombrò dal petto mio l’atroce vista
del tuo sangue... Me misero! ben veggo,
che il mio pregar ti offende.
Eteoc.  Oh!... che favelli?
Figliuol di Edippo, a me perdon tu chiedi?
Perdon tu speri da un figliuol d’Edippo?
Gioc. O figlio, e che? nell’egro petto alberghi
tant’ira ancora?
Eteoc.  Han le feroci Erinni
nei nostri petti trono: ancor non sento
uscir la mia; né uscir dalle mie vene
sento col sangue l’odio... Oh rabbia atroce!

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Oh rio dolor!... tu vivi? e tu m’hai vinto?...

E premerai tu il seggio mio? — Deh! morte,
fa, ch’io nol vegga; affrettati...
Polin.  Il tuo seggio
mai non terrò, di nuovo io ’l giuro: ah! scendi
placato a Stige. Andrai dal regio serto
fra le avíte scettrate ombre fastoso;
me reverente in atto ombra minore
vedrai fratello suddito. Gli ardenti
spirti alquanto racqueta: a’ piedi tuoi
me vedi; il signor mio tu sei pur sempre.
Sol del perdono, anzi che a morte io corra,
ti scongiuro.
Gioc.  Ei l’ottenga; e tu, piú grande
del tuo destin, deh! mostrati, Eteócle.
Col perdonargli, rendilo piú reo:
le tue vendette ai suoi rimorsi lascia...
Antig. E ancor resisti? Oh duro cor! non cedi
ai preghi, al duolo, al pianto disperato
di quanto aver dei caro?
Gioc.  O figliuol mio,
non negare al fratel l’ultimo abbraccio.
Breve n’hai tempo: alla tua fama togli
tal macchia...
Eteoc.  O madre, il vuoi?... Sta ben;... mi arrendo.
Vieni dunque, o fratello, infra le braccia
del moribondo tuo fratel, che uccidi...
Vieni,... e ricevi in quest’ultimo amplesso...
fratel,... da me... la meritata1 morte.
Gioc. Oh tradimento!
Antig.  Oh vista!... Polinice!...
Polin. Sei pago tu?...
Eteoc.  Son vendicato. — Io moro;...
e ancor ti abborro...
Polin.  Io moro;... e a te perdono.

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Gioc. — Ecco, perfetta è l’opra: empj fratelli,

figli d’incesto, si svenan fra loro:
ecco madre, cui nulla a perder resta. —
Dei, piú iniqui di noi, da tutto il cielo
me fulminate a prova, o Dei non sete... —
Mo che veggio?... uno immenso orrido abisso
s’apre a miei piè?...
Antig.  Madre!...
Gioc.  Di morte i negri
regni profondi spalancarsi io veggio...
Ombra di Lajo lurida, le braccia
a me tu sporgi? a scellerata moglie?...
Ma, che miro? squarciato il petto mostri?
e d’atro sangue e mani e volto intriso,
gridi vendetta, e piangi? — Oh! chi l’orrenda
piaga ti fe? Chi fu quell’empio? — Edippo
fu; quel tuo figlio, che in tuo letto accolsi
fumante ancor del tuo versato sangue. —
Ma, chi altronde mi appella? Un fragor odo,
che inorridir fa Dite: ecco di brandi
suonar guerriero. O figli del mio figlio,
o figli miei, feroci ombre, fratelli,
duran gli sdegni oltre la morte? O Lajo,
deh! dividili tu. — Ma al fianco loro
stan l’Eumenidi infami! Ultrice Aletto,
io son lor madre; in me il vipereo torci
flagel sanguigno: è questo il fianco, è questo,
che incestuoso a tai mostri diè vita.
Furia, che tardi?... Io mi t’avvento...
Antig.2  Oh madre!...

  1. Fingendo abbracciarlo, con uno stile lo trafigge.
  2. La rattiene; e Giocasta cade fra le sue braccia.