Leggenda eterna/Intermezzo/Dalla terrazza

Dalla terrazza

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DALLA TERRAZZA.


 
Oh quanta pace intorno,
oh come stellata è la notte!
Non qui, stesa nell’ampia
poltrona di giunchi, su questa
loggia, aperta sull’alta
vallata, dinanzi alle scure
montagne; ma librata
nell’aria, siccome una lieve
spora, un vapore, un’ombra
mi credo, e in eterno vorrei

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che durasse quest’ora;
che sempre, in eterno, durasse
questo celeste sonno
dei sensi.
             O dolcissima notte!
o notturna dolcezza!
Mi guardan da presso, coi gialli
occhi, le avviticchiate
vitalbe. O guardate, guardate!
ben è davvero un novo
miracolo questo; guardate!
Guardate! una vivente
felice!... Oh che sempre durasse,
sempre, questo fugace
riposo, o stupendo universo,
per adorarti!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                Squilla
uggiosa nell’alta quïete
una tromba. Il silenzio,
il sonno forzato, la grave
afa dei cameroni

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gremiti, alla notte racconta
lo squillo. Invano l’ora,
o grami fratelli, v’invita
sotto il libero cielo,
all’aria, a quest’aria fragrante
di caprifoglio in fiore,
di glicine in fiore, dall’alito
fresco, che dopo il lungo
tripudio sotto i fiammanti
baci del sole, sazie
esalano l’erbe, le piante,
mentre la notte, l’ala
sovr’esse agitando, le induce
alle tregue feconde.
Invano invano, o rinchiusi
nelle infette caserme,
vi chiama la sera, quest’ampia
bellezza, questo immenso
oceano d’atomi d’oro
palpitanti, ove affonda
in pace d’oblìo l’inquieto
spirito. O miei fratelli,

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perchè vi è contesa la dolce
ebbrezza di quest’ora?
Perchè più tranquillo gioisca
altri? Perchè non tema
di gente nemica, indifeso,
le superbe disfide,
o rabbia di popolo, o pronto
impeto d’invasori?
Perchè, se lo vinca follìa,
a sua volta, di nove
conquiste, e più larghi dominii,
a sua volta ne possa
bandir la novella alle genti
con parole di tuono,
e pronti egli v’abbia, o fratelli,
pronti a versarlo tutto
il giovane sangue, e le vecchie
madri piangano, e pianga
la vostra fanciulla, e la terra
tutta imprechi alla strage?
O stelle innocenti, o serene
stelle, dite: — non empio

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è questo? Non degno d’insane
ferocissime belve
piuttosto che d’uomini, d’alte
menti, che la ragione
rischiara traverso la notte
terrena, rivelando
che vano, che improvvido è tutto
fuor che l’intimo, assiduo,
magnifico sforzo al fatale
ma faticoso ascendere
umano, a più larghe correnti
di pensiero, a più libere
coscienze, a quel sempre velato
ma onnipossente fascino
che in ombra ci appare se dormono
i sensi, e ci balena
talora tra i lucidi abissi
del cielo, e nella immensa
bellezza di tutte le cose;
e ci chiama, e ci attira,
e pronti ci vuole al comando
d’attingere per gli aspri

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innumeri gradi, le altezze
arcane, dall’errore
sciogliendoci e sempre affinando
l’essenza nostra? È questo
possibile, o stelle, se dura
la notte dentro i cuori?
O stelle purissime, voi
ben sapete che senza
quest’orda malvagia di stolte
ambizioni, intesa
da secoli a empir di follìa
le menti, — questi umani
incogniti abissi, — ciascuno
aver potrebbe un pane,
avere una goccia d’amore
senza battaglie e senza
malvage tirannidi e tristi
schiavitù. Non è vasto
il mondo? e non tutti riscalda
il sole? e non per tutti
matura le mèssi? d’un pane
e d’un sorso d’amore

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sol bisogniamo in questo
brevissimo esilio; da un’unica
speranza scòrti, un solo
ardor non dovrebbe lo spirito
sospingere? una sola
bellezza infiammarlo, una sola
spronarci a segrete battaglie
idea superba: Ascendere? —