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II, 3); — Non is sum, qui sum, nisi.... (non son chi sono, se non.... — Men., III, 2); — Oleo tranquilliorem (più cheto dell’olio — Poen., V, 4). — E in Cicerone: Digito caelum attingere (toccare il ciel col dito — Ep. ad Att., II, 1, 7). — E in Petronio: Lacte gallinaceum, si quaesieris, invenies (ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di gallina — Satir., XXXVIII); — Nondum recepit ultimam manum (non ha ancora avuto l’ultima mano — Ibid., CXVIII).

Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.

Il che però non vuol dire che queste lingue derivassero dal latino con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore, dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla pronunzia.1 E poi, la sua naturale trasformazione fu,

  1. Fin dal secolo passato, Scipione Maffei avvertiva che “i nostri odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di pronunziare negli antichi tempi, e di parlar popolarmente il Latino; la qual diversità non altronde nasceva; che dal genio delle varie lingue che avanti la Latina correvano.„ (Verona Illustrata; Milano, 1825-26; vol. I, pag. 27. — Cfr. anche vol. II, pag. 540-41.) — “Può dirsi che il francese, in fondo, sia un latino pronunziato da Celti.„ (Littrè, Histoire de la Langue française; sixième édition; Paris, 1873; vol. I, pag. 263.) — Intorno alle corrispondenze tra l’umbro antico e i moderni dialetti umbro-