Michele Strogoff/Parte Seconda/Capitolo XV. Conclusione

Parte Seconda - Capitolo XV. Conclusione

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Jules Verne - Michele Strogoff (1876)
Traduzione dal francese di Anonimo
Parte Seconda - Capitolo XV. Conclusione
Parte Seconda - Capitolo XIV. La notte dal 5 al 6 ottobre
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CAPITOLO XV.

conclusione.


Michele Strogoff non era mai stato cieco. Un fenomeno puramente umano, morale e fisico insieme, aveva neutralizzato l’azione della lama incandescente che il carnefice di Féofar aveva fatto passare dinanzi agli occhi suoi.

Si sa che al momento del supplizio Marfa Strogoff era là, tendendo le mani verso suo figlio. Michele Strogoff la guardava, come può guardare un figlio sua madre quando lo fa per l’ultima volta. Risalendo a fiotti dal suo cuore agli occhi, le lagrime, che la sua fierezza cercava invano di trattenere, si erano accumulate sotto le sue palpebre e volatilizzandosi sulla cornea, gli avevano salvato la vista. Lo strato di vapori formato dalle sue lagrime, interponendosi fra la lama ardente e le sue pupille, aveva bastato a distruggere l’azione del calore. È un effetto identico a quello che avviene quando un operajo fonditore, dopo d’essersi bagnato la mano coll’acqua, le fa impunemente attraversare un getto di ghisa fusa.

Michele Strogoff aveva subito compreso il pericolo che avrebbe corso facendo noto il suo segreto a chicchessia; ed aveva visto d’altra parte [p. 84 modifica]tutto il partito che potrebbe ricavare da questo stato di cose per il compimento de’ propri disegni. Perchè, creduto cieco, lo si lascerebbe libero. Bisognava dunque esser cieco, esserlo per tutti, anche per Nadia, esserlo in una parola dovunque, e che non un gesto, in nissun momento, mai, potesse far dubitare della sincerità della sua parte. La sua risoluzione era presa. La vita medesima, egli doveva rischiarla per dare a tutti la prova della sua cecità, e si sa in qual modo la arrischiasse.

Sua madre soltanto conosceva il vero, ed era sulla piazza medesima di Tomsk che Michele glielo aveva detto all’orecchio, quando, curvo nell’ombra sopra di lei, la copriva de’ suoi baci.

Si comprende adunque che, quando Ogareff aveva, per una crudele ironia, messo la lettera imperiale innanzi agli occhi suoi, che credeva spenti, Michele Strogoff aveva potuto leggere la lettera che svelava gli odiosi disegni del traditore. Da ciò quella energia di cui diè prova nella seconda parte del suo viaggio. Da ciò quella indistruttibile volontà di giungere ad Irkutsk e di riuscire a compiere a viva voce la sua missione. Egli sapeva che la città doveva essere consegnata al nemico, che la vita del gran duca era minacciata! La salvezza del fratello dello czar e della Siberia era dunque ancora nelle sue mani.

Tutta questa storia fu narrata al gran duca, e Michele Strogoff disse pure, e con qual commozione! la parte che Nadia aveva avuto in quegli avvenimenti.

— E chi è questa giovinetta?

— La figlia dell’esiliato Wassili Fédor.

— La figlia del comandante Fédor, disse il gran [p. 85 modifica]duca, ha cessato d’essere la figlia dell’esiliato. Non vi sono più esiliati in Irkutsk.

Nadia, men forte nella gioja di quello che fosse stata nel dolore, cadde alle ginocchia del gran duca, il quale la sollevò con una mano, mentre porgeva l’altra a Michele Strogoff.

Un’ora dopo, essa era nelle braccia di suo padre. Michele Strogoff, Nadia, Wassili Fédor erano riuniti. Fu da ambe le parti una vera festa del cuore.

I Tartari erano stati respinti nel loro doppio assalto contro la città. Wassili Fédor, col suo drappello aveva schiacciato i primi assalitori che si erano presentati alla porta di Bolchaia, credendo che avesse a venir loro aperta, e di cui, per un presentimento istintivo, egli si era ostinato a rimanere difensore.

Nel medesimo tempo che i Tartari venivano respinti, gli assediati si rendevano padroni dell’incendio. La nafta liquida, dopo aver bruciato rapidamente la superficie dell’Angara, si era spenta, le fiamme concentrate sulle case della riva avevano rispettato gli altri quartieri della città.

Prima dell’alba le truppe di Féofar-Kan s’erano ritirate negli attendamenti, lasciando buon numero di morti sui terrapieni.

Fra i morti era la zingara Sangarre, che invano aveva cercato di raggiungere Ivan Ogareff.

Per due giorni, gli assedianti non tentarono verun assalto nuovo. Erano scoraggiati della morte d’Ivan Ogareff. Quest’uomo era l’anima dell’invasione, e lui solo, colle sue trame ordite da gran tempo, aveva avuto tanta influenza sui kani e sulle loro orde da trascinarli alla conquista della Russia asiatica.

Frattanto i difensori d’Irkutsk stettero all’erta perchè l’assedio durava sempre. [p. 86 modifica]

Ma il 7 ottobre, ai primi bagliori del giorno, il cannone echeggiò sulle alture che circondano Irkutsk.

Era l’armata di soccorso che giungeva sotto gli ordini del generale Kisseleff e segnalava così la sua presenza al gran duca.

I Tartari non aspettarono più oltre. Essi non volevano correre i rischi d’una battaglia data sotto le mura della città, ed il campo dell’Angara fu subito levato.

Irkutsk era finalmente libera.

Coi primi soldati russi, due amici di Michele Strogoff erano entrati anch’essi nella città. Erano gli inseparabili Blount e Jolivet. Giungendo alla riva destra dell’Angara per la chiusa di ghiaccio, essi avevano potuto porsi in salvo, al par degli altri fuggitivi, prima che le fiamme dell’Angara si fossero comunicate alla zattera. La qual cosa era stata notata da Alcide Jolivet sul suo taccuino in questi termini:

— Rischiato di finire come una scorza di limone in un poncino.

Grande fu la loro gioja nel ritrovare sani e salvi Nadia e Michele Strogoff, segnatamente quando appresero che il loro valoroso compagno non era cieco. Codesto indusse Harry Blount a fare sul taccuino un’osservazione.

— Il ferro infuocato è forse insufficiente per distruggere la sensibilità del nervo ottico.

Poi, i due corrispondenti, bene alloggiati in Irkutsk, lavorarono a mettere in ordine le loro impressioni di viaggio. Ne risultò l’invio a Londra ed a Parigi di due interessanti cronache relative all’invasione tartara, e che, cosa rara, non si contraddicevano se non sopra minimi particolari. [p. 87 modifica]

La campagna, del resto, fu disgraziata per l’Emiro ed i suoi alleati. Questa invasione, inutile come tutte quelle che attaccano il colosso russo, riuscì loro funestissima. Non tardarono ad essere tagliati dalle truppe dello czar, che ripresero successivamente tutte le città conquistate. Inoltre, l’inverno fu terribile, e delle orde decimate dal freddo, non rientrò che una piccola parte nelle steppe della Tartaria.

La via da Irkutsk ai monti Urali era dunque libera. Il gran duca aveva fretta di ritornare a Mosca, ma egli ritardò il suo viaggio per assistere ad una commovente cerimonia, che ebbe luogo alcuni giorni dopo l’entrata delle truppe russe.

Michele Strogoff era andato a trovare Nadia, e dinanzi al padre suo le aveva detto:

— Nadia, sorella mia, quando tu hai abbandonato Riga per venire ad Irkutsk, avevi tu lasciato dietro di te un altro rammarico oltre quello di tua madre?

— No, rispose Nadia. Nessuno.

— Dunque del tuo cuore non è rimasto nulla laggiù?

— Nulla, fratello.

— Allora, Nadia, disse Michele Strogoff, io non credo che Dio, facendoci incontrare ed attraversare insieme tante aspre vicende, abbia voluto riunirci altrimenti che per sempre.

— Ah! disse Nadia gettandosi nelle braccia di Michele Strogoff.

E rivolgendosi a Wassili Fédor:

— Padre mio! disse, e si fe’ di porpora in viso.

— Nadia, gli rispose Wassili Fédor, la mia gioja sarà di chiamarvi tutt’e due miei figli!

La cerimonia del matrimonio fu celebrata nella [p. 88 modifica]cattedrale d’Irkutsk. Essa fu semplice, ma bella per il concorso di tutta la popolazione militare e civile che volle testimoniare la sua profonda gratitudine ai due giovani, la cui odissea era già diventata leggendaria.

Alcide Jolivet ed Harry Blount assistettero naturalmente a questo matrimonio, di cui volevano render conto ai loro lettori:

— E non vi vien voglia d’imitarli? domandò Alcide Jolivet al suo collega.

— Perchè no! disse Harry Blount. Se avessi come voi una cugina!...

— Mia cugina non è più da maritare! gli rispose sorridendo il fido Jolivet.

— Tanto meglio! aggiunse Harry Blount, perchè si parla di certi litigi che devono sorgere fra Londra e Pechino.

— Non avete voi voglia di andare a vedere ciò che avviene in quelle parti?

— In fede mia, caro Blount, ve lo volevo proporre!

Ed ecco in qual modo i due inseparabili partirono per la China!

Alcuni giorni dopo la cerimonia, Michele e Nadia Strogoff, accompagnati da Wassili Fédor, ripigliarono la via d’Europa. Questo, che nell’andare era stato sentiero di dolore, divenne la via della felicità al ritorno. Essi viaggiarono velocissimamente, in una di quelle slitte che passano come il vento, sulle steppe agghiacciate della Siberia.

Pure, giunti alle rive del Dinka, prima di Birskoe, s’arrestarono un giorno.

Michele Strogoff ritrovò il luogo in cui era stato sepolto il povero Nicola. Vi fu piantata una croce, e Nadia pregò un’ultima volta sulla tomba [p. 89 modifica]dell’umile ed eroico amico che entrambi non dovevano più dimenticare.

Ad Omsk, la vecchia Marfa li aspettava nella casetta degli Strogoff. Essa strinse nelle sue braccia e con passione colei che già cento volte aveva chiamata figlia in cuor suo. La coraggiosa siberiana ebbe, quel giorno, il diritto di riconoscere suo figlio e di andare orgogliosa di lui.

Dopo alcuni giorni passati ad Omsk, Michele e Nadia Strogoff rientrarono in Europa, ed avendo Wassili Fèdor preso stanza in Pietroburgo, i suoi figli non ebbero più occasione di lasciarlo se non per andare a vedere la vecchia madre.

Il giovane corriere era stato ricevuto dallo czar, che lo prese al suo servizio speciale e gli diede la croce di San Giorgio.

Michele Strogoff giunse, in seguito, ad un alto grado nell’impero; ma non è la storia de’ suoi trionfi, è la storia delle sue traversie quella che meritava di essere narrata.


FINE.