Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lazzaro Vasari

Lazzaro Vasari

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Leon Batista Alberti Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonello da Messina IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Leon Batista Alberti Antonello da Messina

VITA DI LAZZARO VASARI ARETINO PITTORE

Grande è veramente il piacere di coloro che truovano qualcuno de’ suoi maggiori e della propria famiglia esser stato, in una qualche professione o d’arme o di lettere o di pittura o qualsivoglia altro nobile esercizio, singolare e famoso. E quegl’uomini, che nell’istorie trovano esser fatta onorata menzione d’alcuno de’ suoi passati, hanno pure, se non altro, uno stimolo alla virtù et un freno che gli ratiene dal non fare cosa indegna di quella famiglia che ha avuto uomini illustri e chiarissimi. Ma quanto sia il piacere, come dissi da principio, lo pruovo in me stesso, avendo trovato fra i miei passati Lazzaro Vasari essere stato pittore famoso ne’ tempi suoi, non solamente nella sua patria, ma in tutta Toscana ancora. E ciò non certo senza cagione, come potrei mostrar chiaramente, se, come ho fatto degl’altri, mi fusse lecito parlare liberamente di lui. Ma perché, essendo io nato del sangue suo, si potrebbe agevolmente credere che io in lodandolo passassi i termini, lasciando da parte i meriti suoi e della famiglia, dirò semplicemente quello che io non posso e non debbo in niun modo tacere, non volendo mancare al vero, donde tutta pende l’istoria. Fu dunque Lazzaro Vasari pittor aretino amicissimo di Piero della Francesca dal Borgo a San Sepolcro, e sempre praticò con esso lui, mentre egli lavorò, come si è detto, in Arezzo; né gli fu cotale amicizia, come spesso adiviene, se non di giovamento cagione; perciò che, dove prima Lazzaro attendeva solamente a far figure piccole per alcune cose, secondo che allora si costumava, si diede a far cose maggiori, mediante Piero della Francesca. E la prima opera in fresco fu in San Domenico d’Arezzo, nella seconda cappella a man manca, entrando in chiesa, un San Vincenzio, a’ piè del quale dipinse inginocchioni sé e Giorgio suo figliuolo giovanetto, in abiti onorati di que’ tempi, che si raccomandano a quel Santo, essendosi il giovane con un coltello inavertentemente percosso il viso; nella quale opera, se bene non è alcuna inscrizione, alcuni ricordi nondimeno de’ vecchi di casa nostra, e l’arme che vi è de’ Vasari, fanno che così si crede fermamente. Di ciò sarebbe senza dubbio stato in quel convento memoria, ma perché molte volte per i soldati sono andate male le scritture et ogni altra cosa, non me ne maraviglio. Fu la maniera di Lazzaro tanto simile a quella di Pietro borghese, che pochissima differenza fra l’una e l’altra si conosceva. E perché nel suo tempo si costumava assai dipignere nelle barde de’ cavalli varii lavori e partimenti d’imprese, secondo che coloro erano che le portavano, fu in ciò Lazzero bonissimo maestro, e massimamente essendo suo proprio far figurine piccole con molta grazia, le quali in cotali arnesi molto bene si accomodavano. Lavorò Lazzaro per Niccolò Piccino e per i suoi soldati e capitani, molte cose piene di storie e d’imprese, che furono tenute in pregio e con tanto suo utile, che furono cagione, mediante il guadagno che ne traeva, che egli ritirò in Arezzo una gran parte de’ suoi fratelli; i quali, attendendo alle misture de’ vasi di terra, abitavano in Cortona. Tirossi parimente in casa Luca Signorelli da Cortona, suo nipote, nato d’una sua sorella, il quale, essendo di buono ingegno, acconciò con Pietro borghese acciò imparasse l’arte della pittura, il che benissimo gli riuscì, come al suo luogo si dirà. Lazzaro dunque attendendo a studiare continuamente le cose dell’arte, si fece ogni giorno più eccellente, come ne dimostrano alcuni disegni di sua mano, molto buoni, che sono nel nostro libro. E perché molto si compiaceva in certe cose naturali e piene d’affetti, nelle quali esprimeva benissimo il piagnere, il ridere, il gridare, la paura, il tremito e certe simili cose, per lo più le sue pitture son piene d’invenzioni così fatte; come si può vedere in una cappellina dipinta a fresco di sua mano in San Gimignano d’Arezzo, nella qual è un Crucifisso, la Nostra Donna, San Giovanni e la Maddalena a’ piè della croce, che in varie attitudini piangono così vivamente, che gl’acquistarono credito e nome fra i suoi cittadini. Dipinse in sul drappo, per la Compagnia di Santo Antonio della medesima città, un gonfalone che si porta a processione, nel quale fece Gesù Cristo alla colonna, nudo e legato, con tanta vivacità che par che tremi, e che tutto ristretto nelle spalle sofferisca con incredibile umilità e pazienza le percosse che due giudei gli dànno; de’ quali uno, recatosi in piedi, gira con ambe le mani, voltando le spalle verso Gesù Cristo in atto crudelissimo; l’altro in profilo et in punta di piè s’alza, e strignendo con le mani la sferza e digrignando i denti, mena con tanta rabbia, che più non si può dire. A questi due dipinse Lazzaro le vestimenta stracciate, per meglio dimostrare l’ignudo, bastandogli in un certo modo ricoprire le vergogne loro e le meno oneste parti. Questa opera, essendo durata in sul drappo (di che certo mi maraviglio) tanti anni et insino a oggi, fu, per la sua bellezza e bontà, fatta ritrarre dagl’uomini di quella Compagnia dal Priore franzese, come al suo luogo ragioneremo. Lavorò ancor Lazzaro a Perugia nella chiesa de’ Servi in una capella a canto alla sagrestia, alcune storie della Nostra Donna et un Crucifisso; e nella Pieve di Monte Pulciano una predella di figure piccole. In Castiglione Aretino una tavola a tempera in S. Francesco et altre molte cose, che per non esser lungo non accade raccontare; e particolarmente di figure piccole molti cassoni, che sono per le case de’ cittadini. E nella Parte Guelfa di Fiorenza si vede fra gl’armamenti vecchi alcune barde fatte da lui, molto ben lavorate. Fece ancora per la Compagnia di S. Bastiano, in un gonfalone, il detto Santo alla colonna, e certi Angeli che lo coronano, ma oggi è guasto e tutto consumato dal tempo. Lavorava in Arezzo, ne’ tempi di Lazzaro, finestre di vetro Fabiano Sassoli aretino, giovane in quello esercizio di molta intelligenza, come ne fanno fede l’opere che sono di suo nel Vescovado, Badia, Pieve et altri luoghi di quella città; ma non aveva molto disegno e non aggiugneva a gran pezzo a quelle che Parri Spinelli faceva; perché deliberando, sì come ben sapeva cuocere i vetri, commettergli et armargli, così voler fare qualche opera che fusse anco di ragionevole pittura, si fece fare a Lazzaro due cartoni a sua fantasia, per fare due finestre alla Madonna delle Grazie. E ciò avendo ottenuto da Lazzaro, che amico suo e cortese artefice era, fece le dette finestre e le condusse di maniera belle e ben fatte, che non hanno da vergognarsi da molte. In una è una Nostra Donna molto bella, e nell’altra (la quale è di gran lunga migliore) è una Resurrezione di Cristo, che ha dinanzi al sepolcro un armato in iscorto, che per essere la finestra piccola, e per conseguente la pittura, è maraviglia come in sì poco spazio possono apparire quelle figure così grandi. Molte altre cose potrei dire di Lazzaro, il quale disegnò benissimo, come si può vedere in alcune carte del nostro libro, ma perché così mi par ben fatto, le tacerò. Fu Lazzaro persona piacevole et argutissimo nel parlare; et ancora che fusse molto dedito ai piaceri, non però si partì mai dalla vita onesta. Visse ancora 72, e lasciò Giorgio suo figliuolo, il quale attese continuamente all’antiquità de’ vasi di terra aretini; e nel tempo che in Arezzo dimorava Messer Gentile urbinate, vescovo di quella città, ritrovò i modi del colore rosso e nero de’ vasi di terra che insino al tempo del re Porsena i vecchi aretini lavorarono. Et egli, che industriosa persona era, fece vasi grandi al torno d’altezza d’un braccio e mezzo, i quali in casa sua si veggiono ancora. Dicono che, cercando egli di vasi in un luogo, dove pensava che gl’antichi avessero lavorato, trovò in un campo di terra al Ponte alla Calciarella, luogo così chiamato, sotto terra tre braccia, tre archi delle fornaci antiche, et intorno a essi di quella mistura e molti vasi rotti; degl’interi quattro, i quali, andando in Arezzo il Magnifico Lorenzo de’ Medici, da Giorgio per introduzzione del vescovo gl’ebbe in dono; onde furono cagione e principio della servitù che con quella felicissima casa poi sempre tenne. Lavorò Giorgio benissimo di rilievo, come si può vedere in casa sua in alcune teste di sua mano. Ebbe cinque figliuoli maschi, i quali tutti fecero l’esercizio medesimo, e tra loro furono buoni artefici Lazzaro e Bernardo, che giovinetto morì a Roma; e certo se la morte non lo rapiva così tosto alla casa sua, per l’ingegno che destro e pronto si vide in lui, egli avrebbe accresciuto onore alla patria sua. Morì Lazzaro vecchio nel 1452 e Giorgio suo figliuolo, essendo di 68 anni, nel 1484, e furono sepolti amendue nella Pieve d’Arezzo, appiè della cappella loro di S. Giorgio, dove in lode di Lazzaro furono col tempo appiccati questi versi:

Aretii exultet tellus clarissima: namque est rebus in angustis in tenuique labor. Vix operum istius partes cognoscere possis, Myrmecides taceat: Callicrates sileat.

Finalmente Giorgio Vasari ultimo, scrittore della presente storia, come grato de’ benefizii che riconosce in gran parte dalla virtù de’ suoi maggiori, avendo, come si disse nella vita di Piero Laurati, dai suoi cittadini e dagl’Operai e canonici, ricevuto in dono la cappella maggiore di detta Pieve, e quella ridotta nel termine che si è detto, ha fatto nel mezzo del coro, che è dietro all’altare, una nuova sepoltura; et in quella, trattole donde prima erano, fatto riporre l’ossa di detti Lazzaro e Giorgio vecchi, e quelle parimente di tutti gl’altri che sono stati di detta famiglia, così femine come maschi, e così fatto nuovo sepolcro a tutti i discendenti della casa de’ Vasari; il corpo similmente della madre, che morì in Firenze l’anno 1557, stato in deposito alcuni anni in S. Croce, ha fatto porre nella detta sepoltura, sì come ella disiderava, con Antonio suo marito e padre di lui, che morì insin l’anno 1527 di pestilenza; e nella predella, che è sotto la tavola di detto altare, sono ritratti di naturale dal detto Giorgio, Lazzaro e Giorgio vecchio suo avolo, Antonio suo padre e Maria Madalena de’ Tacci, sua madre. E questo sia il fine della vita di Lazzaro Vasari, pittore aretino, etc.

FINE DELLA VITA DI LAZZARO VASARI PITTORE ARETINO