Melmoth o l'uomo errante/Volume III/Capitolo IV

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Charles Robert Maturin - Melmoth o l'uomo errante (1820)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1842)
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CAPITOLO IV.


Don Francesco rimase sulla sua seggiola riflettendo alla straordinaria relazione, che aveva udita, fino a che l’ora avanzata unita alla stanchezza ed alla attenzione prestata alla lettura dello straniero, gli fecero insensibilmente prendere un sonno profondo. Non tardò però a risvegliarsi adun rumore, che sentì nella propria camera, ed avendo schiusi gli occhi vide dirimpetto a sè una persona, i cui lineamenti gli erano sconosciuti, [p. 67 modifica]quantunque gli sembrasse di averla già veduta altra volta. Don Francesco avendogli con uno sguardo significata la sua sorpresa, lo straniero gli disse di essere un viaggiatore, che per isbaglio era stato introdotto in quella camera; che egli aveva presa la libertà di riposarcisi un momento, ma che se la sua presenza gli fosse importuna, era pronto a ritirarsi.

Intanto che egli parlava. Aliaga ebbe il tempo di considerarlo. Nella espressione della fisonomia di lui vi era qualche cosa di rimarchevole, ma impossibile a spiegare, e le maniere quantunque non fossero molto amabili nè di grande prevenzione, avevano una certa naturalezza, che sembrava piuttosto il resultato delle sue idee, che dell’uso del mondo. Don Francesco lo invitò freddamente a rimanere, e provava un certo sentimento di terrore, che non sapeva spiegare. Stettero qualche tempo in silenzio, che lo straniero fu il primo a rompere scusandosi della involontaria indiscrezione, che [p. 68 modifica]aveva commessa, dicendo, che trovandosi nella contigua stanza aveva inteso, senza volerlo, una narrazione alla quale aveva preso il più vivo interesse. A tutti questi complimenti don Francesco non rispose, che con dei saluti rispettosi e degli sguardi inquieti e curiosi, ai quali il misterioso incognito sembrava, che non porgesse attenzione. Un nuovo silenzio fu interrotto nuovamente dallo straniero. Voi ascoltavate, disse la storia singolare di un ente incaricato di una commissione incredibile, di istigar cioè gli uomini a rinunziare ad ogni speranza di felicità avvenire per una breve cessazione dei loro mali temporali. — Io non ho inteso nulla di tutto ciò, rispose, l’Aliaga, la cui memoria un poco confusa naturalmente non aveva potuto divenire più netta e pronta per la lunga storia, che gli era stata raccontata, e pel sonno, dal quale era oppresso. — Nulla gli soggiunse lo straniero con un tuono vivace ed alquanto aspro, che fece trasalire don Francesco; nulla! Eppure mi era [p. 69 modifica]sembrato, che si fosse parlato di un ante misterioso, che aveva fatte soffrire ad un tale Walberg delle prove più terribili della stessa fame. — Sì, sì, rispose l’Aliaga rammemorandosi ad un tratto questa circostanza; mi ricordo, che si è fatta menzione del demonio d’un suo agente o di qualche cosa... — Signore, riprese a dire lo straniero con una espressione d’ironia feroce, signore, vi prego di non confondere dei personaggi, i quali benchè collegati fra loro sono però ben differenti. Voi signore, chiunque siate, professate senza dubbio la religione cattolica, ortodossa, ed in questa qualità abborrite il nemico dell’uman genere; eppure siete stato talvolta involontariamente il suo agente; ma certo non vi piacerebbe molto di esser confuso con lui. Don Francesco si fece ripetutamente il segno della croce in fronte dichiarando di non essere: stato giammai l’agente del nemico dell’uman genere. Osereste voi sostenerlo? proseguiva il misterioso straniero; non avete voi mai errato? [p. 70 modifica]Non avete provate delle sensazioni impure? Non avete mai, anco per brevi istanti, covato un desiderio di odio, di vendetta o di malizia? Non avete mai obbliato di fare il bene quando avreste dovuto farlo? Non avete mai operato il male, che non avreste dovuto operare? Non avete voi mai nel commercio domandato un prezzo maggiore di quello, che i generi valessero e le mercanzie, ovvero profittato delle spoglie del vostro debitore, che languiva per la fame? Non è egli forse vero tutto ciò? come dunque potete affermare di non essere stato un agente di Satana? Io vi dico, che ogni qualvolta avete carezzata una passione brutale, un desiderio sordido, una impura immaginazione; ogni volta che avete pronunziata una parola, che ha potuto dispiacere al vostro simile, o che avete veduto colare delle lagrime, e potendo non vi siete curato di tergerle, voi siete stato realmente la agente del nemico dell’uman genere; ma che dico? Ah! a torto l’uomo dà questo nome alla stella mattutina [p. 71 modifica]caduta dalle sfere! Qual nemico più inveterato di sè medesimo ha l’uom? Se egli vuol conoscere il suo nemico, si avvicini la mano al petto, ed il suo cuore gli dirà: Eccolo qui.

L’emozione che si suscitò nello straniero mentre parlava, si comunicò al suo ascoltatore, che sentissi la coscienza vivamente turbata. Rispose tremando di non aver mai avuta comunicazione nè diretta, nè indiretta con lo spirito delle tenebre, ma non potè a meno di confessare, essere stato più d’una volta la vittima delle seduzioni di lui; che però sperava di ottenere il perdono mercè di un vero pentimento. Lo straniero sorrise, si scusò del calore col quale aveva parlato e pregò don Francesco ad interpretarlo per un contrassegno dell’interesse che prendeva de’ vantaggi spirituali di lui. I due viaggiatori dopo di ciò continuarono a guardarsi vicendevolmente in silenzio, quando lo straniero ritornando al soggetto della lettura stata fatta all’Aliaga: signore, disse sono informato di certe circostanze concernenti il [p. 72 modifica]personaggio straordinario, che perseguitò Walberg nel tempo delle sue traversie, e queste non sono conosciute se non da me e da lui. Sono ancora in grado di dimostrarvi senza vanità o presunzione, che io so quanto lui medesimo, tutto ciò che ha relazione alla straordinoria esistenza del medesimo, e se voi avete la curiosità di sentirne il racconto, nessuno più di me è in istato di soddisfarla. — Vi ringrazio, signore, rispose don Francesco, che senza sapere il perchè sentivasi diacciare il sangue nelle vene a’ discorsi dello straniero; la mia curiosità è soddisfatta appieno dal racconto, che ne ho sentito fare. La notte è avanzata, e mi bisogna rimettermi in cammino dimani mattina. Riserbatemi il vostro racconto per un’altra volta che potremo insieme ritrovarci.

Dicendo queste parole don Francesco aveva abbandonata la sua sedia colla speranza, che lo straniero comprender potesse il segnale e ritirarsi, ma questi rimase immobile al suo posto. Alla fine sortendo come [p. 73 modifica]da un’estasi profonda esclamò: E quando ci rivedremo? Don Francesco gli rispose freddamente, che egli prendeva la direzione di Madrid; che andava a ritrovare la sua famiglia, che non aveva da parecchi anni veduta; che non sapeva quanto tempo gli affari lo avrebbero trattenuto per via, onde era molto difficile stabilire l’epoca nella quale potrebbe avere l’onore di riscontrarsi un’altra volta con sua signoria. — Ciò è difficile a voi, disse lo straniero alzandosi, e guardando fisso il suo pallido ascoltatore; voi non potete fissare quest’epoca... lo posso però io. Don Francesco d’Aliaga, ci rivedremo dimani sera. Aliaga essendo in piedi, come lui, contemplava con un volto smarrito gli scintillanti occhi dello straniero, che si preparava a partire, e che quando fu vicino alla porta, gli si ravvicinò di nuovo, e con una voce bassa e misteriosa gli disse: amereste voi di conoscere la sorte di quelli, la cui curiosità o presunzione vogliono penetrare ne’ segreti dell’ente misterioso, del quale si è fatto [p. 74 modifica]parola tra noi? Se lo siete, guardate! E gli accennò col dito la porta, per la quale l’Aliaga aveva veduto passare quando si ritirò quell’altro straniero, che gli aveva letta la storia di Walberg.

Obbedendo macchinalmente a quel segnale, piuttosto che alla sua volontà, don Francesco tenne dietro allo incognito ed entrarono nell’appartamento. Lo straniero prese in mano una candela, che stava per ispegnersi, e la cui debol luce riflettè su di un vile letticciuolo, ove giaceva un cadavere; e disse all’Aliaga: guardate! Don Francesco ricolmo di orrore riconobbe l’individuo col quale aveva passata una porzione di quella notte esso era estinto! Lo straniero avvicinandosi al letto, e togliendo le coltra che ricopriva quell’infelice sepolto nell’eterno sonno gridò: Avanzatevi! guardate!.... Osservate!... In esso non iscorgesi alcun segno di violenza; i suoi lineamenti non sono sfigurati da convulsioni. Non è stata la mano dell’uomo che lo ha colpito. Desso ha voluto [p. 75 modifica]internarsi in un orribile segreto; gli è riuscito: me lo ha pagato col prezzo, che i mortali ponno una volta soltanto pagare!

L’Aliaga veggendo quello spettacolo fu sul punto di risvegliare la gente della casa e di accusare come omicida lo straniero; ma ne fu rattenuto da un misto d’inesplicabili sentimenti; continuò dunque a portare per qualche tempo lo sguardo ora sul cadavere ora sul volto dello incognito. Questi finalmente accennandoli col dito il doloroso oggetto gli ripetè un’altra volta: ci rivedremo dimani sera! è disparve.

Don Francesco abbattuto della fatica e da mille emozioni diverse si assise presso del morto e si assopì, nè fu risvegliato dal suo letargico sonno, che all’entrare de’ camerieri dell’albergo; questi espressero visibilmente la loro sorpresa per lo spettacolo, che loro si offriva. Il nome e le ricchezze di Aliaga erano troppo cogniti, perchè verun sospetto potesse cadere sopra di lui. Sopraggiunto l’Alcade, ed avendo conosciuto che [p. 76 modifica]la persona morta improvvisamente nell’albergo era un incognito, un uomo di lettere e senza pubblica importanza, laddove quegli, che gli era stato trovato a lato era un ricco mercadante, prese subitamente la penna, e scrisse che nell’albergo si era trovata una persona morta, ma che non poteva esser preso in sospetto in alcun modo il signor Francesco di Aliaga.

L’indomani mattina nel mentre che don Francesco saliva la sua mula nulla temendo in forza della sentenza dell’Alcade, osservò una persona, la quale non sembrava appartenere all’albergo e che ciò nonostante si prendeva molta premura di accomodargli le staffe. Questa persona medesima gli si accostò quindi ad un tratto all’orecchio dicendogli, ci rivedremo questa sera. A queste parole don Francesco che già si era incamminato ritenne la mula e diede un’occhiata all’intorno, ma non vide che le persone addette all’albergo. Egli passò la maggior parte di quella giornata a cavallo. Il [p. 77 modifica]tempo era placido e sereno, ed i suoi servitori tenendogli un largo parasole aperto di sopra al capo gli rendevano sopportabili i calori. Arrivato ad un certo punto spedì in diverse parti i suoi domestici, ed egli rimase solo con la sua guida, che era stato obbligato a prendere per non isbagliare la strada. Era vicina la sera, e questa alquanto oscura e rinfrescata da un leggiero venticello: ma sulla sommità delle montagne cominciavano ad accumularsi delle folte nubi, che offrivano una triste prospettiva agli occhi del viaggiatore. Ad un tratto la mula di don Francesco si arrestò, ed egli per quanti sforzi facesse non potè farla muovere di un passo: ad un tratto si vide al fianco una figura straordinaria. Era questi un uomo vestito in una maniera affatto differente da quello che portava la moda d’allora, ma era ricoperto di un mantello così ampio, che ricopriva quasi i fianchi dell’animale sopra cui era montato. Tosto che fu vicino all’Aliaga si discoprì il capo e le spalle, e [p. 78 modifica]rivolgendosi verso di lui gli fece vedere il volto del misterioso viaggiatore della sera precedente: ecco che ci rivediamo, signore, gli disse con quel suo particolare sorriso, ed oso credere, che sia per voi una fortuna, poichè la vostra guida vi ha abbandonato fuggendo col denaro, che gli avevate anticipato pe’ suoi servigii, ed i vostri domestici poco pratici di queste strade si trovano in mezzo al più grande imbarazzo. Se volete accettarmi per vostra guida, ho luogo di credere, che non avrete, se non a felicitarvi di questo incontro. Don Francesco, che ben accorgevasi non rimanergli altra scelta, acconsentì in silenzio, e proseguì il cammino, benchè con ripugnanza, a fianco del suo straordinario compagno. Il silenzio fu interrotto finalmente dallo straniero, il quale indicò colla mano a don Francesco il villaggio, ove questi aveva determinato di fermarsi, e nel tempo stesso gli fece vedere i domestici di lui, che lo venivano a riscontrare. Questo incidente avendo renduto all’Aliaga il suo [p. 79 modifica]coraggio, proseguì il viaggio, con una confidenza maggiore, e cominciò ad entrare in discorsi coll’incognito, tanto più che vedeva, rimanere ancora dello spazio prima di arrivare al luogo ove avea determinato di pernottare. Lo straniero pensò di profittare di quella congiuntura spiegando i tesori del suo spirito ricco e coltivato; e principalmente parlando de’ diversi paesi dell’Oriente ne’ quali aveva viaggiato il signor di Aliaga; di modo che don Francesco cacciando in bando il terrore, da cui era stato compreso al primo rincontro sentì con una specie di piacere, misto però a qualche penoso pensiero, che lo straniero passerebbe la notte nello stesso albergo, ove egli aveva risoluto di smontare.

Nel tempo della cena lo straniero raddoppiò i suoi sforzi per conciliarsi l’amicizia di lui, e vi riuscì al di là delle sue speranze, ed Aliaga passò piacevolmente la serata, e non fu se non al termine della cena, che si presentò alla mente siccome una orribile visione, lo spettacolo della [p. 80 modifica]sera antecedente. Parevagli di vedere il cadavere che gli accennasse di evitare la società dello straniero. L’illusione però si dissipò ben presto, quando cioè alzò gli occhi, e si vide solo con lui. Si accinse con un grandissimo sforzo, e quasi a segno di mancare alle leggi della urbanità, ad ascoltare il racconto, al quale lo straniero aveva più volte fatta allusione, e che sembrava di desiderare ardentemente di fargli ascoltare la promessa narrazione. Finalmente lo straniero assumendo un’aria d’interesse e di gravità, che Aliaga non avea mai scorta in lui, si fece a dire: Io non vi forzarei, signore, a prestare attenzione ad un racconto, che forse sarà poco piacevole per voi, se non divisassi, che le particolarità, che sono per raccontarvi, vi terranno luogo di un avvertimento terribile, salutare ed efficace. — A me? gli disse don Francesco ricolmo di spavento. — Se non diretta a voi, almeno ad una persona, per la quale nudrite forse maggior affetto, che per voi medesimo. Intanto, rispettabile Aliaga, giacchè [p. 81 modifica]i vostri timori personali si sono dissipati, sedete ed ascoltate la mia storia. Le vostre letture e soprattutto i vostri affari commerciali, vi avranno senza dubbio fatto conoscere l’Inghilterra, la storia de’ suoi abitanti, loro usi, i loro costumi: presso di loro è seguita la storia che vi vado a raccontare.

Aliaga nulla rispose, e lo straniero cominciò ne’ termini seguenti.