Memorie di Carlo Goldoni/Parte terza/XI

XI

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
XI
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CAPITOLO XI.

Conversazione il dì dopo con la signora del capitolo precedente. — Gli amori di Zelinda e Lindoro; La gelosia di Lindoro; Le inquietudini di Zelinda; Gli amanti timidi; Il buono e cattivo genio, commedia con macchine, di cinque atti. — Sua istoria; suo estratto; suo buon successo.

Il giorno seguente mandai a prendere le notizie della signora in casa della quale non fu possibile di pranzare; e siccome stava benissimo, mi fece perciò pregare di farle visita, come infatti andai l’istesso giorno. Dopo molte scuse di quanto era accaduto nel giorno avanti, si mostrò contentissima di essersi finalmente levata dattorno un uomo che le dispiaceva. Era costui un Provenziale, che pretendeva aver diritti sopra di lei, perchè nata in un feudo appartenente all’illustre famiglia di lui. Siccome questa signora era di una provincia meridionale della Francia, aveva perciò molta facilità per la pronunzia italiana, ed amava questa lingua passionatamente. Discorrendo, si venne a parlare del teatro della Commedia Italiana di Parigi; ella mostrava rincrescimento che io l’avessi lasciato, e rammentò alcune mie commedie a braccia che le erano piaciute sommamente. Mi rammentò fra l’altre, tre composizioni che di fatto avevano avuto un esito eccellente, ciò è: Gli amori d’Arlecchino e di Cammilla; La gelosia d’Arlecchino; e Le inquietudini di Cammilla, commedie che si succedevano l’una dopo l’altra, e che formavano una specie di romanzetto comico, distribuito in tre parti, di cui ciascuna comprendeva un soggetto isolato e completo. Questa signora, che aveva ingegno, gusto ed intelligenza, mi dimostrò che facevo male a perdere affatto di mira tre commedie che avrebbero potuto farmi molto onore ridotte a dialogo; l’ascoltai, la ringraziai e profittai dei suoi consigli. Mi venivano appunto in quel tempo domandate dall’Italia commedie, onde scrissi per disteso i tre mentovati abbozzi. Però siccome la compagnia, che doveva recitarle, era mancante di un Arlecchino del merito del Carlino e del Succhi, presi il partito di render più nobile il soggetto, sostituendo all’Arlecchino ed alla servetta due personaggi di mezzo ceto, ridotti per vari disgraziati accidenti a guadagnarsi il vivere servendo, e intitolai le sopracitate tre commedie Gli amori di Zelinda e Lindoro; La gelosia di Lindoro; Le inquietudini di Zelinda. Queste tre commedie non ebbero in Venezia un incontro strepitoso, ma furono accolte benissimo dal pubblico istruito, che restò più contento del lavoro che dell’esecuzione. Non avevo preventivamente veruna idea degli attori destinati a recitarle, ed era inoltre stata fatta la distribuzione delle parti nel modo che si era potuto, non essendovi nelle compagnie comiche d’Italia, come a Parigi, duplicati e triplicati i soggetti, affine di poter così adattare i caratteri a quelli [p. 296 modifica] che meglio degli altri sono in istato di sostenerli. Toccò l’istessa sorte a un’altra mia composizione da me spedita nel medesimo paese e anno stesso, e fu questa Gli Amanti timidi, ossia L’imbroglio de’ due ritratti. Questa commedia di due atti, che al teatro Comico Italiano di Parigi incontrò moltissimo col titolo Il ritratto d’Arlecchino, non piacque punto in Venezia. Frattanto ecco quattro composizioni piaciute in Francia, e riuscite malissimo in Italia; eppure esse erano di quello stesso autore che per molto tempo aveva avuto la sorte di piacere al suo paese. Ma questo autore era in Francia, onde le opere di lui incominciavano già a sentire l’influenza di questo clima: l’indole dell’autore era l’istessa, ma lo stile ed il giro dell’espressione erano variati. Ero dispiacentissimo di non poter soddisfare il genio de’ miei compatriotti che continuavano sempre ad amarmi, nè desistevano di porre in scena le mie antiche composizioni e chiedermene delle nuove. Avevo anche notizia che dalla mia partenza in poi le compagnie comiche di Venezia erano andate soggette a cambiamenti, per cui era molto alterato quello zelo e metodo che sotto la mia vigilanza erasi conservato; e che perciò l’esito di una commedia di carattere, o a soggetto, non era più così sicuro come al tempo mio. Mi venne dunque il pensiero di spedire una commedia di genere diverso dal mio, ed infatti vi riuscii da non desiderarsi di più. Nel corso dei due anni del mio impegno con i comici italiani, avevo presentato alla loro assemblea una commedia da spettacolo intitolata: Il buono ed il cattivo Genio. Nulla si trovò da dire sopra questo soggetto morale, critico, e dilettevole nel tempo medesimo; ma si fece grande strepito contro le decorazioni ad esso indispensabili, le quali in Italia sarebbero costate cento scudi, e forse mille a Parigi. L’impresa dell’Opera buffa ne credeva inutile la spesa per gl’Italiani; e questi, che erano insieme con altri a parte del guadagno, non si dolevano del risparmio. Nell’almanacco degli spettacoli di Parigi all’articolo Il buono e il cattivo Genio, si legge: «commedia da spettacolo in cinque atti non rappresentata». Veramente non saprei dire per quale accidente una commedia neppur recitata si trovi su questo catalogo; potrebbe darsi che questa fosse una garbatezza del compilatore di quell’almanacco, che ha voluto annunziare, per farmi onore, tutte le ventitré commedie da me composte per gl’Italiani in due anni di tempo. Già sapevo benissimo, che l’arte del prestigio e dell’incantesimo aveva ripreso in Venezia il suo antico credito; onde fui di parere che Il buono e il cattivo Genio fosse un tema molto più adatto al gusto dell’Italia che della Francia. Con tutto questo stetti indeciso molto tempo prima di determinarmi a spedirlo; poichè mi rimordeva la coscienza di fomentare in tal maniera, il cattivo gusto in quel paese, ove avevo lavorato moltissimo all’oggetto di introdurvi e stabilirvi il buono: ma il meschino incontro delle mie ultime commedie mi aveva mortificato, e volendo io nuovamente piacere ai miei compatriotti, cedetti alla tentazione, e profittai dell’opportunità. Inoltre, questa commedia non dava nelle stravaganze delle antiche commedie con macchine, non avendo di maraviglioso che i due Genii, per il potere dei quali passavano istantaneamente gli attori da un regno all’altro; tutto il resto poi era naturalissimo. Eccone l’estratto molto succinto, bastante però a farne conoscere tutte le tracce e la condotta.

Aprono la scena Corallina ed Arlecchino, che essendosi di fresco sposati, sono nella massima felicità e contentezza. In quell’istante comparisce il Genio buono, per opera del quale lo zio di Corallina [p. 297 modifica] ha prestato l’assenso di questo matrimonio, ed ha loro concesso in dote il bosco che abitano nel Bergamasco: li esorta ad esser saggi, onesti, moderati ne’ desiderii; li assicura in qualunque caso e tempo della sua protezione ed assistenza, e così li lascia. Comparisce successivamente il Genio cattivo, che trovando infelici i due coniugati, li compiange, e dipinge loro al vivo il seducente quadro dei piaceri del mondo; insomma li persuade, loro somministra danaro, li impegna al viaggio di Parigi, e fa venire una carrozza; Arlecchino e Corallina vi salgono, partono, ed ecco il fine del primo atto. Nel secondo i due sposi si veggono in Parigi, ove rimangono incantati; ma Corallina è bella, i Francesi sono galanti, e Arlecchino divien geloso. Abbandonano finalmente la Francia, e il terzo atto segue a Londra. Li disgusta però l’aspetto grave degl’Inglesi, la plebe li spaventa, il tumulto li incomoda; lasciano dunque Londra e vanno a Venezia. In questa città succede tutto il quarto atto; Arlecchino però comincia male, poichè volendo salire in gondola, cade nel canale e corre rischio di annegare. Corallina si diverte molto, profittando dell’uso delle maschere e della libertà delle donne di quel paese. Vi prende gusto Arlecchino parimente, ed ama moltissimo il giuoco. È da avvertirsi, che nel tempo che io composi questa commedia, i giuochi non erano proibiti in Venezia, nè era peranche stato abolito il Ridotto. Arlecchino dunque giuoca, perde tutto il suo danaro, e n’è disperato: Corallina bensì ne ha quanto basta per partire; ma stanchi al fine, ed annoiati di percorrere il mondo, prendono ambedue il partito di tornarsene a casa, di contentarsi del primiero loro stato, rinunziando per sempre a tutti i pericolosi piaceri. Eccoli in somma all’ultim’atto un’altra volta nel loro bosco, ben paghi di esserci ritornati, e col fermo proposito di non più abbandonarlo. Il solo desiderio che loro rimanga, è di vedere di bel nuovo il Genio buono; lo invocano, ma che! in vece del buono comparisce loro davanti il cattivo, che novamente procura di sedurli, offrendo loro del danaro. Quei poveretti lo ricusano con disdegno; onde, obbligato il maligno spirito a desistere dall’impresa, si sottrae alla lor vista. In quell’istante comparisce il Genio buono, che abbraccia con tenerezza i suoi protetti, li riconduce al tempio della felicità, e con questa decorazione termina la commedia. Gli atti secondo, terzo e quarto offrono vivezza, intreccio, qualche piccola pittura e qualche leggiera critica. In una parola il soggetto della composizione consiste nella lotta delle passioni; nel primo atto il vizio la vince, trionfa nell’ultimo la virtù. In Venezia questa commedia ebbe il massimo incontro; essa sola sostenne per trenta giorni di séguito il teatro San Giovan Crisostomo; insomma con essa s’aprì e si chiuse il carnevale.