Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonello da Messina

Antonello da Messina

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lazzaro Vasari Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Alesso Baldovinetti IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Lazzaro Vasari Alesso Baldovinetti

VITA D’ANTONELLO DA MESSINA PITTORE

Quando io considero meco medesimo le diverse qualità de’ benefizii et utili, che hanno fatto all’arte della pittura molti maestri che hanno seguitato questa seconda maniera, non posso, mediante le loro operazioni, se non chiamarli veramente industriosi et eccellenti, avendo eglino massimamente cercato di ridurre in miglior grado la pittura, senza pensare a disagio o spesa o ad alcun loro interesso particolare. Seguitandosi adunque di adoperare in su le tavole et in sulle tele non altro colorito che a tempera, il qual modo fu cominciato da Cimabue l’anno 1250 nello stare egli con que’ Greci e seguitato poi da Giotto e dagl’altri de’ quali si è insino a qui ragionato, si andava continuando il medesimo modo di fare, se ben conoscevano gl’artefici che nelle pitture a tempera mancavano l’opere d’una certa morbidezza e vivacità, che arebbe potuto arrecare, trovandola, più grazia al disegno, vaghezza al colorito e maggior facilità nell’unire i colori insieme, avendo eglino sempre usato di tratteggiare l’opere loro per punta solamente di pennello. Ma se bene molti avevano sofisticando cercato di tal cosa, non però aveva niuno trovato modo che buono fusse; né usando vernice liquida o altra sorte di colori mescolati nelle tempere. E fra molti, che cotali cose o altre simili provarono, ma invano, furono Alesso Baldovinetti, Pissello e molti altri, a niuno de’ quali non riuscirono l’opere di quella bellezza e bontà, che si erano imaginato. E quando anco avessino quello che cercavano trovato, mancava loro il modo di fare che le figure in tavola posassino come quelle che si fanno in muro, et il modo ancora di poterle lavare, senza che se n’andasse il colore, e che elle reggessino nell’essere maneggiate, ad ogni percossa. Delle quali cose, ragunandosi buon numero d’artefici avevano senza frutto molte volte disputato. Questo medesimo disiderio avevano molti elevati ingegni, che attendevano alla pittura fuor d’Italia, cioè i pittori tutti di Francia, Spagna, Alemagna e d’altre privincie. Avvenne dunque, stando le cose in questi termini, che lavorando in Fiandra Giovanni da Bruggia, pittore in quelle parti molto stimato per la buona pratica che si aveva nel mestiero acquistato, che si mise a provare diverse sorti di colori, e come quello che si dilettava dell’archimia, a far di molti olii per far vernici et altre cose, secondo i cervelli degl’uomini sofistichi come egli era. Ora, avendo una volta fra l’altre durato grandissima fatica in dipignere una tavola, poi che l’ebbe con molta diligenza condotta a fine, le diede la vernice e la mise a seccarsi al sole, come si costuma: ma, o perché il caldo fusse violento, o forse mal commesso il legname o male stagionato, la detta tavola si aperse in sulle commettiture di mala sorte. Laonde, veduto Giovanni il nocumento che le aveva fatto il caldo del sole, deliberò di far sì che mai più gli farebbe il sole così gran danno nelle sue opere. E così recatosi non meno a noia la vernice che il lavorare a tempera, cominciò a pensare di trovar modo di fare una sorte di vernice che seccasse all’ombra, senza mettere al sole le sue pitture. Onde, poi che ebbe molte cose sperimentate, e pure e mescolate insieme, alla fine trovò che l’olio di seme di lino e quello delle noci, fra tanti che n’aveva provati, erano più seccativi di tutti gl’altri. Questi dunque, bolliti con altre sue misture, gli fecero la vernice che egli, anzi tutti i pittori del mondo avevano lungamente disiderato. Dopo fatto sperienza di molte altre cose, vide che il mescolare i colori con queste sorti d’olii dava loro una tempera molto forte, e che, secca, non solo non temeva l’acqua altrimenti, ma accendeva il colore tanto forte che gli dava lustro da per sé senza vernice, e quello che più gli parve mirabile fu che si univa meglio che la tempera infinitamente. Per cotale invenzione rallegrandosi molto Giovanni, sì come era ben ragionevole, diede principio a molti lavori, e n’empié tutte quelle parti con incredibile piacere de’ popoli e utile suo grandissimo, il quale aiutato di giorno in giorno dalla sperienza andò facendo sempre cose maggiori e migliori. Sparsa non molto dopo la fama dell’invenzione di Giovanni, non solo per la Fiandra, ma per l’Italia e molte altre parti del mondo, mise in disiderio grandissimo gl’artefici di sapere in che modo egli desse all’opere sua tanta perfezzione. I quali artefici, perché vedevano l’opere e non sapevano quello che egli si adoperasse, erano costretti a celebrarlo e dargli lode immortali, et in un medesimo tempo virtuosamente invidiarlo; e massimamente che egli per un tempo non volle da niuno esser veduto lavorare né insegnare a nessuno il segreto. Ma divenuto vecchio, ne fece grazia finalmente a Ruggieri da Bruggia suo creato, e Ruggieri ad Ausse suo discepolo, et agl’altri de’ quali si parlò dove si ragiona del colorire a olio nelle cose di pittura; ma con tutto ciò, se bene i mercanti ne facevano incetta e ne mandavano per tutto il mondo a prìncipi e gran personaggi con loro molto utile, la cosa non usciva di Fiandra; et ancora che cotali pitture avessino in sé quell’odore acuto che loro davano i colori e gli olii mescolati insieme, e particularmente quando erano nuove, onde pareva che fusse possibile conoscergli, non però si trovò mai nello spazio di molti anni. Ma essendo da alcuni Fiorentini che negoziavano in Fiandra et in Napoli, mandata a re Alfonso Primo di Napoli una tavola con molte figure, lavorata a olio da Giovanni, la quale per la bellezza delle figure e per la nuova invenzione del colorito, fu a quel re carissima, concorsero quanti pittori erano in quel regno per vederla, e da tutti fu sommamente lodata. Ora, avendo un Antonello da Messina, persona di buono e desto ingegno et accorto molto e pratico nel suo mestiero, atteso molti anni al disegno in Roma, si era prima ritirato in Palermo e quivi lavorato molti anni, et in ultimo a Messina sua patria, dove aveva con l’opere confirmata la buona openione che aveva il paese suo della virtù che aveva di benissimo dipignere. Costui dunque, andando una volta per sue bisogne di Sicilia a Napoli, intese che al detto re Alfonso era venuta di Fiandra la sopra detta tavola di mano di Giovanni da Bruggia, dipinta a olio, per sì fatta maniera che si poteva lavare, reggeva ad ogni percossa et aveva in sé tutta perfezzione; per che, fatta opera di vederla, ebbono tanta forza in lui la vivacità de’ colori e la bellezza et unione di quel dipinto, che, messo da parte ogni altro negozio e pensiero, se n’andò in Fiandra. Et in Bruggia pervenuto prese dimestichezza grandissima col detto Giovanni, facendogli presente di molti disegni alla maniera italiana e d’altre cose; talmente che per questo, per l’osservanza d’Antonello e per trovarsi esso Giovanni già vecchio, si contentò che Antonello vedesse l’ordine del suo colorire a olio; onde egli non si partì di quel luogo che ebbe benissimo appreso quel modo di colorire, che tanto disiderava. Né dopo molto, essendo Giovanni morto, Antonello se ne tornò di Fiandra per riveder la sua patria, e per far l’Italia partecipe di così utile, bello e commodo segreto. E stato pochi mesi a Messina, se n’andò a Vinezia dove, per essere persona molto dedita a’ piaceri e tutta venerea, si risolvé abitar sempre, e quivi finire la sua vita dove aveva trovato un modo di vivere a punto secondo il suo gusto. Per che messo mano a lavorare, vi fece molti quadri a olio, secondo che in Fiandra aveva imparato, che sono sparsi per le case de’ gentiluomini di quella città, i quali per la novità di quel lavoro vi furono stimati assai. Molti ancora ne fece, che furono mandati in diversi luoghi; alla fine, avendosi egli quivi acquistato fama e gran nome, gli fu fatta allogazione d’una tavola che andava in S. Cassano, parrocchia di quella città, la qual tavola fu da Antonello con ogni suo saper e senza risparmio di tempo, lavorata. E finita, per la novità di quel colorire e per la bellezza delle figure, avendole fatte con buon disegno, fu comendata molto e tenuta in pregio grandissimo; et inteso poi il nuovo segreto, che egli aveva in quella città, di Fiandra portato, fu sempre amato e carezzato da que’ magnifici gentiluomini, quanto durò la sua vita. Fra i pittori che allora erano in credito in Vinezia era tenuto molto eccellente un maestro Domenico. Costui, arrivato Antonello in Venezia, gli fece tutte quelle carezze e cortesie che maggiori si possono fare a un carissimo e dolce amico, per lo che Antonello, che non volle esser vinto di cortesia da maestro Domenico, dopo non molti mesi gl’insegnò il secreto e modo di colorire a olio. Della qual cortesia et amorevolezza straordinaria, niun’altra gli sarebbe potuta esser più cara, e certo a ragione, poiché per quella, sì come imaginato si era, fu poi sempre nella patria molto onorato. E certo coloro sono ingannati in digrosso che pensano, essendo avarissimi anco di quelle cose che loro non costano, dovere essere da ognuno per i loro begli occhi, come si dice, serviti. Le cortesie di maestro Domenico Viniziano cavarono di mano d’Antonello quello che aveva con sue tante fatiche e sudori procacciatosi, e quello che forse per grossa somma di danari non averebbe a niuno altro conceduto. Ma perché di maestro Domenico si dirà quanto fia tempo, quello che lavorasse in Firenze et a cui fusse liberale di quello che aveva da altri cortesemente ricevuto, dico che Antonello, dopo la tavola di S. Cassano, fece molti quadri e ritratti a molti gentiluomini viniziani; e Messer Bernardo Vecchietti fiorentino ha di sua mano in uno stesso quadro S. Francesco e S. Domenico, molto belli. Quando poi gl’erano state allogate dalla Signoria alcune storie in palazzo, le quali non avevano voluto concedere a Francesco di Monsignore veronese, ancora che molto fusse stato favorito dal duca di Mantoa, egli si ammalò di mal di punta, e si morì d’anni 49 senza avere pur messo mano all’opera. Fu dagl’artefici nell’essequie molto onorato, per il dono fatto all’arte della nuova maniera di colorire, come testifica questo epitaffio:

D. O. M. Antonius pictor, praecipuum Messanae suae, et Siciliae totius ornamentum, hac humo contegitur. Non solum suis picturis, in quibus singulare Artificium et Venustas fuit, sed et quod coloribus oleo miscendis splendorem et perpetuitatem primus Italicae picturae contulit, summo semper artificum studio celebratus.

Rincrebbe la morte d’Antonello a molti suoi amici, e particolarmente ad Andrea Riccio scultore, che in Vinezia nella corte del palazzo della Signoria lavorò di marmo le due statue che si veggiono ignude di Adamo e Eva, che sono tenute belle. Tale fu la fine d’Antonello, al quale deono certamente gl’artefici nostri avere non meno obligazione dell’avere portato in Italia il modo di colorire a olio, che a Giovanni da Bruggia d’averlo trovato in Fiandra, avendo l’uno e l’altro beneficato et arricchito quest’arte; perché, mediante questa invenzione sono venuti di poi sì eccellenti gl’artefici, che hanno potuto far quasi vive le loro figure. La qual cosa tanto più debbe essere in pregio, quanto manco si trova scrittore alcuno che questa maniera di colorire assegni agl’antichi. E se si potesse sapere che ella non fusse stata veramente appresso di loro, avanzarebbe pure questo secolo l’eccellenze dell’antico in questa perfezzione; ma perché, sì come non si dice cosa che non sia stata altra volta detta, così forse non si fa cosa che forse non sia stata fatta, me la passerò senza dir altro. E lodando sommamente coloro che oltre al disegno aggiungono sempre all’arte qualche cosa, attenderò a scrivere degl’altri.

FINE DELLA VITA D’ANTONELLO DA MESSINA