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Origine della lingua italiana/III

< Origine della lingua italiana
III

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III.


Tutti, ordinariamente, quando vogliamo dire che una lingua è derivata da un’altra, diciamo che [p. 9 modifica]ne è figlia. Ma questo è uno di que’ tanti traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà delle cose.

I concetti, infatti, di madre e di figlia implicano necessariamente l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa lingua.

II nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che “ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio.„ E Guglielmo Humboldt, dopo di lui, disse che “la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi.„

Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino “quelle parti in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.„1 Per esempio, in Plauto si legge: unus servus violentissimus; in Cicerone: cum uno gladiatore nequissimo; e in Curzio Rufo: Alexander unum animal est: frasi che contengono il germe dell’articolo indeterminato, che è in tutte le nuove lingue, e che il latino, per regola generale, non aveva.

Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice: insistam forti mente, invece di insistam fortiter. E un obstinata mente perfer s'incontra in Catullo, un jucunda mente respondit in Apuleio. Ecco qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini [p. 10 modifica]fortemente, ostinatamente, giocondamente, ecc.), nati dall’accoppiamento dell’ablativo mente con l’aggettivo, e nell’uso de’ quali non si tiene più nessun conto del loro valore etimologico, poiché diciamo benissimo mangiare avida-mente, quantunque si mangi con la bocca, e non con la mente; appunto come Ovidio diceva che sarebbe stato forti mente a cavallo, quantunque in realtà ci stesse con le gambe.

In tutti gli scrittori latini s’incontrano spesso le forme accorciate amasti per amavisti, amastis per amavistis, amarunt per amaverunt, corrispondenti, come ognun vede, alle forme italiane amasti, amaste, amarono, alle francesi aimas, aimâtes, aimèrent, alle spagnole amaste, amásteis, amaron, ecc.

Di regola, il verbo habere non era ausiliare. Ma chi non lo sente già usato come tale in alcuni passi, per esempio, di Cicerone? — Ad meam fidem, quam habent spectatam jam et cognitam, confugiunt (Div. Caec., § 11); — Nec scriptum habeo (Verr., act. II, lib. IV, § 36); — Eum autem emptum habebat (Tull., 16); — De Caesare.... satis dictum habebo (Phil., V, § 52).

In Varrone, in Lucrezio e in Virgilio, s’incontra già il pronome mihi (a me), accorciato in mi. E perfino certe particolari maniere di dire, che a noi paiono tutte nostre, si trovano già tali e quali in latino. In Plauto, per esempio, troviamo: Ossa atque pellis sum (son pelle e ossa — Capt., I, 2); — Quod si sciret, esset alia oratio (se lo sapesse, sarebbe un altro discorso — Merc., [p. 11 modifica]II, 3); — Non is sum, qui sum, nisi.... (non son chi sono, se non.... — Men., III, 2); — Oleo tranquilliorem (più cheto dell’olio — Poen., V, 4). — E in Cicerone: Digito caelum attingere (toccare il ciel col dito — Ep. ad Att., II, 1, 7). — E in Petronio: Lacte gallinaceum, si quaesieris, invenies (ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di gallina — Satir., XXXVIII); — Nondum recepit ultimam manum (non ha ancora avuto l’ultima mano — Ibid., CXVIII).

Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.

Il che però non vuol dire che queste lingue derivassero dal latino con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore, dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla pronunzia.2 E poi, la sua naturale trasformazione fu, [p. 12 modifica]dove più dove meno, affrettata e anche in parte alterata dallo sconvolgimento politico, religioso e sociale. Se così non fosse, è chiaro che tutta l’Europa latina avrebbe finito col parlare una lingua sola. Dunque, la sentenza del nostro Lanzi, perchè possa adattarsi alla storia del latino e degl’idiomi derivati da esso, va modificata cosi: “Ogni anno si fa un passo, più o meno lungo, secondo le circostanze, verso un nuovo linguaggio.„

Eccoci quindi condotti a studiare un poco le cause estrinseche, accennate qui sopra, che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del latino.


Note

  1. Die romanischen Sprachen in ihrem Verhältnisse zum Lateinischen (Le lingue romanze nel loro rapporto col latino); Halle, 1819; pag. 53.
  2. Fin dal secolo passato, Scipione Maffei avvertiva che “i nostri odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di pronunziare negli antichi tempi, e di parlar popolarmente il Latino; la qual diversità non altronde nasceva; che dal genio delle varie lingue che avanti la Latina correvano.„ (Verona Illustrata; Milano, 1825-26; vol. I, pag. 27. — Cfr. anche vol. II, pag. 540-41.) — “Può dirsi che il francese, in fondo, sia un latino pronunziato da Celti.„ (Littrè, Histoire de la Langue française; sixième édition; Paris, 1873; vol. I, pag. 263.) — Intorno alle corrispondenze tra l’umbro antico e i moderni dialetti umbro- umbro-romani, in alcune proprietà del vocalismo, e specialmente nella preferenza per e atona, soprattutto finale, sull’i, si vedano le Osservazioni del Caix sul Vocalismo italiano (Firenze, 1876).