Novelle (Bandello, 1853, II)/Parte I/Novella XXXIX

Novella XXXIX - Filippo duca di Borgogna si mette fuor di proposito a grandissimo periglio
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[p. 15 modifica]quella notte che a Castel Gifredo tutta intiera stemmo a ragionar di versi e di cose de la lingua volgare, mi diceste che volevate che io vi donassi una de le mie novelle, questa vi dono e sotto il vostro nome voglio che sia veduta. Se ella poi non è con quel candore scritta che voi le vostre rime cantate, ricordatevi che a tutti non è concesso navigar a Corinto. Pigliate il mio buon animo e sodisfatevi di quello. State sano.


NOVELLA XXXIX
Filippo duca di Borgogna si mette fuor di proposito a grandissimo periglio.


Volendovi, madama illustrissima, narrare uno azzardo che fece de la vita sua Filippo dei reali di Francia, duca di Borgogna, signor de la Fiandra, di Hainault, di Olanda e di molti altri paesi, a ciò che meglio si conosca la cagione che gli diede il motivo di cotal capriccio, egli mi convien fare come fa il gentilissimo musico Francesco da Milano, unico a’ nostri dì e divin sonator di liuto, il quale volendo sonar qualche bella canzone, prima che ce la faccia sentire suona due o tre, come essi le chiamano, «ricercate», a ciò che dapoi meglio l’uomo intenda e gusti l’armonia de la canzone che egli dietro a quelle armoniosamente suona. Io vi dico adunque che Carlo re di Francia, di questo nome quinto, diede a Filippo nomato «l’Ardito» suo fratello, per la parte che a quelli che non sono primogeniti si dà, che i francesi chiamano in lingua loro «apennage», la duchea di Borgogna; e non contento di questo, procurò di fargli aver per moglie Margarita figliuola unica di Luigi conte di Fiandra ed ereditaria di quel contado e d’alcuni altri stati, di maniera che lo fece tanto potente che egli non si stimava da meno che il re suo fratello. Morto Filippo, successe Giovanni suo figliuolo, giovine di gran core, il quale accrebbe agli altri stati la contea di Hainault con la Olanda ed altre signorie, e divenne sì potente che non solamente voleva agguagliarsi al re suo zio ma si teneva da più. Del che ne nacquero infiniti mali, e Francia più volte ne pianse, perciò che essendo a Carlo quinto successo nel reame di Francia Carlo sesto suo figliuolo, il detto duca Giovanni entrò in openione di cacciar gli zii e fratelli del re dal governo del regno e restar egli solo governatore. E per poter più facilmente pervenire a questo, col mezzo di Raoul di Attovilla ammazzò una notte in Parigi, presso a la porta Barbetta, Luigi duca di Orliens fratello [p. 16 modifica]del re e marito di madama Valentina Vesconte, il quale era di elevato ingegno ed animoso molto. Fatto questo, esso duca avendo prima disposto cavalli per il camino, andò in un dì da Parigi ad Arras, ove sono circa cento miglia de le nostre. E così cominciò la nemicizia crudele tra la casa di Francia e quella di Borgogna. Onde fin al giorno d’oggi gli stati soggetti al duca di Borgogna son sempre stati favorevoli agli inglesi contra la corona di Francia. E perciò si giudica che Carlo quinto che fu cognominato «saggio» non troppo saviamente facesse ad alienare il ducato di Borgogna da la corona, il quale suo padre il re Giovanni l’aveva vinto. Occupavano alora gli inglesi parte de la Francia, la Normandia, il ducato di Ginevra che gli antichi dissero Aquitania, il contado di Tolosa e gran parte di Linguadoca. Ora veggendo i governatori del re Carlo sesto questo disordine, s’affaticarono molto e fecero tanto che seguì certo accordo tra il re ed il duca Giovanni; il quale tornato in Francia e non contento de la morte del duca d’Orliens, tentò con ogni via la rovina dei figliuoli di quello, e sollevando il popolo parigino fece morir molti gentiluomini ed ufficiali d’esso duca, e un’altra volta fuggì via di Parigi e cominciò a mettersi contra la corona di Francia. Il re, turbato che il popolo di Parigi avesse tumultuato, ne fece decapitar molti; onde essendo i parigini molto facili a le mutinazioni si sollevarono un’altra volta, ed il borgognone col mezzo di Giovanni Villiars, che era signore de l’Isola di Adam, pigliò Parigi, e vi morirono più di tre mila uomini, tutti gli ufficiali del re ed altri, con il conte di Armignac contestabile di Francia, Enrico di Marlì cancegliero del regno, il conte di Gran Prato ed altri signori. Il re in quei dì era gravemente infermo nel castello del Lovore, il quale con la reina rimase in poter de’ borgognoni; e se messer Tanegiù di Castello, cavaliero ardito e prudente e creato del duca Luigi d’Orliens morto, non conduceva per la porta de la bastia a Miluno il delfino, egli era o prigione o morto. Fecero adunque i borgognoni di gran danni ed altrettanto ne fece Enrico re d’Inghilterra, il quale cercava con tutti i modi unirsi col duca Giovanni. Ma trattandosi l’accordo tra il delfino, che si scriveva «governator di Francia» ed al quale molti baroni s’erano uniti, ed il borgognone, si elesse una domenica, nel qual dì sul ponte di Monasteruolo Faultrione, ove era fatto un tabernacolo, il delfino con il duca Giovanni, con dieci cavalieri per ciascuno, parleria e si conchiuderia l’accordo. Entro il determinato giorno dentro il tabernacolo, o sia padiglione che su il ponte era tirato, il delfino con i suoi dieci cavalieri, e da l’altra parte [p. 17 modifica]v’entrò il duca con i suoi. Quivi dopo l’accoglienze fatte si cominciò a contrattar de le cose de la pace. Il borgognone che si vedeva esser su l’avvantaggio avendo ne le mani Parigi con il re e la reina, usò di molte parole arroganti e superbe, a le quali monsignor delfino rispose con molta umanità e prudenza. E perseverando pure il duca in parlar molto superbo e non tenendo conto de la persona del delfino, anzi più tosto villaneggiandolo, messer Tanegiù di Castello che era uno dei dieci cavalieri del delfino, non potendo sofferire la superbia del borgognone, e bramoso di vendicar il suo duca Luigi, alzó una azza che aveva in mano e quanto più gagliardamente puotè diede una gran percossa sul capo al duca di Borgogna e subito l’ammazzò. Di che sbigottiti quelli che erano seco e dubitando non esser morti, tutti fuggirono via, ed il delfino con i suoi si ridusse anco egli in salvo. Filippo figliuolo del duca Giovanni morto e secondo di questo nome, duca di Borgogna, che era rimaso in Parigi, udita la trista novella de la morte del padre, trovandosi ne le mani il re e la reina di Francia, senza pensarvi troppo su gli diede tutti dui in poter d’Enrico re d’Inghilterra e gli lasciò anco Parigi, di modo che il re Carlo sesto e la moglie morirono in mano degli inglesi. Onde la nemicizia che di già era cominciata crebbe in odio crudelissimo e tanto fiero che, o fosse il re Carlo settimo o Carlo duca d’Orliens, fu da un di loro indutto un alemanno per forza d’andar a mettersi al servigio di Filippo, a ciò che egli con più comodità potesse ammazzarlo. Era il tedesco uomo ben membruto e di gran core, e tenuto fortissimo e persona audace per dar fine ad ogni grande impresa, perciò che de le sue forze e de l’animosità aveva in molti luoghi fatto fede. Andò il tedesco e s’acconciò con Filippo con assai buona condizione e cominciò a servirlo molto bene. Ora, che che si fosse, la cosa fu fatta intender al duca Filippo, il quale avvertito de l’animo del tedesco il domandò un giorno perchè s’era partito di Francia e lasciato il soldo che già qualche tempo aveva continovato. Egli allegò certe sue apparenti ragioni, le quali Filippo mostrò di credere e gli disse che attendesse a ben servire. Era in quei giorni fuggito di Francia Luigi delfino, che poi fu re di Francia, morto il padre, e s’era accostato al duca Filippo dal quale fu tenuto molti anni onoratamente. Esso duca Filippo sapeva certo che il delfino non sapeva cosa alcuna del maneggio del tedesco, e stava sempre con gli occhi aperti a ciò che talora l’alemanno, che Beltrando aveva nome, non gliel’accoccasse. Da l’altra parte non cessava tutto il dì fargli carezze e donargli [p. 18 modifica]bene spesso di ricchi doni. Beltrando che con malissimo animo era venuto ai servigi del duca borgognone, o che cangiata avesse la malevoglienza in amore, o che mai non avesse trovata occasione di commetter ciò che era venuto per fare, o che forse non ardisse mettersi a tanto rischio, attendeva diligentemente a servire e far quanto il duca gli comandava. Esso duca che mai non si era potuto accorgere che Beltrando avesse animo d’ammazzarlo, e che già era passato l’anno che ai suoi servigi lo teneva, per non stare di continovo in sospetto, deliberò provare se egli era così animoso e gagliardo come la fama il predicava. E non volendo communicar l’animo suo con persona alcuna, fece di quelle cose che sovente fanno i prencipi giovini, che fuor di proposito, come poco innanzi si questionava, metteno la signoria e la vita a periglio. Egli fece far due buonissime spade e dui pugnali tutti così simili che tra le due spade non ci era differenza di cosa del mondo ed il medesimo era dei pugnali, ed ogni cosa fece fornire d’una stessa foggia. Fece anco far calze, giubboni e dui sai d’un medesimo garbo con dui cappelli in tutto simigliantissimi. Era Beltrando de la propria grandezza e grossezza che era il duca Filippo. Ora volendo un giorno il duca ultimar questa pratica e venire al cimento de le forze di Beltrando, ordinò una caccia di porci cinghiari in una de le sue foreste, e quel giorno che si deveva andar a la caccia volle che Beltrando si vestisse con lui di quei panni che aveva fatto far così simiglianti. E così Beltrando si calzò le calze, si mise il giubbone e il saio che il duca gli aveva fatti dare, con il cappello. Essendo poi per montar a cavallo, il duca gli donò un buonissimo corsiero. Onde, come si vide Beltrando esser d’una foggia vestito simile al duca e che si seppe il duca esserne stato autore, fu da tutta la corte giudicato questo esser un segno che il duca molto l’amava e che l’aveva per suo favorito. Andarono a la caccia, ove dopo che furono dimorati buona pezza e che furono ammazzati duo grandi cinghiari, Filippo chiamò a sè questo Beltrando e gli disse: – Beltrando, va a la tal parte di questo bosco e là tutto solo m’aspetta. – Il che egli subito fece, sapendo molto bene il luogo, perchè sovente Filippo soleva andarvi a diportarsi. Come egli fu partito, il duca celatamente, che nessuno se n’avvide, gli andò dietro e poco dopo lui aggiunse al deputato luogo, che era un praticello di minutissima erbetta, cinto d’ogn’intorno da spessi e altissimi arbori, e per una vietta vi si poteva entrar comodamente dentro, la quale era capace di due o tre persone, di modo che pareva proprio [p. 19 modifica]un campo o steccato fatto a posta per combattervi duo guerrieri. Quivi arrivato, Filippo disse a Beltrando che smontasse ed attaccasse il suo corsiero ad uno di quegli arbori, ed egli altresì dismontò dal suo e lo legò ad un tronco. Come tutti dui furono a piedi, attendendo Beltrando ciò che questo volesse dire, il duca alora cacciata la sua spada del fodro, con alta e ferma voce gli disse: – Beltrando, metti mano a la tua spada e da me ti diffendi fino che tu puoi, chè io non vo’ vantaggio nessuno da te. Sforzati pure di far ciò che tuo padrone che qui ti mandò t’ha comandato, perchè io so che tu sei venuto in casa mia per uccidermi. – A queste parole il tedesco tutto sbigottito, cavatasi la spada e quella tratta via, s’inginocchiò e con le braccia in croce domandò perdono al duca, dicendo che era vero ciò che egli diceva, ma che veggendo il bene ch’egli fatto gli aveva, s’era pentito e l’aveva fedelmente servito e che contra lui non prenderebbe l’armi già mai. Filippo alora gli rispose: – Or via, vatti con Dio con ogni cosa del tuo e fa che più non ti veggia su lo stato mio, chè tu sei un vile e codardo non ti dando l’animo d’essequire ciò che il tuo padrone t’ha comandato. – Il tedesco si partì con più prestezza che non si dà la fava la notte dei morti. Ora sarebbe un bel disputare se il tedesco restò d’essequir l’impresa per viltà o per le carezze e beni ricevuti dal duca, e se questa opera di Filippo, ancor che avesse buon fine, è degna di lode o di biasimo. E questa questione lascierò io, madama, al vostro conseglio ed a questi signori; ed io fin qui avendo ragionato, ascolterò ciò che se ne dirà.


Il Bandello al molto illustre e valoroso signore il signor Giovanni de’ Medici


Egli vi deveria sovvenir di quel giorno quando il nostro ingegnoso messer Niccolò Macchiavelli sotto Milano volle far quell’ordinanza di fanti di cui egli molto innanzi nel suo libro de l’arte militare aveva trattato. Si conobbe alora quanta differenza sia da chi sa e non ha messo in opera ciò che sa, da quello che oltra il sapere ha più volte messe le mani, come dir si suole, in pasta, e dedutto il pensiero e concetto de l’animo [p. 20 modifica]suo in opera esteriore; perciò che sempre il pratico ed essercitato con minor fatica opererà che non farà l’inesperto, essendo l’esperienza maestra de le cose, di modo che anco s’è veduto alcuna volta una persona senza scienza, ma lungamente essercitata in qualche mestieri, saperlo molto meglio fare che non saperà uno in quell’arte dotto ma non esperimentato. Niente di meno quel dotto benissimo ne parlerà e disputerà dottamente. Messer Niccolò quel dì ci tenne al sole più di due ore a bada per ordinar tre mila fanti secondo quell’ordine che aveva scritto, e mai non gli venne fatto di potergli ordinare. Tuttavia egli ne parlava sì bene e sì chiaramente, e con le parole sue mostrava la cosa esser fuor di modo sì facile, che io che nulla ne so mi credeva di leggero, le sue ragioni e discorsi udendo, aver potuto quella fanteria ordinare. E son certo, se messo mi vi fossi, che sarei stato come un piccolo augello al vischio còlto, che quanto più si dimena e s’affatica d’uscire de la pania assai più s’invischia e miseramente intrica. Ora veggendo voi che messer Niccolò non era per fornirla così tosto, mi diceste: – Bandello, io vo’ cavar tutti noi di fastidio e che andiamo a desinare. – E detto alora al Macchiavelli che si ritirasse e lasciasse far a voi, in un batter d’occhio con l’aita dei tamburini ordinaste quella gente in varii modi e forme, con ammirazione grandissima di chi vi si ritrovò. Voleste poi che io venissi a desinar con voi e vi menaste anco il Macchiavelli. Come si fu desinato, voi rivoltato a messer Niccolò lo pregaste che con una de le sue piacevoli novelle ci volesse ricreare. Egli che è uomo discreto e cortese disse di farlo, onde narrò una piacevol novella che non poco vi piacque, e a me commetteste che io volessi scriverla. Il che avendo fatto, ve la mando e al glorioso nome vostro consacro. Vi prego bene a considerare che messer Niccolò è uno de’ belli e facondi dicitori e molto copioso de la vostra Toscana e che io son lombardo. Ma quando vi sovverrà che è scritta dal vostro Bandello che tanto amate e favorite, io mi fo a credere che non meno vi diletterà leggendola di quello che si facesse alor che fu narrata. State sano.


NOVELLA [p. 21 modifica]XL
Inganno usato da una scaltrita donna al marito con una subita astuzia.


Io, signor mio, porto ferma openione che se questa matina voi non mi levavate d’impaccio, che noi ancora ci trovaremmo in campagna al sole. E non è perciò questo il primo piacere che da voi, la vostra mercè, ho ricevuto, e spero tuttavia che non debbia esser l’ultimo. Ora per una picciola ricompensa del fastidio che stamane vi diedi, poi che pregato me n’avete potendomi senza verun rispetto comandare, vi dirò una piacevol novella che al mio parere alquanto vi diletterà. Io parlerò d’una materia di cui tutto il dì accadeno essempi, cioè de le beffe che le donne fanno ai lor mariti. Dico adunque che Cocco Bernardozzo fu ne la città di Foligno ai giorni suoi sì per nobiltà di sangue come per grandissimo patrimonio il più notabil gentiluomo di quella città, in modo che niuno v’era che a lui s’agguagliasse. Era poi d’una bella e grata presenza; ma d’industria, accortezza, sagacità e de l’altre doti, cui senza, l’uomo poco vale, niente aveva, di sorte che più tosto da Grosseto si poteva chiamare che da Foligno. Egli ebbe per moglie Domicilla figliuola d’Andreuccio Raineri, giovane fresca e bella, e tanto avveduta che poche donne erano de la prontezza ed acutezza d’ingegno che in lei si conoscevano. Ella non stette a pena dui mesi col marito che de la dapocaggine di quello troppo ben s’avvide, e oltra questo conobbe che egli era molto più vago di quel d’altrui che del suo di casa, imperciò che quante femine vedeva, con tutte si domesticava e si metteva in pratica. Nè crediate pertanto che di gentildonne egli si dilettasse, chè una per miracolo non ne averebbe mirata in viso; ma le massare, lavandare, fornaie e simil sorte di femine erano il suo gioco. Credo io che fosse di natura di corbo, il quale vie più volentieri a le carogne si gitta che a buona carne. Così faceva Cocco, che tra queste vilissime femine sempre s’avventava a la più sozza e mal netta che ci fosse, di modo che Guccio Imbratta, Porco o Balena, come lo vogliamo appellare, l’averebbe perduta seco. Aveva anco Cocco un’altra taccarella, che volentieri andava in zoccoli per l’asciutto, ove la moglie l’averebbe voluto portar in nave per il piovoso. Dei disonesti modi del marito accortasi Domicilla, più volte con lui se ne dolse come di cosa che in suo danno ritornava. Ma che valeva il dolersi? Ella cantava a’ sordi, e Cocco era pur disposto di seguir il suo consueto stile di vivere, di maniera che Domicilla