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atto quinto 165

Oh rio dolor!... tu vivi? e tu m’hai vinto?...

E premerai tu il seggio mio? — Deh! morte,
fa, ch’io nol vegga; affrettati...
Polin.  Il tuo seggio
mai non terrò, di nuovo io ’l giuro: ah! scendi
placato a Stige. Andrai dal regio serto
fra le avíte scettrate ombre fastoso;
me reverente in atto ombra minore
vedrai fratello suddito. Gli ardenti
spirti alquanto racqueta: a’ piedi tuoi
me vedi; il signor mio tu sei pur sempre.
Sol del perdono, anzi che a morte io corra,
ti scongiuro.
Gioc.  Ei l’ottenga; e tu, piú grande
del tuo destin, deh! mostrati, Eteócle.
Col perdonargli, rendilo piú reo:
le tue vendette ai suoi rimorsi lascia...
Antig. E ancor resisti? Oh duro cor! non cedi
ai preghi, al duolo, al pianto disperato
di quanto aver dei caro?
Gioc.  O figliuol mio,
non negare al fratel l’ultimo abbraccio.
Breve n’hai tempo: alla tua fama togli
tal macchia...
Eteoc.  O madre, il vuoi?... Sta ben;... mi arrendo.
Vieni dunque, o fratello, infra le braccia
del moribondo tuo fratel, che uccidi...
Vieni,... e ricevi in quest’ultimo amplesso...
fratel,... da me... la meritata1 morte.
Gioc. Oh tradimento!
Antig.  Oh vista!... Polinice!...
Polin. Sei pago tu?...
Eteoc.  Son vendicato. — Io moro;...
e ancor ti abborro...
Polin.  Io moro;... e a te perdono.

  1. Fingendo abbracciarlo, con uno stile lo trafigge.