Melmoth o l'uomo errante/Volume III/Capitolo X

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Charles Robert Maturin - Melmoth o l'uomo errante (1820)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1842)
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CAPITOLO X.


In meno di una mezz’ora il più profondo silenzio regnò nei magnifici appartamenti e negli illuminati giardini di don Francesco d’Aliaga; non ci era rimasto che un piccolo numero di persone, che erano ritenute dalla curiosità o si sforzavano di offrire delle consolazioni agli sventurati genitori. I giardini principalmente presentavano uno spettacolo orrendo... i domestici stavano immobili con le faci alla mano; Isidora [p. 198 modifica]era prostrata bocconi vicino al cadavere di suo fratello; don Francesco, che da molto tempo non aveva pronunziata una parola, aprì finalmente la bocca per maladire la figlia; e donna Chiara, che conservava tuttora il cuore di donna e di madre inginocchiata avanti a lui e colle mani sollevate verso il cielo sforzavasi di arrestare la maladizione, che stava per uscire dalle labbra del suo marito. Il padre Giuseppe interrogò a più riprese Isidora, se ella realmente fosse maritata a cotesto ente terribile e spaventoso. Io sono maritata rispose la vittima, e presto vedrete un testimone della mia unione fatale! Non aveva ella ancor terminato di dire queste parole, quando alcuni contadini, aiutati da’ domestici del signor Aliaga portavano un cadavere talmente sfigurato che neppure i suoi più prossimi parenti avrebbero potuto riconoscere. Erano state riconosciute soltanto le vesti di lui, che erano la livrea della casa Aliaga. Alcuni contadini lo avevano trovato in quella medesima sera in mezzo [p. 199 modifica]la campagna. Isidora rivolse un solo sguardo verso quello spettacolo, e lo riconobbe subito pel cadavere del vecchio domestico, che era tanto misteriosamente scomparso la notte della sue spaventevoli nozze. Ecco, gridò ella, il testimone del mio malaugurato matrimonio! Ma il vostro testimone è muto, le fu risposto.

Intanto si dovette condur via di là in quell’istante medesima Isidora, che incominciava a sentire i dolori del parto ed ella gridò: ci sarà ancora un testimone vivente, purchè gli sia permesso di vivere. La predizione non tardò a realizzarsi; trasportata nel suo appartamento, dopo alcune ore si sgravò di una figlia. Questo avvenimento produsse, come è da credere, una grande sensazione di famiglia. Don Francesco, che dall’istante della morte del figlio non avea profferito accento, gridò: La donna dell’incantatore sia data in mano della santa inquisizione in compagnia della loro infame prole! donna Chiara quantunque da un lato si rammaricasse di dover esser l’avola di una [p. 200 modifica]nipote nata sotto tanto infausti auspizii, pure non potè abbandonare l’amore di madre, quando vide la figlia abbandonata ed esecrata da tutti.

La fama di una sì terribile, e tragica avventura si propagò per la capitale, e non tardarono ad arrivare gli agenti del Sant-Uffizio per impadronirsi d’Isidora come diffatti eseguirono. Ella non potè, se non dopo molte settimane, ricuperare la ragione e la reminiscenza, per cui si avvide di essere in una prigione oscura, rischiarata soltanto da un debole raggio di luce, che passava a traverso di una inferriata, per mezzo di cui le riuscì di vedere, che sua figlia era al fianco di lei. Stretta contro il seno della madre ella ne aveva attinta, senza che la madre se ne accorgesse, una meschina nutritura. Isidora se l’appressò al cuore e piangendo esclamò: Tu sei meco! sola con me!.... Non hai più padre.... egli è all’estremità della terra.... mi ha lasciata sola.... Ma che dico, sola? io sola più non sono, dacchè tu sei meco!.... Per lo spazio di alcuni giorni fu lasciata [p. 201 modifica]Isidora in un perfetto riposo, e ciò per un forte motivo; perchè cioè in lei fosse perfettamente ritornata la ragione, e si potessero avere delle informazioni intorno a Melmoth, che non era stato possibile ancora di avere per mezzo di alcuno.

Una notte la porta della prigione di Isidora si aprì e non ostante l’oscurità ella vide entrare il padre Giuseppe. Dopo una lunga pausa di un vicendevole orrore ella s’inginocchiò per ricever da lui la benedizione, che egli le compartì con una gravità mista di tenerezza, dopo di che si mise egli a piangere dirottamente; ma alla fine raccogliendo le sue idee le disse: figlia, se io ho ottenuta la licenza di visitarvi, lo dovete alla indulgenza del Sant-Uffizio. — Gliene sono molto obbligata, rispose Isidora confortandosi alquanto col dare libero sfogo al suo pianto. — Mi è ancora permesso di dirvi, che il vostro interrogatorio avrà luogo dimani..... Vi scongiuro di prepararvici e se avete qualche cosa, che.... — Il mio interrogatorio! e su qual soggetto vogliono [p. 202 modifica]interrogarmi? — Sulla vostra inconcepibile unione con un ente maladetto. Ditemi, figlia mia, siete voi veramente sposa di cotesto ente, il cui solo nome fa gelare il sangue ed arricciare i capelli? — Sì, lo sono. — E chi furono i testimoni del vostro matrimonio, e qual mano osò legare la vostra con un vincolo profano e contrario alla natura? Non vi furono testimoni... fummo uniti nelle tenebre... io non vidi alcuno; ma mi sembrò di udire delle parole.... Io so che sentii una mano prender la mia e collocarla in quella di Melmoth essa era fredda come quella della morte. — O nuovo e misterioso orrore! esclamò il padre Giuseppe ricolmo di spavento, e si tacque per un pezzo. Padre mio, gli disse finalmente Isidora, voi conoscerete certo l’eremita, che dimora nelle ruine del monastero vicino al nostro castello.... Desso è sacerdote.... è un sant’uomo.... fu desso, che ci unì. — Infelice vittima! voi non sapete ciò, che vi dite. Cotesto sant’uomo morì la notte precedente al vostro spaventevole matrimonio. [p. 203 modifica]

Qui si fece una nuova pausa d’orrore; il padre Giuseppe però la interuppe dicendo con un tuono grave e pacato: sfortunata figlia, mi è stato permesso di amministrarvi il sacramento della confessione prima del vostro interrogatorio. Vi scongiuro di aprirmi tutto il vostro interno..... lo volete voi? — Senza dubbio, padre mio. E dicendo queste parole si inginocchiò avanti a lui. Quando ella ebbe terminato di accusarsi, il padre Giuseppe le dimandò se avesse più nulla sulla sua coscienza; ed avendo Isidora risposto di no, egli restò lungo tempo in una pensierosa attitudine. Le fece in seguito molte singolari interrogazioni sopra Melmoth, alle quali ella non potè rispondere, ed invece le dimandò notizie della sua famiglia. Il padre Giuseppe scosse il capo e non diede alcuna risposta. Ciò non ostante avendo ella reiterate le sue istanze, le disse, quantunque contro voglia, che ella poteva ben indovinare qual effetto dovesse aver sopra di loro prodotto e la morte del figlio e lo imprigionamento della figlia [p. 204 modifica]nelle carceri della inquisizione. Vivono eglino almeno? insisteva Isidora. Risparmiatemi la pena, mia figlia, le rispose, di farmi altre interrogazioni: siate sicura, che se avessi qualche cosa di consolante da dirvi, non ve la vorrei occultare.

In quell’istesso momento si udì il suono di una campana in lontananza. Cotesto suono, disse il padre Giuseppe, indica che l’ora del vostro interrogatorio si avvicina. Addio; i santi del cielo vi assistano. — Fermatevi, padre mio, fermatevi un momento, un solo momento esclamò Isidora ridotta alla disperazione; credete voi che io sia... perduta... per sempre! — Mia figlia, io vị ho date tutte le consolazioni, che ho potuto; la misericordia di Dio è infinita: vado ad implorarla per voi. — O padre mio! fermatevi un altro istante; io non ho più, che una interrogazione da farvi. In questo istante la campana si fece udire per la seconda volta, ed il padre Giuseppe obbligato a ritirarsi, non potè dire altre parole che queste: mia figlia, il cielo vi protegga! [p. 205 modifica]

I diversi interrogatorii che subì Isidora non offrirono nulla di particolare, meno che ella evitava con un artifizio inconcepibile di rispondere alle interrogazioni, che avevano direttamente relazione con Melmoth. Dopo che le formalità di uso furono adempiute, fu proceduto alla lettura della sentenza. Isidora fu condannata ad una prigionia perpetua; la sua figlia doveale esser tolta per essere educata in un monastero a fine di..... Qui la lettura fu interrotta dalle grida della prigioniera; grida, che partivano da un cuor materno ridotto all’ultima disperazione. Si gettò quindi alle ginocchia de’ suoi giudici, e nel suo vaneggiamento proferì ora delle suppliche ora delle minacce: ella non dimandava che una cosa, di non esser cioè separata dalla figlia. I giudici l’ascoltavano con un silenzio inflessibile; quando ella vide le sue preghiere riuscire inutili si rialzò con aria di dignità, e dimandò con voce alterata ma in apparenza pacifica, che le lasciassero la figlia fino all’indomani: ella ebbe [p. 206 modifica]sufficiente presenza di spirito per appoggiare sulla osservazione, che, privandola troppo istantaneamente del nutrimento al quale era abituata, la vita di lei potrebbe correr pericolo. I giudici acconsentirono e fu ricondotta alla sua prigione.

Le ore accordate ad Isidora erano rapidamente trascorse. Verso la mezza notte si aprì la porta, ed ella vide comparire due servitori del luogo, i quali avvicinatisi al letto, ove era assisa Isidora, le dissero di loro consegnare la bambina. Prendetela, rispose, la prigioniera con una voce e mala pena intelligibile, I ministri visitarono la cella; la prigioniera rimase immobile per tutto il tempo della loro ricerca, la quale non fu lunga, ma vana. Quando questa fu terminata, Isidora con uno scroscio di risa spaventevole disse loro: Insensati! e dove pretendete di ritrovare una figlia, se non nel seno della sua genitrice? eccola... prendetela... ora è vostra... io ve l’abbandono!

Ella pronunziò queste parole con un grido, che fece gelare il sangue [p. 207 modifica]de’ ministri; si avanzarono essi, e restarono al sommo turbati quando videro, che la bambina, che loro consegnava Isidora, non era più, che un cadavere. Sulla fronte di questa figlia dell’infortunio si vedeva una marca nera. I giudici informati di quella straordinaria circostanza decisero, che la prigioniera dovesse dopo ventiquattr’ore comparire di nuovo avanti il tribunale, onde spiegare la morte di sua figlia. Non era ancora passata la metà del tempo assegnato, che Isidora era sul punto di comparire avanti un tribunale più augusto e più tremendo. Quando gl’inquisitori seppero lo stato pericoloso di lei giudicarono opportuno di non doverla più turbare, e dietro la dimanda della prigioniera, permisero al padre Giuseppe di venirla a visitare, e confortare negli ultimi momenti della sua vita.

Era la notte; ma in una prigione non vi ha differenza fra la notte e il giorno. La debole luce di una lucerna rischiarava la cella della prigioniera penitente distesa sul letto di [p. 208 modifica]morte. Il buon ecclesiastico era seduto presso di lei. Mio padre, gli disse la moribonda, voi mi avete detto, che Iddio mi perdonerà. — Sì, figlia, perchè voi mi avete assicurato di essere innocente della morte della figlia vostra. — Ed è possibile, che mi abbiate potuto creder colpevole? soggiunse Isidora sollevandosi sul suo miserabile letticciolo. Il pensiero solo della sua esistenza sarebbe stato sufficiente a farmi prolungare la vita, anco rinchiusa in questa prigione. Oh padre mio! come mai avrebbe essa potuto vivere, rinchiusa con me fino dalla sua nascita in questo orribile luogo? Il pessimo latte, che io le somministrava scomparve affatto al momento, che udii leggere la mia sentenza, e l’infelice bambina ha gemuto tutta la notte. Verso il giorno i suoi gemiti cominciarono a farsi più deboli; ed io ne fui ben contenta... finalmente cessavano del tutto, e mi riputai... fortunata. (Ella però intanto che parlava di questa felicità piangeva a dirotto.) — Ditemi, figlia mia, il vostro cuore è ora [p. 209 modifica]interamente disciolto da quel terribile e disastroso legame, che ha prodotta la vostra disgrazia qui in terra ed ha compromessa la vostra salute eterna?

Isidora rimase lungo tempo senza poter rispondere; finalmente con voce alterata disse: padre mio, presentemente io non ho la forza nè di combattere nè di sentire il mio cuore. La morte non tarderà a sciormi da qualunque vincolo; ma fino a tanto che sarò in vita mi conviene amare l’autore della mia perdita. Io non gli rimprovero l’inimicizia che ha avuta per me: esso è nemico di tutto il genere umano. Rigettando l’ultima sua tentazione, abbandonandolo al suo destino e sottoponendomi al mio, io sento, che il mio trionfo è stato completo. — Figlia, io non v’intendo. — Melmoth è venuto a trovarmi nel corso di questa notte.... esso è entrato nelle mura del Sant-Uffizio, in questa camera medesima... (Il padre Giuseppe diede dei segni del più profondo orrore, e porgendo attento l’orecchio al vento, che sibilava nei corritoi, aspettavasi di [p. 210 modifica]vedere aprire la porta ed offrirsegli l’immagine di Melmoth.) Padre mio, io ho avuti de’ sogni nel corso della mia vita; ma questa volta non ho sognato. Talvolta in sogno mi è paruto di rivedere il giardino, in cui lo incontrai per la prima volta, le notti che egli passava sotto la mia finestra. Ho avute delle visioni sante e piene di speranze; alcune figure celesti mi comparivano in esse promettendomi la conversione di lui; ma questa notte sono sicura di averlo veduto. Padre mio, egli ha passata tutta la notte dentro questo carcere, egli mi ha offerto... mi ha scongiurato di accettare... la libertà ed il riposo, la vita e la felicità. Mi ha detto che vivremmo insieme nella mia isola indiana lungi dall’umano consorzio e dalle persecuzioni degli uomini. Mi ha giurato di non amare altri, che me, e per sempre; allora lo ascoltai. O mio padre, io sono molto giovane ancora; la vita e l’amore avrebbero potuto avere delle grandi attrattive per me. Io rivolsi lo sguardo intorno alla mia prigione, e pensai che [p. 211 modifica]convenuto mi sarebbe quivi star rinchiusa pel rimanente de’ miei giorni; ma... quando mi annunziò la terribile condizione dalla quale dipendeva l’adempimento della sua promessa.... quando mi disse, che... (Le mancò la voce, e non potè dir altro.) Mia figlia, mia figlia, disse il padre Giuseppe, vi scongiuro per l’immagine rappresentata su questa croce, che io accosto alle vostre labbra spiranti per la speranza della vostra salute, che dipende dalla sincerità con la quale aprirete il vostro cuore, fatemi conoscere le condizioni, che vi proponeva il vostro tentatore.

Isidora, quantunque a stento, gli confidò l’orrenda condizione, la quale Melmoth le aveva proposta; ma appena egli l’ebbe intesa si allontanò da lei come se fosse stato morso da un velenoso serpente, e si precipitò verso un angolo di quella cella, dove rimase per qualche tempo muto per l’orrore. Dopo alcuni istanti la misera gli disse: padre mio, sento che la morte si avvicina a grandi passi; fate, che in questo momento io [p. 212 modifica]possa stringere una mano umana nella mia. — Sperate in Dio, mia figlia, le rispose, porgendole il crocifisso. — Io ho amata la sua religione, rispose Isidora, baciando divotamente la croce; io lo amava anco prima di conoscerlo; Iddio medesimo mi aveva senza dubbio ispirato... Ahimè! fosse piaciuto al cielo che io non avessi mai amato altri che Dio! Quanto perfetta sarebbe stata la mia pace, gloriosa la mia morte! Ed ora ciò nonostante la immagine di lui mi perseguita fino sull’orlo del sepolcro, al quale mi avvicino per fuggirlo. — Mia figlia, le soggiunse il padre Giuseppe cogli occhi bagnati di lagrime, voi anderete finalmente trovare la vera felicità; il combattimento è stato aspro e spietato, ma corto, e la vittoria è certa. La palma già vi attende in paradiso!

Qui fece fine il padre Giuseppe; non potè aggiunger altro, perciocchè Isidora era spirata.