Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Mariotto Albertinelli

Mariotto Albertinelli

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Bartolomeo di San Marco Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Raffaellino del Garbo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Fra' Bartolomeo di San Marco Raffaellino del Garbo

VITA DI MARIOTTO ALBERTINELLI PITTOR FIORENTINO

Mariotto Albertinelli, familiarissimo e cordialissimo amico e, si può dire, un altro fra’ Bartolomeo, non solo per la continua conversazione e pratica, ma ancora per la simiglianza della maniera mentre che egli attese da dovero all’arte, fu figliuolo di Biagio di Bindo Albertinelli, il quale levatosi di età d’anni 20 dal battiloro, dove in fino a quel tempo aveva dato opra, ebbe i primi principi della pittura in bottega di Cosimo Rossegli, nella quale prese tal domestichezza con Baccio dalla Porta, che erono un’anima et un corpo, e fu tra loro tal fratellanza, che quando Baccio partì da Cosimo per far l’arte da sé come maestro, anche Mariotto se n’andò seco, dove alla Porta San Piero Gattolini l’uno e l’altro molto tempo dimorarono, lavorando molte cose insieme; e perché Mariotto non era tanto fondato nel disegno quanto era Baccio, si diede allo studio di quelle anticaglie che erano allora in Fiorenza, la magior parte e le migliori delle quali erano in casa Medici; e disegnò assai volte alcuni quadretti di mezzo rilievo, che erano sotto la loggia nel giardino di verso San Lorenzo, che in uno è Adone con un cane bellissimo et in un altro duoi ignudi, un che siede et ha a’ piedi un cane, l’altro è ritto con le gambe sopra poste che s’appoggia ad un bastone, che sono miracolosi; e parimente due altri di simil grandezza: in uno de’ quali sono due putti, che portano il fulmine di Giove, nell’altro è uno ignudo vecchio, fatto per l’occasione, che ha le ali sopra le spalle et a’ piedi, ponderando con le mani un par di bilance; et oltre a questi era quel giardino tutto pieno di torsi di femine e maschi che erano non solo lo studio di Mariotto, ma di tutti gli scultori e pittori del suo tempo, che una buona parte n’è oggi nella guardaroba del Duca Cosimo et una altra nel medesimo luogo come i dua torsi di Marsia; e le teste sopra le finestre e quelle degli imperatori sopra le porte; a queste anticaglie studiando Mariotto fece gran profitto nel disegno e prese servitù con madonna Alfonsina, madre del Duca Lorenzo, la quale, perché Mariotto attendesse a farsi valente, gli porgeva ogni aiuto. Costui dunque tramezzando il disegnare col colorire si fé assai pratico come aparì in alcuni quadri che fece per quella signora, che furno mandati da lei a Roma a Carlo e Giordano Orsini, che vennono poi nelle mani di Cesar Borgia. Ritrasse madonna Alfonsina di naturale molto bene, e gli pareva avere trovato per quella familiarità la ventura sua; ma essendo l’anno 1494, che Piero de’ Medici fu bandito, mancatogli quell’aiuto e favore, ritornò Mariotto alla stanza di Baccio dove attese più assiduamente a far modegli di terra et a studiare, et affaticatosi intorno al naturale et a imitar le cose di Baccio, onde in pochi anni si fece un diligente e pratico maestro. Perché prese tanto animo, vedendo riuscir sì bene le cose sue che, imitando la maniera e l’andar del compagno, era da molti presa la mano di Mariotto per quella del frate. Perché intervenendo l’andata di Baccio al farsi frate, Mariotto, per il compagno perduto, era quasi smarrito e fuor di se stesso. E sì strana gli parve questa novella che, disperato, di cosa alcuna non si rallegrava. E se in quella parte Mariotto non avesse avuto a noia il commerzio de’ frati, de’ quali di continuo diceva male, et era della parte che teneva contra la fazzione di frate Girolamo da Ferrara, arebbe l’amore di Baccio operato talmente, che a forza nel convento medesimo col suo compagno si sarebbe incapucciato egli ancora. Ma da Gerozzo Dini, che faceva fare nell’ossa il Giudizio, che Baccio aveva lasciato imperfetto, fu pregato che, avendo quella medesima maniera, gli volesse dar fine. Et inoltre perché v’era il cartone finito di mano di Baccio et altri disegni, e pregato ancora da fra’ Bartolomeo, che aveva avuto a quel conto danari e si faceva coscienza di non avere osservato la promessa, Mariotto all’opra diede fine; dove con diligenza e con amore condusse il resto dell’opera, talmente che molti, non lo sapendo, pensano che d’una sola mano ella sia lavorata. Per il che tal cosa gli diede grandissimo credito nell’arte. Lavorò alla Certosa di Fiorenza nel Capitolo un Crocifisso con la Nostra Donna e la Maddalena appiè della Croce et alcuni Angeli in aere, che ricolgono il sangue di Cristo, opera lavorata in fresco e con diligenza e con amore assai ben condotta. Ma, non parendo che i frati del mangiare a lor modo li trattassero, alcuni suoi giovani, che seco imparavano l’arte, non lo sapendo Mariotto, avevano contrafatto la chiave di quelle finestre onde si porge a’ frati la pietanza, la quale risponde in camera loro; et alcune volte secretamente quando a uno e quando a uno altro rubavano il mangiare. Fu molto romore di questa cosa tra’ frati: perché delle cose della gola si risentono così bene come gli altri; ma, facendo ciò i garzoni con molta destrezza et essendo tenuti buone persone, incolpavano coloro alcuni frati che per odio l’un dell’altro il facessero; dove la cosa pur si scoperse un giorno. Per che i frati, acciò che il lavoro si finisse, raddoppiarono la pietanza a Mariotto et a’ suoi garzoni, i quali con allegrezza e risa finirono quella opera. Alle monache di San Giuliano di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore, che in Gualfonda lavorò in una sua stanza, insieme con un’altra nella medesima chiesa d’un Crocifisso con Angeli e Dio Padre, figurando la Trinità in campo d’oro a olio. Era Mariotto persona inquietissima e carnale nelle cose d’amore e di buon tempo nelle cose del vivere; per che, venendogli in odio le sofisticherie e gli stillamenti di cervello della pittura, et essendo spesso dalle lingue de’ pittori morso, come è continua usanza in loro, e per eredità mantenuta, si risolvette darsi a più bassa e meno faticosa e più allegra arte; et aperto una bellissima osteria fuor della porta San Gallo et al ponte Vecchio al Drago una taverna et osteria fece quella molti mesi, dicendo che aveva presa un’arte la quale era senza muscoli, scorti, prospettive e, quel ch’importa più, senza biasmo, e che quella che aveva lasciata era contraria a questa; perché imitava la carne et il sangue, e questa faceva il sangue e la carne, e che quivi ogn’ora si sentiva, avendo buon vino, lodare, et a quella ogni giorno si sentiva biasimare. Ma pure venutagli anco questa a noia, rimorso dalla viltà del mestiero, ritornò alla pittura, dove fece per Fiorenza quadri e pitture in casa di cittadini. E lavorò a Giovan Maria Benintendi tre storiette di sua mano. Et in casa Medici per la creazione di Leon Decimo dipinse a olio un tondo della sua arme con la Fede, la Speranza e la Carità, il quale sopra la porta del palazzo loro stette gran tempo. Prese a fare nella Compagnia di S. Zanobi, allato alla canonica di Santa Maria del Fiore, una tavola della Nunziata e quella con molta fatica condusse. Aveva fatto far lumi a posta, et in su l’opera la volle lavorare, per potere condurre le vedute che alte e lontane erano, abbagliate, diminuire e crescere a suo modo. Eragli entrato in fantasia che le pitture che non avevano rilievo e forza et insieme anche dolcezza, non fussino da tenere in pregio; e perché conosceva che elle non si potevon fare uscir del piano senza ombre le quali avendo troppa oscurità restano coperte e, se son dolci, non hanno forza, egli arebbe voluto aggiungere con la dolcezza un certo modo di lavorare che l’arte fino allora non gli pareva che avesse fatto a suo modo; onde, perché se gli porse occasione in questa opera di ciò fare, si mise a far perciò fatiche straordinarie, le quali si conoscono in uno Dio Padre che è in aria, et in alcuni putti che son molto rilevati dalla tavola per uno campo scuro d’una prospettiva che egli vi fece col cielo d’una volta intagliata a mezza botte, che girando gli archi di quella e diminuendo le linee al punto, va di maniera in dentro che pare di rilievo; oltra che vi sono alcuni Angeli che volano spargendo fiori, molto graziosi. Questa opera fu disfatta e rifatta da Mariotto, innanzi che la conducesse al suo fine, più volte; scanbiando ora il colorito o più chiaro, o più scuro e talora più vivace et acceso et ora meno; ma non si satisfacendo a suo modo, né gli parendo avere agiunto con la mano ai pensieri dell’intelletto arebbe voluto trovare un bianco che fusse stato più fiero della biacca: dove egli si mise a purgarla per poter lumeggiare in su i maggior chiari a modo suo; nientedimeno, conosciuto non poter far quello con l’arte che comprende in sé l’ingegno et intelligenzia umana, si contentò di quello che avea fatto, poi che non agiugneva a quel che non si poteva fare; e ne conseguì fra gli artefici di questa opera lode et onore, con credere ancora di cavarne per mezzo di queste fatiche da e’ padroni molto più utile che non fece, intravenendo discordia fra quegli che la facevano fare e Mariotto. Ma Pietro Perugino, allora vecchio, Ridolfo Ghirlandaio e Francesco Granacci la stimarono e d’accordo il prezzo di essa opera insieme acconciarono. Fece in San Brancazio di Fiorenza in un mezzo tondo la Visitazione di Nostra Donna; similmente in Santa Trinita lavorò in una tavola la Nostra Donna, San Girolamo e San Zanobi con diligenza, per Zanobi del Maestro; et alla chiesa della congregazione de’ Preti di San Martino fece una tavola della Visitazione, molto lodata. Fu condotto al convento de la Quercia fuori di Viterbo e quivi, poi che ebbe cominciata una tavola, gli venne volontà di veder Roma, e così in quella condottosi lavorò e finì, a frate Mariano Fetti a S. Salvestro di Monte Cavallo alla cappella sua, una tavola a olio con San Domenico, Santa Caterina da Siena che Cristo la sposa, con la Nostra Donna, con delicata maniera. Et alla Quercia ritornato, dove aveva alcuni amori, ai quali, per lo desiderio del non gli avere posseduti, mentre che stette a Roma, volse mostrare ch’era ne la giostra valente, per che fece l’ultimo sforzo; e come quel che non era né molto giovane né valoroso in così fatte imprese, fu sforzato mettersi nel letto. Di che, dando la colpa all’aria di quel luogo, si fé portare a Fiorenza in ceste. E non gli valsero aiuti né ristori, che di quel male si morì in pochi giorni d’età d’anni 45, et in San Pier Maggiore di quella città fu sepolto. De’ disegni di mano di costui ne sono nel nostro libro di penna e di chiaro e scuro alcuni molto buoni e particolarmente una scala a chiocciola difficile molto, che bene l’intendea, tirata in prospettiva. Ebbe Mariotto molti discepoli fra’ quali fu Giuliano Bugiardini, il Francia Bigio, fiorentini, et Innocenzio da Imola, de’ quali a suo luogo si parlerà. Parimente Visino pittor fiorentino fu suo discepolo e migliore di tutti questi per disegno, colorito e diligenzia e per una miglior maniera, che mostrò nelle cose che e’ fece, condotte con molta diligenza. Et ancor che in Fiorenzia ne siano poche, ciò si può vedere oggi in casa di Giovambattista di Agnol Doni in un quadro d’una spera colorito a olio a uso di minio, dove sono Adamo et Eva ignudi che mangiano il pomo, cosa molto diligente; et un quadro d’un Cristo deposto di croce insieme coi ladroni, dove è uno intrigamento bene inteso di scale, quivi alcuni aiutano a dipor Cristo, et altri in sulle spalle portono un ladrone alla sepoltura, con molte varie e capricciose attitudini e varietà di figure atte a quel suggetto, le quale mostrano che egli era valent’uomo; il medesimo fu da alcuni mercanti fiorentini condotto in Ungheria dove fece molte opere e vi fu stimato assai. Ma questo povero uomo fu per poco a rischio di capitarvi male, perché essendo di natura libero e sciolto, né potendo sopportare il fastidio di certi Ungheri importuni che tutto il giorno gli rompevano il capo con lodare le cose di quel paese, come se non fusse altro bene o filicità che in quelle loro stufe e mangiar e bere, né altra grandezza o nobilità che nel loro Re et in quella corte, e tutto il resto del mondo fosse fango, parendo a lui, come è in effetto, che nelle cose d’Italia fusse altra bontà, gentilezza e bellezza, stracco una volta di queste loro sciocchezze e per ventura essendo un poco allegro, gli scappò di bocca che e’ valeva più un fiasco di trebbiano et un berlingozzo che quanti re e reine furon mai in que’ paesi. E se e’ non si abbatteva che la cosa dette nelle mani ad un vescovo galantuomo e pratico delle cose del mondo e (che importò il tutto) discreto e che seppe e volle voltare la cosa in burla, egli imparava a scherzar con bestie, perché quelli animalacci Ungheri, non intendono le parole e pensando che egli avesse detto qualche gran cosa, come s’egli fusse per tôrre la vita e lo stato al loro re, lo volevano a furia di popolo, senza alcuna redenzione, crucifiggere. Ma quel vescovo dabbene lo cavò d’ogni inpaccio, stimando quanto meritava la virtù di quel valent’uomo e, pigliando la cosa per buon verso, lo rimise in grazia del re che, intesa la cosa, se ne prese sollazzo, e poi finalmente fu in quel paese assai stimata et onorata la virtù sua. Ma non durò la sua ventura molto tempo; perché, non potendo tollerare le stufe, né quella aria fredda, nimica della sua complessione, in breve lo condusse a fine, rimanendo però viva la grazia e fama sua in quelli che lo conobbero in vita e che poi di mano in mano videro l’opere sue. Furono le sue pitture circa l’anno MDXII.