Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Bartolomeo di San Marco

Fra' Bartolomeo di San Marco

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Bramante da Urbino Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Mariotto Albertinelli IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Bramante da Urbino Mariotto Albertinelli

VITA DI FRA’ BARTOLOMEO DI S. MARCO PITTOR FIORENTINO

Vicino alla terra di Prato che è lontana a Fiorenza dieci miglia, in una villa chiamata Savignano, nacque Bartolomeo, secondo l’uso di Toscana, chiamato Baccio il quale mostrando nella sua puerizia non solo inclinazione, ma ancora attitudine al disegno, fu col mezzo di Benedetto da Maiano acconcio con Cosimo Rosselli et in casa alcuni suoi parenti, che abitavano alla Porta a San Piero Gattolini, accomodato; ove stette molti anni talché non era chiamato né inteso per altro nome che per Baccio dalla Porta. Costui, doppo che si partì da Cosimo Rosselli, cominciò a studiare con grande affezzione le cose di Lionardo da Vinci et in poco tempo fece tal frutto e tal progresso nel colorito che s’acquistò reputazione e credito d’uno de’ miglior giovani dell’arte, sì nel colorito come nel disegno. Ebbe in compagnia Mariotto Albertinelli, che in poco tempo prese assai bene la sua maniera, e con lui condusse molti quadri di Nostra Donna, sparsi per Fiorenza, de’ quali tutti ragionare sarebbe cosa troppo lunga, però toccando solo d’alcuni fatti excelentemente da Baccio, uno n’è in casa di Filippo di Averardo Salviati, bellissimo e tenuto molto in pregio e caro da lui, nel quale è una Nostra Donna; un altro, non è molto, fu comperato (vendendosi fra masserizie vecchie) da Pier Maria delle Pozze, persona molto amico delle cose di pittura, che conosciuto la bellezza sua non lo lasciò per danari, nel quale è una Nostra Donna fatta con una diligenzia straordinaria. Aveva Pier del Pugliese avuto una Nostra Donna piccola di marmo di bassissimo rilievo, di mano di Donatello cosa rarissima, la quale per magiormente onorarla, gli fece fare uno tabernacolo di legno per chiuderla con dua sportellini, che datolo a Baccio dalla Porta vi fece drento dua storiette, che fu una la Natività di Cristo, l’altra la sua Circuncisione, le quali condusse Baccio di figurine a guisa di miniatura che non è possibile a olio poter far meglio; e quando poi si chiude di fuora, in su’ detti sportelli dipinse pure a olio di chiaro e scuro la Nostra Donna annunziata dall’Angelo. Questa opera è oggi nello scrittoio del duca Cosimo dove egli ha tutte le antichità di bronzo di figure piccole, medaglie et altre pitture rare di minî, tenuto da Sua Eccellenza Illustrissima per cosa rara come è veramente. Era Baccio amato in Firenze per la virtù sua, che era assiduo al lavoro, quieto e buono di natura et assai timorato di Dio, e gli piaceva assai la vita quieta e fuggiva le pratiche viziose e molto gli dilettava le predicazioni, e cercava sempre le pratiche delle persone dotte e posate. E nel vero rare volte fa la natura nascere un buono ingegno et uno [art]efice mansueto che anche in qualche tempo di quiete e di bontà non lo provegga come fece a Baccio, il quale, come si dirà di sotto, gli riuscì quello che egli desiderava, che sparsosi l’esser lui non men buono che valente, si divulgò talmente il suo nome, che da Gerozzo di Monna Venna Dini gli fu fatta allogazione d’una cappella nel Cimiterio, dove sono l’ossa de’ morti nello spedale di Santa Maria Nuova, e cominciovvi un Giudizio a fresco, il quale condusse con tanta diligenza e bella maniera in quella parte che finì che, acquistandone grandissima fama, oltra quella che aveva, molto fu celebrato per aver egli con bonissima considerazione espresso la gloria del Paradiso e Cristo con i dodici Apostoli giudicare le dodici tribù, le quali con bellissimi panni sono morbidamente colorite. Oltra che si vede nel disegno, che restò a finirsi, queste figure che sono ivi tirate all’Inferno, la disperazione, il dolore e la vergogna della morte eterna, così come si conosce la contentezza e la letizia, che sono in quelle che si salvano, ancora che questa opera rimanesse imperfetta, avendo egli più voglia d’attendere alla religione che alla pittura. Perché trovandosi in questi tempi in San Marco fra’ Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’ordine de’ Predicatori, teologo famosissimo, e continovando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui e dimorava quasi continuamente in convento avendo anco con gli altri frati fatto amicizia. Avenne che continovando fra’ Ieronimo le sue predicazioni e gridando ogni giorno in pergamo che le pitture lascive e le musiche e’ libri amorosi spesso inducono gli animi a cose mal fatte, fu persuaso che non era bene tenere in casa, dove son fanciulle, figure dipinte di uomini e donne ignude, per il che riscaldati i popoli dal dir suo il carnovale seguente, che era costume della città far sopra le piazze alcuni capannucci di stipa et altre legne, e la sera del martedì per antico costume arderle queste con balli amorosi, dove presi per mano uno uomo et una donna giravano cantando intorno certe ballate, fé sì fra’ Ieronimo che quel giorno si condusse a quel luogo tante pitture e scolture ignude molte di mano di Maestri eccellenti, e parimente libri, liuti e canzonieri che fu danno grandissimo, ma particolare della pittura, dove Baccio portò tutto lo studio de’ disegni che egli aveva fatto degli ignudi, e lo imitò anche Lorenzo di Credi e molti altri, che avevon nome di piagnoni; là dove non andò molto per l’affezzione che Baccio aveva a fra’ Ieronimo che fece in un quadro el suo ritratto che fu bellissimo, il quale fu portato allora a Ferrara e di lì non è molto che gli è tornato in Fiorenza nella casa di Filippo di Alamanno Salviati, il quale per esser di mano di Baccio l’ha carissimo. Avvenne poi che un giorno si levarono le parti contrarie a fra’ Girolamo per pigliarlo e metterlo nelle forze della giustizia, per le sedizioni che aveva fatte in quella città. Il che vedendo, gli amici del frate si ragunarono essi ancora, in numero più di cinquecento, e si rinchiusero dentro in San Marco; e Baccio insieme con esso loro, per la grandissima affezzione che egli aveva a quella parte. Vero è che essendo pure di poco animo anzi troppo timido e vile, sentendo poco appresso dare la battaglia al convento e ferire et uccidere alcuni, cominciò a dubitare fortemente di se medesimo. Per il che fece voto, se e’ campava da quella furia, di vestirsi subito l’abito di quella religione et interamente poi lo osservò. Conciò sia che finito il rumore e preso e condannato il frate alla morte, come gli scrittori delle storie più chiaramente racontano, Baccio andatosene a Prato si fece frate in S. Domenico di quel luogo, secondo che si trova scritto nelle cronache di quel convento, a dì 26 di luglio 1500, e l’anno dopo fece professione in quello stesso convento dove si fece frate, con grandissimo dispiacere di tutti gli amici suoi, che infinitamente si dolsero di averlo perduto e massime per sentire che egli aveva postosi in animo di non attendere più alla pittura. Laonde Mariotto Albertinelli, amico e compagno suo, a’ preghi di Gerozzo Dini prese le robbe da fra’ Bartolomeo, che così lo chiamò il priore nel vestirgli l’abito, e l’opra dell’ossa di Santa Maria Nuova condusse a fine, dove ritrasse di naturale lo spedalingo che era allora et alcuni frati valenti in cerusia, e Gerozzo che la faceva fare e la moglie interi nelle faccie dalle bande ginochioni; et in uno ignudo che siede ritrasse Giuliano Bugiardini suo creato giovane, con una zazzera come si costumava allora, che i capegli si conteriano a uno a uno tanto son diligenti; ritrassevi se stesso ancora, che è una testa in zazzera d’uno che esce d’un di quegli sepolcri; èvvi ritratto in quell’opera anche fra’ Giovanni da Fiesole pittore, del quale aviàno descritto la vita, che è nella parte de’ beati. Quest’opera fu lavorata e da fra’ Bartolomeo e da Mariotto in fresco tutta, che s’è mantenuta e si mantiene benissimo, et è tenuta dagli artefici in pregio perché in quel genere si può far poco più. Ma essendo fra’ Bartolomeo stato in Prato molti mesi, fu poi da’ sua superiori messo conventuale in San Marco di Fiorenza; e gli fu fatto da que’ frati per le virtù sua molte carezze. Aveva Bernardo del Bianco fatto far nella badia di Fiorenza in que’ dì una cappella di macigno intagliata molto ricca e bella col disegno di Benedetto da Rovezzano la quale fu et è ancora oggi molto stimata per una ornata e varia opera, nella quale Benedetto Buglioni fece di terra cotta invetriata in alcune nichie figure et Angeli, tutte tonde, per finimento, e fregii pieni di Cherubini e d’imprese del Bianco; e dessiderando mettervi drento una tavola che fussi degna di quello ornamento, messesi in fantasia che fra’ Bartolomeo sarebbe il proposito, et operò tutti que’ mezzi amici che maggiori per disporlo; stavasi fra’ Bartolomeo in convento, non attendendo ad altro che agli uffici divini et alle cose della Regola ancora che pregato molto dal priore e dagli amici suoi più cari che e’ facesse qualche cosa di pittura, et era già passato il termine di quattro anni che egli non aveva voluto lavorar nulla, ma stretto in su questa occasione da Bernardo del Bianco, in fine cominciò quella tavola di San Bernardo che scrive, e nel vedere la Nostra Donna portata col Putto in braccio da molti Angeli e putti da lui coloriti pulitamente, sta tanto contemplativo che bene si conosce in lui un non so che di celeste che resplende in quella opera, a chi la considera attentamente, dove molta diligenza et amor pose insieme con un arco lavorato a fresco che vi è sopra. Fece ancora alcuni quadri per Giovanni cardinale de’ Medici, e dipinse per Agnolo Doni un quadro di una Nostra Donna, che serve per altare d’una cappella in casa sua, di straordinaria bellezza. Venne in questo tempo Raffaello da Urbino pittore a imparare l’arte a Fiorenza et insegnò i termini buoni della prospettiva a fra’ Bartolomeo; perché, essendo Raffaello volonteroso di colorire nella maniera del frate e piacendogli il maneggiare i colori e lo unir suo, con lui di continuo si stava. Fece in quel tempo una tavola con infinità di figure in San Marco in Fiorenza, oggi è appresso al re di Francia che fu a lui donata, et in San Marco molti mesi si tenne a mostra. Poi ne dipinse un’altra in quel luogo, dove è posto infinito numero di figure, in cambio di quella che si mandò in Francia; nella quale sono alcuni fanciulli in aria che volano tenendo un padiglione aperto, con arte e con buon disegno e rilievo tanto grande, che paiono spiccarsi da la tavola e coloriti di colore di carne mostrano quella bontà e quella bellezza, che ogni artefice valente cerca di dare alle cose sue, la quale opera ancora oggi per eccellentissima si tiene. Sono molte figure in essa intorno a una Nostra Donna tutte lodatissime e con una grazia et affetto e pronta fierezza vivaci. Ma colorite poi con una gagliarda maniera che paion di rilievo perché volse mostrare che, oltra al disegno, sapeva dar forza e far venire con lo scuro delle ombre innanzi le figure, come appare intorno a un padiglione ove sono alcuni putti che lo tengono, che volando in aria si spiccano dalla tavola, oltre che v’è un Cristo fanciullo che sposa S. Caterina monaca, che non è possibile, in quella scurità di colorito che ha tenuto, far più viva cosa. Èvvi un cerchio di Santi da una banda che diminuiscono in prospettiva, intorno al vano d’una gran nicchia, i quali son posti con tanto ordine che paion veri e parimente dall’altra banda. E nel vero si valse assai d’immitare in questo colorito le cose di Lionardo e massime negli scuri, dove adoprò fumo da stampatori e nero di avorio abruciato; è oggi questa tavola da’ detti neri molto riscurata, più che quando la fece, ché sempre sono diventati più tinti e scuri. Fecevi innanzi, per le figure principali, un San Giorgio armato, che ha uno stendardo, in mano, figura fiera, pronta, vivace e con bella attitudine. Èvvi un San Bartolomeo ritto, che merita lode grandissima insieme con due fanciulli che suonano uno il liuto e l’altro la lira; all’un de quali ha fatto raccorre una gamba e posarvi su lo strumento, le man poste alle corde in atto di diminuire, l’orecchio intento all’armonia e la testa volta in alto, con la bocca alquanto aperta, d’una maniera che chi lo guarda non può discredersi di non avere a sentire ancor la voce. Il simile fa l’altro, che acconcio per lato, con uno orecchio appoggiato alla lira, par che senta l’accordamento che fa il suono con il liuto e con la voce mentre che facendo tenore egli con gli occhi a terra va seguitando, con tener fermo e volto l’orecchio al compagno, che suona e canta, avvertenzie e spiriti veramente ingegnosi, e così stando quelli a sedere e vestiti di velo, che maravigliosi et industriosamente dalla dotta mano di fra’ Bartolomeo sono condotti e tutta l’opera con ombra scura sfumatamente cacciata. Fece poco tempo dopo un’altra tavola dirimpetto a quella la quale è tenuta buona, dentrovi la Nostra Donna et altri Santi intorno. Meritò lode straordinaria avendo introdotto un modo di fummeggiar le figure, in modo che all’arte aggiungono unione maravigliosa talmente che paiono di rilievo e vive, lavorate con ottima maniera e perfezzione. Sentendo egli nominare l’opre egregie di Michele Agnolo fatte a Roma così quelle del grazioso Raffaello, e sforzato dal grido che di continuo udiva de le maraviglie fatte dai due divini artefici, con licenza del priore si trasferì a Roma dove trattenuto da fra’ Mariano Fetti, frate del Piombo, a Monte Cavallo e San Salvestro luogo suo, gli dipinse due quadri di San Pietro e San Paolo; e perché non gli riuscì molto il far bene in quella aria, come aveva fatto nella fiorentina, atteso che fra le antiche e moderne opere che vide, et in tanta copia, stordì di maniera che grandemente scemò la virtù e la eccellenza che gli pareva avere, deliberò di partirsi: e lasciò a Raffaello da Urbino che finisse uno de’ quadri il quale non era finito; che fu il San Piero il quale, tutto ritocco di mano del mirabile Raffaello, fu dato a fra’ Mariano. E così se ne tornò a Fiorenza, dove era stato morso più volte che non sapeva fare gli ignudi. Volse egli dunque mettersi a pruova e con fatiche mostrare ch’era attissimo ad ogni eccellente lavoro di quella arte, come alcuno altro. Laonde per prova fece in un quadro, un San Sebastiano ignudo con colorito molto alla carne simile, di dolce aria e di corrispondente bellezza alla persona parimente finito, dove infinite lode acquistò appresso agli artefici. Dicesi che, stando in chiesa per mostra questa figura, avevano trovato i frati nelle confessioni, donne che nel guardarlo avevano peccato per la leggiadria e lasciva imitazione del vivo, datagli dalla virtù di fra’ Bartolomeo; per il che levatolo di chiesa, lo misero nel capitolo, dove non dimorò molto tempo che, da Giovan Batista della Palla comprato, fu mandato al re di Francia. Aveva preso collera fra’ Bartolomeo con i legnaioli che gli facevano alle tavole e quadri gli ornamenti i quali avevan per costume come hanno anche oggi di coprire con i battitoi delle cornici sempre uno ottavo delle figure, là dove fra’ Bartolomeo deliberò di trovare una invenzione di non fare alle tavole ornamenti et a questo San Bastiano fece fare la tavola in mezzo tondo e vi tirò una nicchia in prospettiva che par di rilievo incavata nella tavola; e così, con le cornici dipinte a torno, fece ornamento a la figura di mezzo; et il medesimo fece al nostro San Vincenzio et al San Marco che si dirà di sotto al San Vincenzio. Fece sopra l’arco d’una porta per andare in sagrestia in legno a olio un San Vincenzio dell’ordine loro che figurando quello predicar del giudizio si vede negli atti e nella testa particularmente quel terrore e quella fierezza, che sogliono essere nelle teste de’ predicanti quando più s’affaticano con le minacce de la giustizia di Dio di ridurre gli uomini, ostinati nel peccato, a la vita perfetta; di maniera che non dipinta, ma vera e viva apparisce questa figura a chi la considera attentamente, con sì gran rilievo è condotto; et è peccato che si guasta e crepa tutta, per esser lavorata in su la colla fresca i color freschi, come dissi dell’opere di Piero Perugino, nelli Ingesuati. Vennegli capriccio, per mostrare che sapeva fare le figure grandi, sendogli stato detto che aveva maniera minuta, di porre ne la faccia, dove è la porta del coro, il San Marco Evangelista, figura di braccia cinque in tavola condotta con bonissimo disegno e grande eccellenzia. Tornato poi da Napoli Salvador Billi, mercatante fiorentino, inteso la fama di fra’ Bartolomeo e visto l’opere sue, li fece fare una tavola, dentrovi Cristo Salvatore, alludendo al nome suo, et i quattro Evangelisti che lo circondano, dove sono ancora due putti a’ piè che tengono la palla del mondo, i quali di tenera e fresca carne benissimo sono condotti come l’altra opera tutta; sonvi ancora due profeti molto lodati. Questa tavola è posta nella Nunziata di Fiorenza sotto l’organo grande, che così volle Salvadore; et è cosa molto bella e dal frate con grande amore e con gran bontà finita, la quale ha intorno l’ornamento di marmi, tutto intagliato per le mani di Piero Rossegli. Dopo, avendo egli bisogno di pigliare aria, il priore allora amico suo lo mandò fuora ad un lor monasterio, nel quale, mentre che egli stette, accompagnò ultimamente per l’anima e per la casa l’operazione de le mani alla contemplazion de la morte. E fece a San Martino in Lucca una tavola dove a’ piè d’una Nostra Donna è uno agnoletto, che suona un liuto, insieme con Santo Stefano e San Giovanni, con bonissimo disegno e colorito, mostrando in quella la virtù sua. Similmente in San Romano fece una tavola in tela, dentrovi una Nostra Donna de la Misericordia, posta su un dado di pietra et alcuni Angeli che tengono il manto, e figurò con essa un popolo su certe scalee, chi ritto, chi a sedere, chi in ginocchioni, i quali risguardano un Cristo in alto, che manda saette e folgori a dosso a’ popoli. Certamente mostrò fra’ Bartolomeo in questa opera possedere molto il diminuire l’ombre della pittura e gli scuri di quella con grandissimo rilievo operando, dove le difficultà dell’arte mostrò con rara et eccellente maestria e colorito, disegno et invenzione; opra tanto perfetta quanto facesse mai. Nella chiesa medesima dipinse un’altra tavola pure in tela dentrovi un Cristo e Santa Caterina martire insieme con Santa Caterina da Siena ratta da terra in spirito, che è una figura de la quale in quel grado non si può far meglio. Ritornando egli in Fiorenza, diede opera alle cose di musica e di quelle molto dilettandosi alcune volte per passar tempo usava cantare. Dipinse a Prato dirimpetto alle carcere una tavola d’una Assunta e fece in casa Medici alcuni quadri di Nostre Donne et altre pitture ancora a diverse persone, come un quadro d’una Nostra Donna che è in camera di Lodovico Caponi, e parimente un altro di una Vergine che tiene il Figliuolo in collo con dua teste di Santi apresso allo eccellentissimo Messer Lelio Torelli, segretario maggiore dello illustrissimo Duca Cosimo, il quale lo tiene carissimo sì per virtù di fra’ Bartolomeo come anche perché egli si diletta et ama e favorisce non solo gli uomini di questa arte, ma tutti i belli ingegni. In casa Pier del Pugliese oggi di Matteo Botti cittadino e mercante fiorentino fece al sommo d’una scala in un ricetto un San Giorgio armato a cavallo che giostrando amazza il serpente molto pronto; e lo fece a olio di chiaro e scuro, che si dilettò assai tutte le cose sua far così prima nell’opere a uso di cartone innanzi che le colorisse o d’inchiostro o ombrate di aspalto e come ne apare ancora in molte cose che lassò di quadri e tavole rimase imperfette doppo la morte sua; e come anche molti disegni che di suo si veggono fatti di chiaro scuro oggi la maggior parte nel monasterio di Santa Caterina da Siena in sulla piazza di San Marco, apresso a una monaca che dipigne di cui se ne farà al suo luogo memoria, e molti di simil modo fatti che ornano in memoria di lui il nostro libro de’ disegni che ne ha Messer Francesco del Garbo, fisico eccellentissimo. Aveva openione fra’ Bartolomeo quando lavorava tenere le cose vive innanzi, e per poter ritrar panni et arme et altre simil cose fece fare un modello di legno grande quanto il vivo che si snodava nelle congenture, e quello vestiva con panni naturali dove egli fece di bellissime cose, potendo egli a beneplacito suo tenerle ferme fino che egli avesse condotto l’opera sua a perfezzione, il quale modello, così intarlato e guasto come è, è apresso di noi per memoria sua. In Arezzo in Badia de’ monaci neri fece la testa d’un Cristo in iscuro, cosa bellissima; e la tavola della Compagnia de’ Contemplanti, la quale s’è conservata in casa del Magnifico Messer Ottaviano de’ Medici et oggi è stata da Messer Alessandro suo figliuolo messa in una cappella in casa con molti ornamenti, tenendola carissima per memoria di fra’ Bartolomeo e perché egli si diletta infinitamente della pittura. Nel noviziato di San Marco nella cappella una tavola della Purificazione molto vaga e con disegno condusse a buon fine. Et a Santa Maria Maddalena, luogo di detti frati, fuor di Fiorenza, dimorandovi per suo piacere, fece un Cristo et una Maddalena; e per il convento alcune cose dipinse in fresco. Similmente lavorò in fresco uno arco sopra la foresteria di San Marco, et in questo dipinse Cristo con Cleofas e Luca, dove ritrasse fra’ Niccolò della Magna, quando era giovane, il quale poi arcivescovo di Capova et ultimamente fu cardinale. Cominciò in San Gallo una tavola, la quale fu poi finita da Giuliano Bugiardini, oggi allo altar maggiore di San Iacopo fra’ Fossi, al canto agli Alberti. Similmente un quadro del ratto di Dina, il quale è appresso Messer Cristofano Rinieri, che dal detto Giuliano fu poi colorito, dove sono e casamenti et invenzioni molto lodati. Gli fu da Piero Soderini allogata la tavola della sala del consiglio, che di chiaro oscuro da lui disegnata ridusse in maniera ch’era per farsi onore grandissimo. La quale è oggi in San Lorenzo, alla cappella del Magnifico Ottaviano de’ Medici, onoratamente collocata, così imperfetta, nella quale sono tutti e’ protettori della città di Fiorenza, e que’ Santi che nel giorno loro la città ha aute le sue vittorie; dov’è il ritratto d’esso fra’ Bartolomeo fattosi in uno specchio. Perché avendola cominciata e disegnata tutta, avvenne che, per il continuo lavorare sotto una finestra, il lume di quella a dosso percotendogli, da quel lato tutto intenebrato restò, non potendosi muovere punto. Onde fu consigliato che andasse al bagno a San Filippo, essendogli così ordinato da’ medici; dove dimorato molto, pochissimo per questo migliorò. Era fra’ Bartolomeo delle frutte amicissimo et alla bocca molto gli dilettavano, benché alla salute dannosissime gli fossero. Perché una mattina avendo mangiato molti fichi, oltra il male ch’egli aveva, gli sovragiunse una grandissima febbre; la quale in quattro giorni gli finì il corso della vita, d’età d’anni 48, onde egli con buon conoscimento rese l’anima al cielo. Dolse agli amici suoi et a’ frati particolarmente la morte di lui, i quali in S. Marco nella sepoltura loro gli diedero onorato sepolcro, l’anno 1517, alli otto di ottobre. Era dispensato ne’ frati che in coro a ufficio nessuno non andasse; ed il guadagno dell’opere sue veniva al convento, restandogli in mano danari per colori e per le cose necessarie del dipignere. Lasciò discepoli suoi Cecchino del Frate, Benedetto Cianfanini, Gabriel Rustici, e fra’ Paolo Pistolese, al quale rimasero tutte le cose sue, fece molte tavole e quadri con que’ disegni dopo la morte sua, e ne sono in San Domenico di Pistoia tre et una a Santa Maria del Sasso in Casentino. Diede tanta grazia ne’ colori fra’ Bartolomeo alle sue figure e quelle tanto modernamente augumentò di novità, che per tal cosa merita fra i benefattori dell’arte da noi essere annoverato.