Platone in Italia/XIV. Discorso di Archita

XIV. Discorso di Archita

../XIII. Discorso di Clinia ../XV. Secondo ragionamento di Archita IncludiIntestazione 28 maggio 2021 25% Da definire

XIII. Discorso di Clinia XV. Secondo ragionamento di Archita

[p. 70 modifica]

XIV

Discorso di Archita

[Pitagora è da considerarsi piú come ordinatore di cittá che come mero filosofo — Definizione pitagorica del filosofo — Orfeo è un mito foggiato dalla scuola pitagorica — Parallelo tra Orfeo e Pitagora — Differenza tra i filosofi e i «grandi in sapienza popolare» — Cattiva arte di governo far conoscere al popolo prematuramente tutte le veritá — Comunicare a un popolo lo spirito della vita senza inaridirne la fonte, tale il dovere del saggio — Tristissima condizione civile e politica d’Italia avanti Pitagora — Disegno di Pitagora: far dell’Italia una sola cittá — Donde la necessitá d’istruire coloro che dovevano reggere il popolo — Ragioni per cui Pitagora, e in genere i grandi riformatori, si dissero inviati da Dio — I cosi detti miracoli di Pitagora — Spesso nient’altro che tropi rettorici — Mirabile in Pitagora l’a proposito — Abari e Pitagora — Arte finissima con cui Pitagora riusci a salvarsi dalle insidie di Fr.laridc d’Agrigento e a fargli perdere trono e vita — Per convincere il popolo non basta la sola virtú — Vero saggio non è colui che abbia dette piú veritá, ma chi ne abbia persuase di piú utili — Pitagora difeso dall’accusa di soverchia religione.]

— Voi greci — è Archita che parla — considerate Pittagora come un filosofo; e cosi egli diventa per voi un enigma. I pensieri si trovano in contraddizione colle parole, le parole colle azioni; ad ogni passo s’incontra in lui la piú sublime sapienza unita alla piú volgare credulitá; e l’autore di tante cose diverse e contrarie talora vi sembra ammirabile quanto un dio, talora il piú dispregevole degli uomini. Ma considerate in Pittagora l’ordinatore di cittá, il sapiente istitutor di costumi, il sublime riformator di religioni, e tutto allora diventerá ammirabile in lui. [p. 71 modifica]Che cosa è mai un filosofo? Il volgo narra che Pittagora istesso l’abbia definito a Leonzio di Fliuntc, quando ricusò il nome di «sapiente», che quel tiranno gli offeriva e che tanti altri, men degni al certo di lui, si usurpavano senza rossore. — Il solo Dio è sapiente — rispose Pittagora: — io non sono che un amator della sapienza, un filosofo. — E che cosa è mai un filosofo? — insisteva Leonzio. — Tu — riprese Pittagora — conoscerai, senza dubbio, i giuochi olimpici. Ebbene! essi sono l’immagine della nostra vita. Taluni vi corrono per desio di fama e per mostrarsi in spettacolo agli altri; taluni per aviditá di guadagno; moltissimi per raddolcire la noia di una vita, di cui non saprebbero fare altro uso; altri per rivedervi gli amici; insomma chi per un fine, chi per un altro: pochi per osservare in silenzio ciò che vi avviene di bene e di male. E questi ultimi sono i filosofi1

Ma Pittagora non si rimase negli stretti limiti di una vita contemplativa, e, piena la mente delle idee dell’ordine e del bello eterno, volle comunicarle agli altri mortali, onde divenissero utili sorgenti di virtú.

Paragonate Pittagora ad Orfeo, a quell’Orfeo che noi altri pitagorici vi abbiam fatto conoscere...

— Voi? — dissi io. — Come va questo? Orfeo era...

— Di quel luogo di cui l’abbiamo voluto finger noi. Egli potea esser di tutti i luoghi, perché non esisteva die nella nostra? mente. Quei versi orfici che voi avete, e quei riti che essi contengono, sono invenzioni del nostro Ceerope2, il quale volle dare a voi greci il modello di un uomo che colla sola forza del bello e del vero sapesse rendere i popoli virtuosi e felici... Ma noi non parliamo giá di Orfeo: a me piace che lo crediate realmente esistente. Paragoniamolo a Pittagora.

Si dice che Orfeo abbia il primo fondate le cittá, perché, nato in etá di ferina barbarie, egli il primo, interprete e sacerdote [p. 72 modifica]degli dèi, colla forza della sapienza e coll’incanto dell’armonia, ritrasse gli uomini dalla vita errante delle selve a connubi stabili, a numi certi ed a certe leggi. Pittagora non ha fondate cittá: esse di giá esistevano, ma eran corrotte e prossime a distruggersi per li vizi de’ loro cittadini. L’etá era diversa, e diversa la mèta a cui tendevano. Pittagora dovea riordinare ciò che ai tempi di Orfeo dovea crearsi ancora: ma amendue avean necessitá dello stesso genere di sapienza; amendue dovevano usare, ed usarono di fatti, gli stessi mezzi per vincer gli animi umani, ai tempi di Orfeo feroci, ai tempi di Pittagora corrotti.

Il filosofo si contenta di conoscer il vero. Costoro, che io chiamerei «grandi in sapienza popolare», debbono saper di piú: debbon avere, ciò che io reputo piú difficile tra tutte le cose, il modo e quasi direi la temperanza nelPistessa sapienza. Se voi esponete in un tempo istesso al popolo tutte le veritá, ne avverrá che molte non potrá intendere; da talune sará offeso, perché contrarie ai suoi interessi ed a pregiudizi suoi, altre ne trascurerá, e di moltissime abuserá, ignorandone ed i principi e le conseguenze. Se volete es 0 er utile al popolo, non dovete mai metter in contrasto la veritá col potere. Allora o convien che la veritá ceda, o, se vorrá vincere, sará necessario che coloro, i quali la predicano, diventino potenti. E, divenuti una volta tali, chi sa se si ricorderanno di esser sapienti? Se volete esser utile al popolo, prima di tentare il suo intelletto, guadagnate il suo cuore. Ciò che non piace non si ascolta, e ciò che non si ascolta non può persuadere. Or quale è l’uomo che possa udir tutte le veritá? È inevitabile che esse siano ad alcuni di rimprovero, ad altri di freno, ad altri di terrore. Vi son delle veritá die piacciono a tutti; ve ne sono di quelle che piacciono a molti; altre finalmente che debbon eternamente esser le veritá di pochi. Quelle stesse veritá, che un giorno debbon diventar comuni, non è prudente che si propaghino fuor di tempo, piuttosto direi divulgate che comunicate; ma vi è bisogno di preparazione, e giugneranno ad esser comuni, quando il popolo sará degno di udirle. [p. 73 modifica]Conoscer tutte le veritá; esporre solamente quelle delle quali il popolo ha bisogno nel presente, e preparar, come in deposito, le altre delle quali potrá aver bisogno un giorno; conoscer i modi piú atti a diffonder rapidamente le prime e conservar piú utilmente le seconde, onde né si perdano per obblio, tic per imprudenza si divulghino inopportunamente, ed evitare in tal modo ed il languore della nazione, che produrrebbe il primo, e le rivoluzioni pericolose, che nascerebbero dalla seconda; simile insomma a Dio, comunicare ad un popolo lo spirito della vita, senza esaurirne, senza chiuderne la fonte: ecco i doveri del saggio di cui noi parliamo.

Voi avete osservata l’Italia e conoscete la Sicilia. Tutto in queste due regioni vi parla di lui; da lui viene quanto in esse vi è di bene. I posteri obblieranno un giorno che la scienza di Pittagora ha calcolato il corso de’ pianeti, ha scoperte le piú profonde leggi della natura. Ma, ogni volta che un uomo da bene incomincerá a disperar della salute della sua patria corrotta, la memoria di Pittagora gli sará di conforto: ogni volta che vorrá tentarne la guarigione, la sua sapienza gli sará di guida.

Allorché surse la filosofia di Pittagora, l’Italia non presentava quell’aspetto che oggi presenta. Voi3 eravate ancora barbari, noi peggio che barbari. L’Italia, simile ad un antico edifizio minato per tremuoto, presentava da una parte delle colonne che ancora rimanevano in piedi, belle per tutta la piú squisita eleganza; dall’altra calcinacci e rottami piú dispregevoli dell’arena. Taluni popoli eran giá corrotti; altri ancora selvaggi4. Questi non sapevano ancora col lavoro guadagnar ciò che era necessario alla vita; quelli non sapevan piú difendere ciò che avean guadagnato colla coltivazione di un suolo fertile, col commercio estesissimo, che loro apriva un sito atto a riunir con facile navigazione l’Oriente e l’Occidente. Noi avevamo tutto dò che il lusso ha di piú pazzo e la lussuria di piú schifoso: [p. 74 modifica]amavamo consumar la vita, e non sapevamo dilettarla col gusto delle arti belle. L’ineguaglianza delle fortune e le cupidigie sfrenate turbarono prima gli ordini interni delle cittá e poscia la loro pace esterna, ispirando a ciascuna pensieri di conquista e di vicendevoli oltraggi e vendette. Dentro le mura voi non vedevate che usurpatori e tiranni; moltissimi vili, che vendcvan la patria per salvar la vita o per arricchirla; pochissimi buoni, i quali la perdevano per difender la patria: per tutta l’Italia guerra, saccheggi, desolazione e morte.

Pittagora concepí l’ardito disegno di ristabilir la pace e la virtú, senza di cui la pace non può durare. Egli volea far dell’Italia una sola cittá; onde l’energia di ciascun cittadino avesse un campo piú vasto per esercitarsi, senza esser costretta a cozzare continuamente con coloro, che la vicinanza, la lingua, il costume facean nascer suoi fratelli e la divisione degli ordini politici ne costringeva ad odiar come nemici; e l’energia di tutti, non logorata da domestiche gare, potesse piú vigorosamente difender la patria comune dalle offese de’ barbari.

Egli dava il nome di «barbari» a tutti coloro che s’intromettono armati in un paese che non è loro patria, e chiamava poi «barbari e pazzi» quegli altri, i quali, parlando una stessa lingua, non sanno vivere in pace tra loro ed invocano nelle loro contese l’aiuto degli stranieri. Egli soleva dire agl’italiani quello stesso che Socrate ripeteva ai greci: — Tra voi non vi può né vi deve esser guerra: ciò, che voi chiamate «guerra c sedizione, di cui, se amassivo veracemente la patria, dovreste arrossire5

Ma a questa mèta non si poteva pervenire senza virtú e senza ottimi ordini civili: onde non vi fosse chi volesse e chi potesse comprar la patria, chi volesse e chi potesse venderla; ma l’ambizione di ciascuno, vedendosi tutte chiuse le vie della viltá e del vizio, fosse quasi costretta a prender quella della virtú. Era necessario istruir il popolo, perché, diceva egli, un (i) Platone, De republica. [p. 75 modifica]popolo ignorante è simile all’atabulo6, che diserta le campagne: spirando con minor forza il vento delle montagne lucane, porta sulle ali i vapori che le rinfrescano e le fecondano. Era necessario istruir coloro che devono reggerlo, perché un popolo con centomila piedi ha sempre bisogno di una niente per camminare, e, con centomila braccia, non ha una mente per agire.

Or ecco che Pittagora, volgendo in mente tali pensieri, si presenta al pubblico. La prima domanda, che gli si doveva fare, era sempre questa: — Ma tu chi sei, che ti rimescoli nelle nostre cose? — Quando non si hanno centomila combattenti ai propri comandi, a questa domanda non vi è altra risposta da dare che quella di dire: — Io sono inviato da Dio. — Il saggio dice il vero, perché da Dio vien la saviezza; e le prove della sua missione sono, per i saggi le virtú, per il volgo le virtú ed i miracoli. Gli dèi avean data a Pittagora la virtú: lo studio, che avea fatto della natura, rendeva a lui facili molte cose, che al volgo sembravan miracoli.

Egli predisse talora la tempesta. Si narra che una volta predisse anche il terremoto. Espertissimo medico, annunziò spesso agli ammalati e la guarigione e la morte. Bastavan pochi fatti di tale natura: la fantasia del popolo, scossa una volta dal lamini razione, ne inventava mille altri piú sorprendenti.

Spesso il miracolo di Pittagora non era altro che un tropo di rettorica. Mentre siamo qui a sedere, uno di noi può ben «lire: — De’ legni, che usciran questa notte dal porto di Taranto, non tutti giugneranno alla mèta del loro viaggio; — e può avvenir facilmente che, mentre egli cosi ragiona, de’ legni sortan dal porto, e taluno di essi, còlto dalla tempesta, perisca. Non perciò noi chiamiamo quest’uomo «profeta». Ma mettetelo sul molo, tra diecimila spettatori. Due legni tirano le ancore e spiegano le vele. Mentre si odono i gridi di allegrezza de’ marinari. che giá salutano col desiderio la patria a cui ritornano; mentre gli amici da terra loro augurano una prospera navigazione; un uomo si leva e dice agli astanti: — Udite voi quei [p. 76 modifica]gridi di gioia? vedete quei due legni, che con vento si favorevole, con auspici tanto felici, sciolgon le vele? Infelici, ignoranti del loro destino! Di quei due legni, uno non rivedrá la patria. — Ecco uno de’ miracoli che si attribuiscono a Pittagora. Che ha mai detto egli di piú di quello che avrebbe potuto dire e che avrá detto mille volte in sua vita ciascuno di noi? Nulla: il miracolo è nelle sue frasi, e l’ammirazione è nella nostra fantasia.

Talora il piú mirabile di un’azione è l’a proposito. In molti miracoli non ve ne è altro. Pittagora sapeva conoscerlo ed usarne. Spesso un semplice paragone gli serviva di miracolo. Cosi, per esempio, narrasi di lui che era in Agrigento insieme con quell’Abari, che si diceva figlio di Apollo iperboreo, che viaggiava per l’aria a cavallo ad una freccia, che ha fatti egli solo piú miracoli che dieci Pittagora7. Si dice che a quest’uomo solo Pittagora avesse rivelato il segreto della sua discendenza da Mercurio ed avesse mostrata la sua coscia d’oro. Non vi tratterò su queste cose, che io non voglio né negare né affermare. Abari godeva fama di uomo santo e dotto nella cognizione de’ riti religiosi; sebbene non manchi chi creda che egli avesse piú superstizione che religione, poiché mostrò sempre piú cura dei riti che delle virtú. Abari dunque e Pittagora erano insieme in Agrigento, nel tempo appunto che vi regnava Falaride. Abari predicava la santitá de’ riti, e Pittagora la santitá de’costumi; Abari avea piú cura degl’interessi degli dèi, e Pittagora piú di quelli degli uomini. Avvenne quel che dovea avvenirne. Abari, il quale moltiplicava le espiazioni, fu piú accetto a Falaride di Pittagora, che moltiplicava i rimorsi. Accarezzato sulle prime, perché anche gli scellerati carezzati sempre la virtú e la sapienza, finché sperano di poterla comprare (i soli stolti la disprezzano); quando si conobbe che la sua virtú resisteva ad ogni seduzione, fu temuto, ed il timore lo rese odioso. — Gli scellerati son potenti — gli diceva Abari: — essi ti perderanno. — Non mi perderanno — rispondeva Pittagora, — se gli dèi non vogliono. La mia vita è in mano degli dèi: essi son [p. 77 modifica]quelli che m’ispirano la veritá. — Pittagora intanto diventava ogni giorno piú caro al popolo, perché ogni giorno Falaride per le sue crudeltá gli diventava piú odioso.

Eccoti che un giorno, mentre Pittagora era nel fòro, concionando al popolo, arrivano i satelliti inviati da Falaride per ucciderlo. Pittagora ragionava sull’uso e sull’abuso del potere, e mostrava quanto degno di lode esser colui che ne usava per bene de’ suoi popoli, tanto degni di biasmo esser gli altri che ne abusavano per opprimerli; e questi ultimi finir quasi sempre con precipitar loro stessi e i figli propri in un abisso di mali, mentre i primi viveano sicuri ed amati e morivan lodati ed eguagliati agli dèi. Il popolo beveva questi detti, e faceva tra sé e sé il tacito paragone di ciò che Pittagora ragionava e ciò che oprava Falaride. — Gli dèi — continuava Pittagora — dánno il potere ad un uomo solo, perché di rado avviene che i popoli abbian tanto di virtú, da poter fare da loro stessi la propria felicitá: il piú delle volte ne hanno appena sol quanto basta per non impedire che altri la faccia. Ma spesso avviene che perdono anche questa; ed allora gli dèi stessi permettono che colui, cui hanno commesso il potere, ne abusi, finché, scossi dall’estremo de’ mali, gli animi ammolliti e corrotti riprendano nuova energia e ritorni nella cittá la concordia. Imperciocché non vi lasciate ingannare: il primo effetto della virtú è la concordia pubblica. La tirannide, nata da’pubblici vizi, non si stabilisce se non colla discordia; e, quando gli dèi voglion ristabilir il buon ordine in una cittá, dánno un segno, da cui gli animi de’ cittadini sian di nuovo quasi invitati a saggia e virtuosa concordia... —

Era giunto Pittagora a queste parole. I satelliti tentan penetrar nella folla. Il popolo si oppone, e nasce un rumor grande. Pittagora, senza cangiar né sito né colore: — Ecco il segno! — gridò. — Cittadini, badate a me! gli dèi ve lo dánno giá il segno! — Uno stormo di timide colombe volava, fuggendo gli artigli di uno sparviero, che le inseguiva. — Perché fuggono quelle colombe? Esse son molte, e lo sparviero è uno solo. Ma esse non hanno virtú, perché ciascuna pensa solo a se stessa; perché non hanno virtú, son timide; e perché non han concordia, lo [p. 78 modifica] sparviero ad una ad una le divora tutte... — L’augurio è chiaro — odi gridare il popolo. — Gli dèi lo vogliono. Corriamo ove ci chiaman gli dèi! — In men di un’ora la terra di Agrigento era giá purgata dal piú orribile mostro che abbia oppressa e disonorata l’umanitá8.

— Tu parli da saggio, o Archita, — dissi allora io, — e per te Pittagora ci appare un saggio. Ma dimmi: è dunque fataie che la veritá non si possa insegnar se non per mezzo della menzogna? Tu hai detto che Pittagora avea pei saggi le virtú, e pel volgo le virtú ed i miracoli. Non potea la sola virtú bastare e pei saggi e pel volgo?

— No, Cleobolo. La virtú è saviezza: la saviezza ha bisogno di ragione, e la ragione ha bisogno di tempo. I pregiudizi, gli errori, i vizi, che nella fantasia de’ popoli vanno e vengono come le onde del nostro Ionio, riempirebbero sempre di nuova arena quel bacino, die tu vuoi scavare a poco a poco per formarne un porto. È necessitá piantare con mano potente una diga, che freni la violenza delle onde sempre mobili. Prima di avvezzare il popolo a ragionare, convien comandargli di credere; e, per convincerlo che il vero sia quello che tu gli dici, convien persuadergli, prima, die non possa esser vero quello che tu non dici. Non cerchiamo, amico, l’uomo che abbia detto piú veritá, ma quello che ha persuase veritá piú utili; e, se talora la necessitá ha mossi i grandi uomini ad illudere il popolo, cerchiamo solo se l’hanno utilmente illuso.

Tale era Pittagora. Mentre appunto era in Agrigento, gli fu rimproverata da taluni la sua soverchia religione: ed egli rispose non esser maf superstizione quella che conduce al bene degli uomini, perché questo bene non è un sogno. Di fatti egli non prostituí mai la religione a lusingare il vizio potente. Quando Falaride lo invitò a purificare i riti di Agrigento, sai tu che gli rispose? — Purifica prima il tuo cuore. Ogni religione richiede un mediatore tra gli dèi e gli uomini. Se quelli [p. 79 modifica]mi domanderanno chi mai sia il mediatore degli agrigentini, che potrò risponder io? Potranno mai gli dèi, i quali amano la giustizia ed odiano il sangue, ascoltar propizi i voti che Falaride offrirá per gli agrigentini o gli agrigentini per Falaride? —

Egli ripeteva sovente questa massima: — Quale è l’uomo piú dannoso alla cittá? Colui che abusa del nome degli dèi per servire un potente. Quale l’uomo piú dannoso a se stesso? Colui che abusa del nome degli dèi per servire ad un altro uomo. Gli dèi han date agli uomini le armi, ed essi ne abusano per commetter delle ingiustizie; ma il loro nome l’han riserbato solo per insegnar la virtú. —

Or voi interrogate tutta l’Italia, e saprete se Pittagora abbia sempre praticato ciò che ha detto.

  1. CICERONE, Tusculanae quaestiones, V
  2. Cicerone, De natura deorum
  3. «Voi». Par che si debba intendere dei greci ivi presenti.
  4. Su questa espressione di Archita vedi l’Appendice III.
  5. PLATONE, De Republica
  6. Vento noto della Puglia, ORAZIO, Odi
  7. BAYLE, Dictionnaire, ad. v. Abaris.
  8. Tutti questi vantati miracoli di Pittagora leggili narrati da molti, e raccolti da STANLEY, Historia philosophiae