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164 polinice

Gioc.  Ah! cessa omai

d’intorbidar nostri ultimi momenti. —
Eteócle;... non m’odi?... oh!... non ravvisi
quella che al sen ti stringe?... è la tua madre;
ed è il suo caldo lagrimar, che misto
senti col sangue tuo rigarti il volto,
e lo squarciato petto. Or, deh! riapri
una fíata i lumi ancora...
Eteoc.  Oh madre!...
Dimmi; in Tebe son io?
Gioc.  Nella tua reggia...
Eteoc. Di’;... moro io re?... Quel traditor?... Che miro
Fellon, tu vivi; ed io mi moro?...
Polin.  Il mio
sangue avrai tutto; ad acquetar tua fera
ombra, l’ho sacro io già. L’ira deponi;
tu stesso (il sai) volesti la tua morte:
tu furíoso abbandonasti il petto
sovra il mio ferro... Ahi lasso! Il fatal colpo
a te la vita, e (piú che vita) ei toglie
l’onore a me. Pria ch’io punisca il fallo,
cui vien meno ogni ammenda, il tuo perdono
deh! mi concedi. Or che il mertai, non trovo
pena che agguagli il giusto odio fraterno.
Io non ti abborro, il giuro; ogni rancore
sgombrò dal petto mio l’atroce vista
del tuo sangue... Me misero! ben veggo,
che il mio pregar ti offende.
Eteoc.  Oh!... che favelli?
Figliuol di Edippo, a me perdon tu chiedi?
Perdon tu speri da un figliuol d’Edippo?
Gioc. O figlio, e che? nell’egro petto alberghi
tant’ira ancora?
Eteoc.  Han le feroci Erinni
nei nostri petti trono: ancor non sento
uscir la mia; né uscir dalle mie vene
sento col sangue l’odio... Oh rabbia atroce!