Melmoth o l'uomo errante/Volume I/Capitolo XIII

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Charles Robert Maturin - Melmoth o l'uomo errante (1820)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1842)
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CAPITOLO XIII.


Impossibil cosa mi sarebbe il potervi dipingere lo stato di costernazione in cui mi pose, il rigetto del mio appello. Tutti i colori scompariscono al sopraggiunger della notte; ma per la disperazione non vi è giorno: la monotonia è la sua essenza e la sua maledizione. Io passeggiava per ore intiere nel giardino senza riceverne altre impressioni, fuori di quelle che facevano al mio orecchio il rumore de’ miei passi; [p. 327 modifica]il pensiero, il sentimento, la passione, e ciò che serve a metterla in moto, la vita e l’avvenire, tutto era per me spento ed annientato.

Io mi tratteneva più lungo tempo che poteva nel giardino; non già che io avessi in mira qualche cosa, ma per una specie d’istinto, che in me aveva preso luogo di scelta nell’agire. Una sera io ci osservai del cambiamento. La fontana di esso giardino aveva bisogno di qualche riparazione; la sorgente che ad essa somministrava l’acqua era situata fuori del recinto del convento, e gli operai avevano dovuto fare un’apertura nel muro, il quale rispondeva su di una pubblica strada. Codesta apertura era ben guardata il giorno mentre gli operaii attendevano al lavoro, e di notte veniva chiusa da una porta fatta espressamente. Durante il giorno però questa era aperta, e codesta immagine di libertà in mezzo alla certezza di dovere stare in quel luogo perpetuamente rinserrato, aggiungeva un nuovo stimolo al mio dolore, che d’altronde aveva in [p. 328 modifica]cominciato a diminuire. Mi avvicinai a quella porta il più, che mi fu possibile, mi posi a sedere su di una delle pietre che erano ivi sparse, ed appoggiando le gomita alle ginocchia, nascosi il capo fra le mie mani: non saprei dirvi, signore, quanto tempo rimanessi in tal positura; tutto ad un tratto fui scosso da un leggiero rumore, e vidi un pezzo di foglio, che alcuno faceva passare per di sotto della porta in una parte, ove una piccola inuguaglianza del terreno rendeva praticabile il tentativo. Mi abbassai per prenderlo, ma vidi sparire il foglio, ed un momento dopo una voce, della quale la mia emozione non mi permise di distinguere il suono, proferì sommessamente: Alonzo! Sì, sì, risposi io convivacità. Allora mi fu tosto rimesso in mano il foglio, e sentii l’incognito ritirarsi con grande sollecitudine.

Non perdetti un momento di tempo per leggere le poche parole, che conteneva il biglietto, ed erano le seguenti: siate qui dimani sera alla medesima ora: per cagion vostra io ho [p. 329 modifica]molto sofferto: distruggete il presente scritto. Questo biglietto era scrittura di mio fratello; quella scrittura, che io tanto bene conosceva dopo l’ultima nostra corrispondenza, quella scrittura, che io non ho mai letta senza sentire risuscitarsi la speranza nel mio seno. Mi maraviglio tuttora che pel corso di quelle ventiquattr’ore la mia emozione non mi tradisse agli occhi della comunità, ma forse non è, se non l’emozione, che da frivole cause viene prodotta, che si lascia vedere all’esterno. Io era intieramente assorto nella mia; almeno è certo, che pel giro di tutta quella giornata l’anima mia non cessava di muoversi come il bilanciere d’un orologio a pendolo, che alternativamente ripetesse queste parole: vi ha speranza! non v’ha speranza!

Il giorno, quel giorno eterno passò finalmente; arrivò la sera; oh! come io andava spiando la crescente sua oscurità! Nel tempo della preghiera del vespro, con qual gioia io considerava i colori d’oro e di porpora che brillavano a traverso [p. 330 modifica]della inferriata della finestra maggiore della chiesa! Era impossibile di vedere una più propizia serata: dessa era placida ed oscura. Il giardino era deserto, non era in esso persona vivente; nessun passo umano rumoreggiava per que’ viali deserti. Io affrettava il mio andare; ad un tratto credetti di sentire il calpestio d’una persona, che mi seguisse, e mi arrestai: non erano, che le palpitazioni del mio cuore, che io distingueva nel profondo silenzio di quel fatale momento. Portai la mano al petto, siccome una madre che cerchi di acquietare il suo bambino. Mi approssimai alla porta, e mi sembrava di sentirmi ripetere all’orecchio le parole: siate qui dimani sera alla medesima ora. Mi abbassai, e con un occhio, che pareva divorar volesse ciò che vedeva, osservai un foglio sotto la porta, lo presi e lo nascosi sotto il mio abito. Io tremava a tal punto per l’allegrezza, che non sapeva come fare onde portarlo nella mia stanza senza essere scoperto. Ci riuscii ciò non ostante, e quando [p. 331 modifica]l’ebbi letto, il contenuto giustificò a maraviglia la mia emozione. Ma una porzione ne era però illeggibile per essere stato posato in un terreno umido; nella prima pagina io non potei distinguere altro, se non che mio fratello per opera del consigliere della nostra famiglia era stato ritenuto in una campagna come in una prigione. Un giorno trovandosi egli alla caccia con un solo domestico, il desiderio della libertà fece nascere tutto ad un tratto nel suo spirito l’idea di spaventare cotest’uomo per ottenere ciò che desiderava: in conseguenza gli presentò la bocca del suo schioppo e lo minacciò di bruciargli il cervello se faceva la più piccola resistenza. Il domestico pertanto lasciossi attaccare ad un albero. La pagina seguente, quantunque mezzo cancellata, mi fece conoscere, che il mio fratello era fortunatamente arrivato a Madrid ove aveva la prima volta avuto la notizia del pessimo successo che aveva sortito il mio appello. L’effetto di quella notizia sul tenero, ardente, impetuoso [p. 332 modifica]Giovanni si concepiva agevolmente allo stile interrotto ed irregolare, col quale sforzavasi di descriverlo; in seguito egli diceva: presentemente io sono a Madrid, e fermamente risoluto di non uscirne se non quando vi avrò liberato; ciò non è impossibile, purchè abbiate del coraggio. Non vi ha porta che sia inaccessibile ad una chiave d’oro. Il mio primo scopo, quello cioè di comunicare con voi, sembrava da principio ineseguibile quanto la vostra fuga, e pur ciò non ostante ci sono riuscito: ho sentito dire che si facevano delle riparazioni nel vostro giardino, e tutti i giorni mi son fermato per del tempo davanti alla fatta apertura colla speranza d’incontrarvi, e spesse volte ripeteva sommessamente il vostro nome. Al sesto giorno finalmente voi vi siete venuto.

In un’altra parte della lettera mi descriveva più ampiamente il suo progetto, dicendomi: Il danaro ed il mistero, tali sono i cardini a cui noi dobbiamo attenerci; io non ho timore di esser denunziato in grazia [p. 333 modifica]del travestimento che porto. La difficoltà però sta nel procurarmi il denaro; la mia fuga è stata tanto repentina, che non ho pensato a provvedermene prima di partire dalla campagna; perciò sono stato già costretto a vendere l’oriuolo ed i miei anelli per procurarmi il sostentamento. Se volessi nominarmi potrei trovare quanto denaro volessi, ma ciò mi apporterebbe del pericolo; la notizia del mio soggiorno a Madrid perverrebbe alle orecchie del nostro genitore. Mi converrà rivolgermi ad un qualche ebreo: una volta che io abbia del denaro son quasi sicuro di potervi liberare: ho sentito parlare di un cert’uomo, che si trova nel vostro convento, ritiratovisi per certi suoi fini straordinari. Non sarà difficile indurlo a....

I passi, che venivano in seguito nella lettera sembravano essere stati scritti a lunghi intervalli. Le prime parole che potei leggere, indicavano qual fosse la natural vivacità di cotesto ente il più generoso, il più leggiero, il più ardente, che sia stato [p. 334 modifica]mai creato; dessi erano del tenore segnente:

Non vogliate avere alcuna inquietudine per ciò, che riguarda la mia persona; è impossibile che io sia scoperto io sono stato sempre rimarchevole per l’abilità che posseggo pella imitazione de’ caratteri, e questa abilità mi sarà al presente di un vantaggio incalcolabile. Alcune volte io percorro le vie travestito da maio, con degli enormi mostacci: alcune altre prendo l’accento di un Biscaglino, e come lo sposo di donna Rodriguez, mi dico tanto buon gentiluomo quanto il re, perchè vengo, dalle montagne. Ma i travestimenti, che più mi vanno a genio sono quelli di mendicante o di zingaro; il primo mi procura l’accesso nei conventi, l’altro del denaro e delle notizie. Quando ho terminate le corse e gli strattagemmi della giornata, voi non potreste rattenere le risa nel vedere la soffitta ed il vile letticciuolo, dove l’erede del duca di Moncada si ritira per prendere un poco di riposo. Il sentimento della nostra [p. 335 modifica]superiorità è qualche volta più delizioso quando resta rinchiuso nel nostro proprio cuore, che quando tutti ne sono testimoni. D’altronde mi sembra che e il cattivo letto e la sedia su cui a mala pena io posso assidermi, ed i ragnateli dei quali è foderato il soffitto, ed il cattivo vitto, e tutti gli altri incomodi della mia nuova situazione, siano una specie di espiazione di tutti i torti, che io ho verso di voi, caro Alonzo. Talvolta in mezzo a tutte queste privazioni, alle quali non sono accostumato, io mi attristo, e pur ciò non ostante sono sostenuto da una energia selvaggia e piena di vivacità, che forma il fondo del mio carattere. La mia posizione mi fa fremere la notte quando ritorno al mio abituro, e pongo di mia propria mano la lampana sul miserabile camino; ma la mattina rido quando mi pongo di nuovo indosso i miserabili cenci, quando mi tingo il volto, ed accento il mio linguaggio al punto, che gli abitanti della casa, che mi riscontrano sulla strada non riconoscono il loro [p. 336 modifica]commensale del giorno antecedente. Ogni giorno io cambio vestito ed abitazione. Non temete nulla per me, ma venite tutte le sere a questa medesima porta, perciocchè tutte le sere avrò delle cose da dovervi comunicare. La mia industria è infaticabile, il mio zelo non verrà mai meno; il mio cuore ed il mio spirito son tutti fuoco per la vostra causa. Vi dichiaro di nuovo, che non abbandonerò questo luogo fino a che non vi abbia liberato. Alonzo, contate sopra di me.

Vi risparmierò, o signore, di descrivervi ciò che provai alla lettura di questa lettera. O mio Dio, perdonatemi, il sentimento col quale baciai que’ caratteri! poco manco che io non gli adorassi. Vedeva una persona sì giovane, sì generosa sagrificare tutti i comodi ed i piaceri, che il rango, la gioventù potevano procacciargli; indossare i travestimenti più vili, sopportare le privazioni più deplorabili, soprattutto per un giovane fiero e voluttuoso come lui, nascondendo le sue sofferenze sotto una [p. 337 modifica]ilarità affettata ed una magnanimità reale, che faceva tutto ciò non per altro motivo, che per me. O mio Dio! quali furono i miei sentimenti! La sera vegnente ritornai alla porta e non vidi alcun foglio: aspettai però molto tempo, ma tutto invano. Nel seguente giorno fui più felice, la medesima voce ripetè sommessamente: Alonzo! e mi sembrò più soave di qualunque musica, che avessi finora udita. Il nuovo biglietto non conteneva, che alcune poche linee, e perciò non durai fatica ad inghiottirlo appena lo ebbi letto. Esso era scritto così: ho trovato alla fine un ebreo, il quale acconsente ad imprestarmi una somma considerabile. Egli pretende di farmi credere, che non mi conosce; io però sono convinto, che il mio nome non gli è straniero. Del rimanente (ciò che importa) esso non mi tradirà; perciocchè il frutto, che vuole che io gli paghi, e le sue pratiche illegali mi assicurano della sua descrizione. Tra pochi giorni io possederò i mezzi da liberarvi, e sono stato [p. 338 modifica]bastantemente fortunato da discoprire come questi mezzi dovranno essere impiegati.

Il biglietto non conteneva che queste parole. Per quattro giorni consecutivi i lavori degli operai risvegliarono una sì grande curiosità in tutto il convento, che io non usai avvicinarmivi per timore di non risvegliare de’ sospetti. In quel frattempo io soffrii non solamente l’inquietudine d’una speranza sospesa; ma, benanco il timore, che il mezzo di comunicazione tra mio fratello e me non fosse intieramente interrotto, sapendo che gli operai non avevano più che pochi giorni per ultimare il lavoro. Diedi questo avviso a mio fratello, servendomi del medesimo mezzo col quale io riceveva i suoi. Quindi rimproverai a me medesimo la fretta che a lui faceva. Riflettei alla difficoltà che egli doveva provare, di starsene celato, di condurre a termine l’affare con l’usuraio, di guadagnare alcuno de’ domestici del convento. Ripensai a quanto egli aveva intrapreso e sofferto, ed [p. 339 modifica]unicamente per mia cagione. In seguito mi si affacciava il dubbio, che tutti questi passi potessero riuscire frustranei. Non vorrei pel più bel trono della terra ricominciare quelle quattro giornate terribili! La sera del quinto giorno trovai sotto la porta un biglietto espresso nella seguente maniera.

Tutto è all’ordine! Mi sono assicurato dell’usuraio a condizioni ben degne del mestiere ch’esercita. Egli affetta di ignorare il vero mio nome, il rango ed i beni immensi, che deggio un giorno possedere; ma egli ne è perfettamente istruito, e se non osa tradirmi lo farà per propria sua sicurezza. Sa bene, che basterebbe una semplice mia parola per farlo cadere nelle mani della giustizia. Del rimanente, vi ha nel vostro convento uno sciagurato, del quale ho sentito raccontare cose da far raccapriccio. Egli, a quanto si dice, uccise il suo proprio genitore mentre il misero stava cenando, per procurarsi una piccola summa di danaro a fine di pagare un debito contratto al giuoco. Desso è [p. 340 modifica]portoghese, e dopo essersi sottratto dalla giustizia umana nel suo paese, ha preteso ancora di evitare quella di Dio. In conseguenza fingendo il più vivo pentimento è entrato nel vostro convento, ove presentemente si trova in qualità di laico; io però ho saputo di buon luogo, che il suo pentimento non è che un manto, sotto il quale cela un cuore il più perverso. Egli sperò, che coll’abbracciare questo stato il governo spagnuolo non lo consegnerebbe al governo del suo paese. Sopra i delitti di cotesto miserabile io sono costretto a fondare tutte le mie speranze. Esso non esiterà punto qualora si possa pervenire a tentarlo. Per la sete del denaro egli prenderà l’incarico di liberarvi, come pel danaro s’incaricherebbe di strangolarvi nella vostra cella medesima, se ad uno piacesse commettergli un tanto misfatto. Giuda novello non avrebbe difficoltà di vendere la sua per propria anima la metà del prezzo al quale quello vendè il suo Salvatore. Questo è l’istrumento del quale sono costretto a servirmi per [p. 341 modifica]la vostra evazione; desso è orribile, ma necessario. Ho letto, che dai rettili e dalle piante le più venefiche si estraggono i più potenti rimedii; io farò lo stesso, ne estrarrò il succo e quindi infrangerò la pianta sotto i miei piedi. Alonzo, non vogliate paventare a queste mie, quantunque terribili parole: Non vogliate che le vostre abitudini vincano la mano al vostro carattere. Confidate la vostra liberazione a me e agl’istrumenti dei quali mi veggo costretto a far uso; non dubitate, che la mano, la quale verga queste linee, non istringa quanto prima quella di un fratello libero e arrivato al colmo delle contentezze.

Lessi e rilessi più volte nella mia cella questo biglietto, e quanto più lo rileggeva, più sentiva suscitarsi dei dubbii e delle inquietudini nella mia mente. La mia confidenza diminuiva a misura, e nella medesima proporzione che quella di mio fratello sembrava aumentare. Eravi però un contrasto spaventoso tra la sua posizione indipendente e libera da ogni [p. 342 modifica]timore, e la solitudine, la timidezza ed il pericolo della mia. Quantunque io non cessassi di ardere del desiderio e della speranza di evadere da quel luogo per mezzo del suo coraggio e destrezza, pur ciò non ostante paventava di confidare la mia sorte ad un giovane di un carattere così impetuoso; ad un giovane, che aveva segretamente abbandonata la casa paterna; che viveva in Madrid a forza d’inganni e di imposture, e che aveva impegnato nella sua intrapresa uno sciagurato, l’obbrobrio della natura. Su qual fondamento posava dunque la speranza della mia liberazione? Da una parte sulla tenera energia di un giovane poco cauto, intraprendente e senza sostegno: dall’altra sulla cooperazione di un demonio, che incomincierebbe forse dall’impossessarsi della pattuita ricompensa, e che in seguito col tradirci entrambi, porrebbe il suggello alla nostra scambievole ed irreparabile disgrazia.

Immerso in tale riflessione e tormentato da’ più orribili dubbi, io non faceva che prendere ora l’una ora [p. 343 modifica]l’altra deliberazione, pregare e versar lagrime abbondanti. Finalmente mi determinai a scrivere un biglietto a Giovanni per fargli conoscere con franchezza le mie dubbiezze, i miei timori. Cominciai dall’esporgli tutte le difficoltà che mi sembravano doversi opporre alla mia fuga, dicendogli: È mai possibile, che un uomo, che sarà da tutta Madrid e dall’intiera Spagna inseguito, possa realmente pervenire ad evadersi? La fuga di un religioso è una cosa quasi per se stessa impossibile; e come potrebbe egli in seguito rimanersene celato? Le campane di tutte le comunità religiose di questo regno suonerebbero da loro medesime a storno per divulgarne la diserzione. I poteri civile, militare, religioso si metterebbero in allarme. Fuggiasco, perseguitato, ridotto alla disperazione, io andrei errando di città in città senza trovar chi volesse darmi ricovero. Mi converrebbe bravare la vendetta delle leggi, l’odio della società, i sospetti delle popolazioni in mezzo alle quali sarei obbligato passare di [p. 344 modifica]soppiatto, evitandone e maledicendone la penetrazione!

Continuai a lungo sul medesimo tenore, ripetei l’osservazione sulla quasi impossibilità che un religioso, particolarmente in Ispagna, potesse evadersi dal suo convento, e terminai col dimandare a mio fratello, quand’anco tutto succedesse a seconda dei nostri desiderii e che si volesse chiudere gli occhi sulla mia fuga, che sarebbe di me ed in qual modo avrei potuto guadagnarmi il necessario sostentamento della vita. Io non era buono a nulla, non conosceva veruna professione.

Appena ebbi terminato di scrivere questa lettera un impulso, del quale non saprei rendervi conto, fece, che subito la lacerai in mille pezzi bruciandoli un dopo l’altro sulla mia lucerna. Ritornai quindi ad esplorare di nuovo alla porta posticcia del giardino, che era per me la porta della speranza. Passando nel corritoio incontrai un uomo con aspetto ributtante il quale mi tirò leggermente per la veste dandomi un’occhiata [p. 345 modifica]molto significante, per cui compresi all’istante, esser quella la persona della quale mi aveva parlato Giovanni nella sua lettera. Alcuni momenti dopo, disceso nel giardino trovai un biglietto confermante le mie conghietture, e nel quale non erano che le seguenti poche parole:

Mi è finalmente riuscito di avere il denaro, mi sono assicurato del nostro cooperatore. Desso è un demonio incarnato; il suo coraggio, la sua intrepidezza non ponno esser poste in dubbio. Dimani sera recatevi a passeggiare nel chiostro; quando uno vi toccherà la veste, prendetelo per la mano sinistra: questo sarà il segnale. Se egli esitasse gli direte all’orecchio: Giovanni! ed egli vi risponderà: Alonzo. Desso sarà la vostra scorta; seguitene i consigli. Esso vi farà conoscere le pratiche che io ho fatto fin qui.

Dopo la lettura di questo biglietto mi pareva esser divenuto una macchina montata per eseguire certe funzioni, alle quali la sua cooperazione si rende indispensabile. L’attivo [p. 346 modifica]vigore che nell’agire poneva mio fratello, mi dava mio malgrado l’impulso, e siccome mi mancava il tempo da poter deliberare, non aveva neppur quello di fare una scelta. Quando un estraneo e potente volere agisce in tal maniera su di noi, quando una terza persona si prende l’incarico di agire e di sentire invece nostra; allora noi con tutto il piacere lasciamo in balia di quel tale non solo la fisica, ma anco la morale nostra responsabilità. Noi allora diciamo con la inerte viltà dell’egoismo: voi avete deciso per me, sia pure così! senza riflettere, che il tribunale di Dio non ammette cauzione. L’indomani di sera avanzata mi recai a passeggiare nel chiostro, e con gli sguardi talmente composti, che si sarebbe potuto credere, esser me immerso in una meditazione profonda: e lo era di fatto; ma non pensava già ai soggetti de’ quali avrebbero potuto credermi occupato. Nel camminare alcuno toccò la mia veste; trasalì, e con mia grande costernazione vidi uno de’ miei confratelli mi dimandò [p. 347 modifica]perdono, che la manica della sua veste avesse toccata la mia. Dopo due minuti sentii toccarmi di nuovo, ma in una maniera differente, perchè in quel movimento vi era una forza intelligente e comunicativa. Questi mi prese per la veste come uno che teme di esser conosciuto, e che non ha scuse da fare. Gli strinsi il braccio con mano mal ferma e gli dissi all’orecchio: Giovanni! Alonzo: ed immantinente si allontanò. Io mi soffermai un istante per riflettere alla irregolarità del mio destino, che si trovava allo stesso tempo confidato a due enti, de’ quali il primo era l’onore, il secondo l’obbrobrio del genere umano. Provai una inesprimibile antipatia di essere in comunicazione con un mostro, che fingeva di voler espiare il suo parricidio con una simulata divozione; ma non paventava meno le passioni di Giovanni e la sua precipitazione.

La seguente sera incominciai di nuovo la mia passeggiata. Non oserei affermarvi, signore, che il mio passo fosse fermo e sicuro; ma posso [p. 348 modifica]attestarvi, essere stato desso di una regolarità artificiale, molto più perfetta che l’antecedente sera. La stessa persona toccò di nuovo la mia veste e nominò a bassa voce, Giovanni. Dopo tutto ciò io non poteva esitare ed oltrepassandolo gli dissi: Eccomi in vostro potere. Una voce rauca mi rispose: No, io sono nelle vostre mani. Io balbettando gli risposi: Sia! v’intendo: noi ci apparteniamo. — Sì; ma non abbiamo in questo luogo la libertà di parlare; ce se ne offre però una molto opportuna occasione. Dimani è la vigilia delle Pentecoste. I membri della comunità deggiono andare due per due a fare un’ora di orazione in chiesa, e questa cerimonia durerà tutta la notte. L’avversione, che voi avete ispirata a tutti i vostri confratelli, è sì grande, che nessuno vuol fare la suddetta preghiera in vostra compagnia; voi dunque sarete solo ad orare, e la vostra ora è dalle due alle tre. Io verrò a trovarvi; ed in tal guisa potremo di scorrere senza essere interrotti o venire in sospetto. Ciò detto si dileguò. [p. 349 modifica]

Tutto seguì, come egli aveva predetto; i religiosi si recarono due per due alla preghiera: quando venne il mio turno fui risvegliato e discesi io solo alla chiesa.