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Camillo Brambilla

Spezzato di Tallero battuto in Bozzolo per Scipione Gonzaga ../Gazzetta battuta in Sabbioneta ../Sestino inedito di Spoleto IncludiIntestazione 6 ottobre 2011 75% Numismatica

Gazzetta battuta in Sabbioneta Sestino inedito di Spoleto


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VII.

Spezzato di tallero battuto in Bozzolo per Scipione Gonzaga.


Rivista italiana di numismatica 1891 p 517.jpg

Scipione figlio di Ferrante Gonzaga Signore di Rivarolo, e di Isabella pure Gonzaga di Novellara, ottenne nel 1613 l’investitura del Principato di Bozzolo, nel quale di fatto era successo nel 1609 dopo la morte dello zio Giulio Cesare. [p. 460 modifica] Era allora già attiva la zecca in Bozzolo, ed Isabella Gonzaga cosi la mantenne facendo scolpire anche il proprio nome come madre e tutrice del nuovo principe in una prima moneta, che per questi era ivi battuta1.

Di Scipione Gonzaga si hanno abbondanti le monete, che per lui individualmente coniavansi già nel 1614 come Principe del Sacro Romano Impero e di Bozzolo, e dopo il 1636 come Duca di Sabbioneta, avendone in quell’anno conseguita l’investitura imperiale. Sono però assai rare le monete in oro, che portano il nome di Scipione, sia col titolo minore, sia col più fastoso, e quanto comuni sono nelle raccolte i pezzi per lui battuti in una lega assai povera d’argento, sono sempre peregrine le monete di largo modulo, e di rilevata finezza d’intrinseco. Sono poi non comuni e segnalati pel loro interesse numismatico ed economico quei pezzi, superiori al valore di tre soldi, segnati col numero 3, che portano la indicazione del corso loro attribuito quando erano emessi dall’officina monetaria,, e difficilmente poi per difetto di buona lega mantenevasi nelle tariffe, che venivano pubblicate nei vari stati vicini.

Era allora abituale il regolare, o meglio il mal regolare il corso delle monete, massime nel piccolo commercio, a moneta lunga ed a moneta corta, e di quel doppio, e sempre incerto modo di apprezzamento delle valute approfittavano i piccoli signori, che avendo il privilegio di batter moneta, ne volevano pur ritrarre qualche utile.

Nella fabbrica, e nella emissione delle monete era quindi ovvio il coprire la deficenza dell’intrinseco colla elevatezza del corso apparente, riservato poi [p. 461 modifica]all’oculatezza di principi e di amministratori della cosa pubblica, il determinare con continui mutamenti il valore pel quale le monete dovevano essere effettivamente ricevute, non senza talvolta accennare quello stesso valore nel doppio ragguaglio di moneta lunga per l’appunto, e di moneta corta.

Il valore di emissione pertanto quando trovasi segnato sulla moneta diventa molto istruttivo se confrontato colle tariffe successive, e l’oscillazione continua, che per una stessa moneta riscontrasi nel corso che le è a volta a volta attribuito, aumenta l’interesse congiunto a quei confronti. Può essere il caso di un convincente esempio. Sotto il corrotto nome di Selmino emettevasi nei primi anni del secolo XVII, ed anche successivamente, in Guastalla, la moneta colla figura di San Pietro, che troviamo descritta e prodotta dell’Affò dotto illustratore di quella zecca2, e colla quale volevasi imitato il notissimo Anselmino di Mantova, il cui valore vero era in questa città di soldi venti. Il Selmino di Guastalla per modulo eguale, se non superiore alll’Anselmino di Mantova, ma deficiente in suo confronto nel peso e nell’intrinseco, valuta vasi nel 1610 e nel luogo di sua emissione soldi ventidue, ed in Bologna nel 1612 soltanto soldi dieci e quattrini due, e più tardi nel 1616 in tariffa di Sabbioneta troviamo accomunati in una unica denominazione, ed in un solo valore di soldi ventiquattro gli Anselmini di Mantova ed i Selmini di Guastalla. Egli è ben chiaro che quei valori più elevati erano dipendenti da corsi platealmente, o con arbitrio attribuiti, e senza giusto riguardo al vero pregio intrinseco delle monete.

Quei piccoli principi però, che usavano ed anche [p. 462 modifica]abusavano del loro privilegio, non lasciavano di curare che dalle officine monetarie da essi stabilite, uscissero, fosse pur in un numero affatto esiguo, e solo per pompa od uso di dono ed omaggio, pezzi nei quali l’intrinseco si accordasse col nome o col valore attribuito ad alcune determinate monete nelle zecche più importanti ed accreditate.

Nel particolare della zecca aperta in Bozzolo trovansi nel museo imperiale di Vienna non pochi pezzi in oro ed in argento rimasti, taluno unico, e tutti rarissimi, che evidentemente furono per eccezione battuti in ottimo metallo, e quali esemplari di doppie d’oro e suoi multipli, di ducatoni, di talleri, di scudi d’argento3. Credo siano quei pezzi esemplari di monete appositamente lavorate per farne omaggio all’imperatore, che aveva accordate le implorate investiture, ed anche saggi coi quali eventualmente lasciavasi credere, che nella zecca da cui sortivano, si osservassero scrupolosamente le buone ed oneste regole delle fabbriche delle monete. Buone e distinte le impronte, regolarmente purgato e fino il metallo; sono monete che fanno onore all’officina da cui sono uscite, al principe di cui vi è impresso il nome.

Di ben diverso lavoro, e di lega, anche nelle migliori, e di corso più elevato, raramente superiore alla metà del peso pel fino ossia argento, e quasi di puro rame per le infime, erano le monete, che comunemente emettevansi dalla zecca di Bozzolo per uso plateale e del commercio, e ne abbiamo prova dalla fluttuazione del loro corso, dal bando non raramente inflitto a taluno di quei pezzi. [p. 463 modifica] Fra le monete, che trovaronsi colpite di bando per notificazione pubblicata in Bologna il 17 ottobre 1616, eravi un Tallero del Principe di Bozzolo con l’aquilone a due teste, l’arme Gonzaga nel mezzo, evidentemente riprovato per inferiorità di lega e di peso. L’Affò in Zanetti ha pubblicato l’impronta appunto di un Tallero di Bozzolo, togliendola dall’Ordonnance pour les changeurs d’Anverse dell’anno 1633, che corrisponderebbe alla descrizione della notificazione di Bologna, se non che porta impresso il numero 80 all’esergo, per indicarne il valore di ottanta soldi o lire quattro, il che stabilirebbe essere stato emesso quel pezzo appunto per la valuta di due terzi del Tallero, cui davasi in origine il corso di lire sei, modificato in breve spazio di tempo a lire 7 od 8 ed anche più. Trovo quella stessa moneta impressa già nella Carte ou Liste di Anversa del 1627, e ne rilevo che effettivamente, come precisava l’Affò, era a denari 5 e grani 22 di intrinseco ossia a millesimi 490.

Ora io conservo nella mia collezione una moneta assai bella battuta per Scipione Gonzaga nel primo periodo di suo principato (1613-1636), della quale offro accurato disegno, e che si appalesa chiaramente per uno spezzato del Tallero di Bozzolo, ma colle particolarità che vado ad accennare, traendone poi qualche corollario in relazione alle premesse.

Condotta per ottimo e minuto lavoro, qui abbiamo al diritto la mezza figura a destra del giovane Gonzaga in piena armatura colla mano sinistra appoggiata all’elsa della spada. In giro da destra • SCIPio Sacri Romani Imperii BOZVLIQue PRINCEP s II • Al rovescio il campo è occupato dall’aquila imperiale a due teste, coronata, ed avente in petto l’antico scudo dei Gonzaga colle fasce ed i leoni. In giro: [p. 464 modifica]MARchio HOSTiani COMes POMPonisci TE   • Cetera All’esergo: XXIIII.

L’esemplare perfettamente conservato pesa grammi 6.450, e da diligente assaggio risulta superiore a 850 millesimi di fino.

Accennai più sopra, che questa moneta è evidentemente uno spezzato di Tallero, e tale, riferendosi a monete analoghe del tempo, lo confermano la figura e l’atteggiamento del principe al diritto, e cosi l’aquila imperiale del rovescio. Aggiungesi altro importantissimo elemento in quel numero XXIIII che sta all’esergo del rovescio della moneta a precisarci il valore di soldi ventiquattro, ossia di un quinto di tallero di soldi centoventi, ossia lire sei.

Quanto al peso avremmo corrispondenza con quello che ordinariamente riscontrasi nei talleri coevi e che si aggirano fra i 31 ed i 33 grammi in esemplari ben conservati. Per l’intrinseco in fine affatto ci accostiamo al vero a giusto titolo dei talleri regolarmenti emessi, e che doveva essere a circa denari 10 e grani 12, ossia a millesimi 876, come ci apprende la Carte ou Liste di Anversa per non poche di tali monete battute anche fra noi in Italia, mentre lo stesso e utilissimo libro ci istruisce sul larghissimo abuso in ciò verificatosi, avendosi talleri, che dai denari 10 e grani 12, come in effettivi pezzi di Modena di Mantova ed altri, giù discendono fino a denari 5 e grani 22 (millesimi 493) appunto in Bozzolo ed anche a denari 5, grani 8 (millesimi 444) per talleri di Messerano e di Desana.

Concludo pertanto, che la moneta qui da me pubblicata fu lavorata ed emessa dall’officina monetaria di Bozzolo per Scipione Gonzaga come uno spezzato del tallero di giusto peso e di giusto titolo, e nel suo valore di soldi ventiquattro, ma che troppo contrastando quegli ottimi elementi alle abitudini [p. 465 modifica]ed agli interessi di quella officina, e del principe, che ne divideva i proventi, tale moneta rappresenta una eccezione, che avrà causa speciale di dono, o di festività, siccome simili circostanze ritengo dessero origine ai magnifici pezzi in oro ed in argento di zecche secondarie, che si invidiano al Gabinetto numismatico imperiale di Vienna, e ad altre privilegiate collezioni.

Note

  1. Vedi Affò in Zanetti. Tomo III, tav. IX, 10.
  2. In Zanetti, Tomo III, Pag. 59. Tav. II, 25.
  3. Duval e Froelich, Monnoies en or et en argent du Cabinet de Vienne, e Zanetti., Tom. III, Monete di Bozzolo dell’Affò.