Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Bramante da Urbino

Bramante da Urbino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Piero di Cosimo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Bartolomeo di San Marco IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Piero di Cosimo Fra' Bartolomeo di San Marco

VITA DI BRAMANTE DA URBINO ARCHITETTORE

Di grandissimo giovamento alla architettura fu veramente il moderno operare di Filippo Brunelleschi, avendo egli contrafatto e dopo molte età rimesse in luce l’opere egregie de’ più dotti e maravigliosi antichi. Ma non fu manco utile al secolo nostro Bramante, acciò seguitando le vestigie di Filippo, facesse agli altri dopo lui strada sicura nella professione della architettura, essendo egli di animo, valore, ingegno e scienza in quella arte non solamente teorico, ma pratico et esercitato sommamente. Né poteva la natura formare uno ingegno più spedito, che esercitasse e mettesse in opera le cose dell’arte, con maggiore invenzione e misura e con tanto fondamento quanto costui. Ma non meno punto di tutto questo fu necessario il creare in quel tempo Giulio II pontefice animoso e di lasciar memorie desiderosissimo. E fu ventura nostra e sua il trovare un tal principe, il che agli ingegni grandi avviene rare volte, a le spese del quale e’ potesse mostrare il valore dello ingegno suo e quelle arteficiose difficultà che nella architettura mostrò Bramante. La virtù del quale si estese negli edifici da lui fabricati, che le modanature delle cornici, i fusi delle colonne, la grazia de’ capitegli, le base, le mensole et i cantoni, le volte, le scale, i risalti et ogni ordine d’architettura tirato per consiglio o modello di questo artefice, riuscì sempre maraviglioso a chiunque lo vide. Laonde quello obligo eterno che hanno gli ingegni che studiano sopra i sudori antichi, mi pare che ancora lo debbano avere alle fatiche di Bramante. Perché se pure i Greci furono inventori della architettura et i Romani imitatori, Bramante non solo imitandogli con invenzion nuova ci insegnò, ma ancora bellezza e difficultà accrebbe grandissima all’arte, la quale per lui imbellita oggi veggiamo. Costui nacque in Castello Durante nello stato di Urbino, d’una povera persona ma di buone qualità, e nella sua fanciullezza oltra il leggere e lo scrivere, si esercitò grandemente nello abbaco. Ma il padre che aveva bisogno che e’ guadagnasse, vedendo che egli si dilettava molto del disegno, lo indirizzò ancora fanciulletto a l’arte della pittura, nella quale studiò egli molto le cose di fra’ Bartolomeo, altrimenti fra’ Carnovale da Urbino, che fece la tavola di S. Maria della Bella in Urbino. Ma perché egli sempre si dilettò de l’architettura e de la prospettiva, si partì da Castel Durante; e condottosi in Lombardia, andava ora in questa, ora in quella città lavorando il meglio che e’ poteva. Non però cose di grande spesa o di molto onore, non avendo ancora né nome, né credito. Per il che, deliberatosi di vedere almeno qualcosa notabile, si trasferì a Milano per vedere il Duomo, dove allora si trovava un Cesare Cesariano, reputato buono geometra e buono architettore, il quale comentò Vitruvio e disperato di non averne avuto quella remunerazione che egli si aveva promessa, diventò sì strano, che non volse più operare, e divenuto salvatico morì più da bestia che da persona. Eravi ancora un Bernardino da Trevio milanese, ingegnere et architettore del Duomo e disegnatore grandissimo il quale da Lionardo da Vinci fu tenuto maestro raro, ancora che la sua maniera fusse crudetta et alquanto secca nelle pitture. Vedesi di costui in testa del Chiostro delle Grazie una Resurressione di Cristo, con alcuni scorti bellissimi; et in S. Francesco una cappella a fresco, dentrovi la morte di S. Pietro e di S. Paulo. Costui dipinse in Milano molte altre opere, e per il contado ne fece anche buon numero tenute in pregio, e nel nostro libro è una testa di carbone e biacca d’una femina assai bella che ancor fa fede de la maniera ch’e’ tenne. Ma per tornare a Bramante, considerata che egli ebbe questa fabbrica e conosciuti questi ingegneri, si inanimì di sorte, che egli si risolvé del tutto darsi a l’architettura. Laonde, partitosi da Milano, se ne venne a Roma innanzi lo anno santo del MD dove conosciuto da alcuni suoi amici e del paese e lombardi, gli fu dato da dipignere a S. Giovanni Laterano sopra la porta santa che s’apre per il Giubbileo, una arme di papa Alessandro VI lavorata in fresco, con Angeli e figure che la sostengono. Aveva Bramante recato di Lombardia e guadagnati in Roma a fare alcune cose certi danari; i quali con una masserizia grandissima spendeva, desideroso poter vivere del suo et insieme, senza aver a lavorare, potere agiatamente misurare tutte le fabriche antiche di Roma. E messovi mano, solitario e cogitativo se n’andava; e fra non molto spazio di tempo misurò quanti edifizii erano in quella città e fuori per la campagna, e parimente fece fino a Napoli, e dovunque e’ sapeva che fossero cose antiche; misurò ciò che era a Tiboli et alla villa Adriana, e come si dirà poi al suo luogo, se ne servì assai. E scoperto in questo modo l’animo di Bramante, il cardinale di Napoli datoli d’occhio prese a favorirlo. Donde Bramante seguitando lo studio, essendo venuto voglia al cardinale detto di far rifare a’ frati della Pace il chiostro, di trevertino, ebbe il carico di questo chiostro. Per il che desiderando di acquistare e di gratuirsi molto quel cardinale, si messe a l’opera con ogni industria e diligenzia, e prestamente e perfettamente la condusse al fine. Et ancora che egli non fusse di tutta bellezza, gli diede grandissimo nome per non essere in Roma molti che attendessino alla architettura con tanto amore, studio e prestezza, quanto Bramante. Servì Bramante, ne’ suoi principii, per sotto architettore di papa Alessandro VI alla fonte di Trastevere e parimente a quella che si fece in sulla piazza di S. Pietro; trovossi ancora, essendo cresciuto in reputazione, con altri eccellenti architettori, alla resoluzione di gran parte del palazzo di S. Giorgio e della chiesa di S. Lorenzo in Damaso fatto fare da Raffaello Riario cardinale di S. Giorgio vicino a Campo di Fiore; che quantunque si sia poi fatto meglio, fu non di meno, et è ancora per la grandezza sua, tenuta comoda e magnifica abitazione, e di questa fabbrica fu esecutore uno Antonio Montecavallo. Trovossi al consiglio dello accrescimento di San Iacopo degli Spagnuoli in Navona e parimente alla deliberazione di Santa Maria de Anima, fatta condurre poi da uno architetto todesco. Fu suo disegno ancora il palazzo del cardinale Adriano da Corneto, in Borgo Nuovo, che si fabricò adagio, e poi finalmente rimase imperfetto per la fuga di detto cardinale; e parimente l’accrescimento della cappella maggiore di Santa Maria del Populo fu suo disegno, le quali opere gli acquistarono in Roma tanto credito che era stimato il primo architettore per essere egli risoluto, presto e bonissimo inventore che da tutta quella città fu del continuo ne’ magior bisogni da tutti e’ grandi adoperato; per il che creato papa Iulio II l’anno 1503, cominciò a servirlo. Era entrato in fantasia a quel Pontefice di acconciare quello spazio che era fra belvedere e ’l palazzo ch’egli avessi forma di teatro quadro abbracciando una valletta che era in mezzo al palazzo papale vecchio, e la muraglia che aveva per abitazione del papa fatta di nuovo Innocenzio VIII; e che da dua corridori che mettessino in mezzo questa valletta, si potessi venire di belvedere in palazzo per logge, e così di palazzo per quelle andare in belvedere, e che della valle per ordine di scale in diversi modi si potesse salire sul piano di belvedere; per il che Bramante, che aveva grandissimo giudizio et ingegno capriccioso in tal cose, spartì nel più basso con duoi ordini d’altezze prima una loggia dorica bellissima, simile al Coliseo de’ Savegli, ma in cambio di mezze colonne misse pilastri, e tutta di tivertini la murò; e sopra questa uno secondo ordine ionico sodo di finestre, tanto che e’ venne al piano delle prime stanze del palazzo papale et al piano di quelle di belvedere, per far poi una loggia più di 400 passi dalla banda di verso Roma, e parimente un’altra di verso il bosco, che l’una e l’altra volse che mettessino in mezzo la valle ove spianata che ella era si aveva a condurre tutta l’acqua di belvedere e fare una bellissima fontana; di questo disegno finì Bramante il primo corridore che esce di palazzo e va in belvedere dalla banda di Roma eccetto l’ultima loggia che dovea andar di sopra; ma la parte verso il bosco riscontro a questa si fondò bene, ma non si poté finire intervenendo la morte di Iulio e poi di Bramante; fu tenuta tanto bella invenzione, che si credette che dagli antichi in qua Roma non avessi veduto meglio. Ma come s’è detto dell’altro corridore rimasero solo i fondamenti e penato a finirsi fino a questo giorno che Pio IIII gli ha dato quasi perfezzione. Fecevi ancora la testata che è in belvedere allo antiquario delle statue antiche con l’ordine delle nicchie e nel suo tempo vi si messe il Laoconte, statua antica rarissima, e lo Apollo e la Venere; ché poi il resto delle statue furon poste da Leone X, come il Tevere e ’l Nilo e la Cleopatra, e da Clemente VII alcune altre, e nel tempo di Paulo III e di Giulio III fattovi molti acconcimi d’importanzia con grossa spesa. E tornando a Bramante, s’egli non avessi avuto i suoi ministri avari egli era molto spedito et intendeva maravigliosamente la cosa del fabricare; e questa muraglia di belvedere fu da lui con grandissima prestezza condotta et era tanta la furia di lui che faceva e del papa, che aveva voglia che tali fabriche non si murassero, ma nascessero, che i fondatori portavano di notte la sabbia et il pancone fermo della terra, e la cavavano di giorno in presenza a Bramante; perch’egli senza altro vedere faceva fondare. La quale inavvertenza fu cagione che le sue fatiche sono tutte crepate e stanno a pericolo di ruinare come fece questo medesimo corridore, del quale un pezzo di braccia ottanta ruinò a terra al tempo di Clemente VII e fu rifatto poi da Papa Paulo III et egli ancora lo fece rifondare e ringrossare. Sono di suo in belvedere molte altre salite di scale variate secondo i luoghi suoi alti e bassi, cosa bellissima con ordine dorico, ionico e corinzio, opera condotta con somma grazia. Et aveva di tutto fatto un modello, che dicono essere stato cosa maravigliosa, come ancora si vede il principio di tale opera così imperfetta. Fece oltra questo una scala a chiocciola su le colonne che salgono, sì che a cavallo vi si cammina, nella quale il dorico entra nello ionico e così nel corinzio, e de l’uno salgono ne l’altro: cosa condotta con somma grazia e con artifizio certo eccellente; la quale non gli fa manco onore che cosa che sia quivi di man sua. Questa invenzione è stata cavata da Bramante de San Niccolò di Pisa, come si disse nella vita di Giovanni e Niccola Pisani. Entrò Bramante in capriccio di fare in belvedere, in un fregio nella facciata di fuori, alcune lettere a guisa di ieroglifi antichi, per dimostrare magiormente l’ingegno ch’aveva e per mettere il nome di quel Pontefice e ’l suo, et aveva così cominciato: "Iulio II Pont. Massimo" et aveva fatto fare una testa in profilo di Iulio Cesare, e con dua archi un ponte che diceva: "Iulio II Pont.", et una aguglia del circolo Massimo per "Max." di che il Papa si rise e gli fecie fare le lettere d’un braccio che ci sono oggi alla antica, dicendo che l’aveva cavata questa scioccheria da Viterbo sopra una porta dove un maestro Francesco architettore messe il suo nome in uno architrave intagliato così che fece un San Francesco, un arco, un tetto et una torre che rilevando diceva, a modo suo: "Maestro Francesco architettore". Volevagli il Papa per amor della virtù sua della architettura gran bene; per il che meritò da ’l detto Papa, che sommamente lo amava per le sue qualità, di essere fatto degno dell’ufficio del piombo, nel quale fece uno edificio da improntar le bolle con una vite molto bella. Andò Bramante ne’ servizii di questo pontefice a Bologna quando l’anno 1504 ella tornò alla chiesa e si adoperò in tutta la guerra della Mirandola a molte cose ingegnose e di grandissima importanza. Fé molti disegni di piante e di edifizii che molto bene erano disegnati da lui come nel nostro libro ne appare alcuni ben misurati e fatti con arte grandissima. Insegnò molte cose d’architettura a Raffaello da Urbino e così gli ordinò i casamenti che poi tirò di prospettiva nella camera del Papa dov’è il monte di Parnaso, nella qual camera Raffaello ritrasse Bramante che misura con certe seste. Si risolvé il Papa di mettere in strada Giulia, da Bramante indrizzata, tutti gli uffici e le ragioni di Roma in un luogo, per la commodità ch’a i negoziatori averia recato nelle faccende, essendo continuamente fino allora state molto scomode. Onde Bramante diede principio al palazzo ch’a San Biagio su ’l Tevere si vede, nel quale è ancora un tempio corinzio non finito, cosa molto rara, et il resto del principio di opera rustica bellissimo che è stato gran danno che una sì onorata et utile e magnifica opra non si sia finita, ché da quelli della professione è tenuto il più bello ordine che si sia visto mai in quel genere. Fece ancora San Pietro a Montorio di trevertino nel primo chiostro un tempio tondo, del quale non può di proporzione, ordine e varietà imaginarsi, e di grazia il più garbato né meglio inteso; e molto più bello sarebbe se fusse tutta la fabbrica del chiostro, che non è finita, condotta come si vede in uno suo disegno. Fece fare in Borgo il palazzo che fu di Raffaello da Urbino lavorato di mattoni e di getto con casse le colonne, e le bozze di opera dorica e rustica, cosa molto bella et invenzion nuova del fare le cose gettate. Fece ancora il disegno et ordine dell’ornamento di Santa Maria da Loreto, che da Andrea Sansovino fu poi continuato, et infiniti modelli di palazzi e tempii, i quali sono in Roma e per lo stato della Chiesa. Era tanto terribile l’ingegno di questo maraviglioso artefice, che e’ rifece un disegno grandissimo per restaurare e dirizzare il palazzo del papa. E tanto gli era cresciuto l’animo vedendo le forze del Papa e la volontà sua corrispondere allo ingegno et alla voglia che esso aveva, che sentendolo avere volontà di buttare in terra la chiesa di Santo Pietro per rifarla di nuovo, gli fece infiniti disegni. Ma fra gli altri ne fece uno che fu molto mirabile; dove egli mostrò quella intelligenza che si poteva maggiore con dua campanili che mettono in mezzo la facciata, come si vede nelle monete che batté poi Giulio II e Leon X fatte da Carradosso, eccellentissimo orefice che nel far coni non ebbe pari, come ancora si vede la medaglia di Bramante fatta da lui molto bella. E così resoluto il Papa di dar principio alla grandissima e terribilissima fabrica di San Pietro, ne fece rovinare la metà e postovi mano con animo che di bellezza, arte, invenzione et ordine, così di grandezza, come di ricchezza e d’ornamento avessi a passare tutte le fabbriche che erano state fatte in quella città dalla potenzia di quella Republica e dall’arte et ingegno di tanti valorosi maestri; con la solita prestezza la fondò et in gran parte innanzi alla morte del Papa e sua, la tirò alta fino a la cornice, dove sono gli archi a tutti i quattro pilastri e voltò quegli con somma prestezza et arte. Fece ancora volgere la cappella principale, dove è la nicchia, attendendo insieme a far tirare inanzi la cappella che si chiama del re di Francia. Egli trovò in tal lavoro il modo del buttar le volte con le casse di legno, che intagliate vengano co’ suoi fregi e fogliami di mistura di calce; e mostrò negli archi, che sono in tale edificio, il modo del voltargli con i ponti impiccati, come abbiamo veduto seguitare poi con la medesima invenzione da Anton da San Gallo. Vedesi in quella parte, ch’è finita di suo, la cornice che rigira attorno di dentro correre in modo, con grazia, che il disegno di quella non può nessuna mano meglio in essa levare e sminuire. Si vede ne’ suoi capitegli, che sono a foglie di ulivo di dentro, et in tutta l’opera dorica di fuori stranamente bellissima, di quanta terribilità fosse l’animo di Bramante; che in vero s’egli avesse avuto le forze eguali allo ingegno, di che aveva adorno lo spirito, certissimamente avrebbe fatto cose inaudite più che non fece. Perché oggi questa opera, come si dirà a’ suoi luoghi, è stata dopo la morte sua molto travagliata dagli architettori; e talmente che si può dire che da quattro archi in fuori che reggono la tribuna non vi sia rimasto altro di suo, perché Raffaello da Urbino e Giuliano da San Gallo essecutori, doppo la morte di Giulio II, di quella opera, insieme con fra’ Giocondo veronese, vollon cominciare ad alterarla e doppo la morte di questi, Baldassarri Peruzzi, facendo nella crociera verso Camposanto la cappella del re di Francia, alterò quell’ordine; e sotto Paulo III Antonio da San Gallo lo mutò tutto; e poi Michelagnolo Buonaroti ha tolto via le tante openioni e spese superflue, riducendolo a quella bellezza e perfezzione che nessuno di questi ci pensò mai, venendo tutto dal disegno e giudizio suo, ancora ch’egli dicesse a me parechie volte che era esecutore del disegno et ordine di Bramante, atteso che coloro che piantano la prima volta uno edifizio grande, sono quegli gli autori. Apparve smisurato il concetto di Bramante in questa opera e gli diede un principio grandissimo, il quale se nella grandezza di sì stupendo e magnifico edifizio avesse cominciato minore, non valeva, né al San Gallo né agli altri, né anche al Buonaruoto il disegno per acrescerlo come e’ valse per diminuillo, perché Bramante aveva concetto di fare magior cosa. Dicesi che egli aveva tanta la voglia di vedere questa fabrica andare innanzi, che e’ rovinò in San Pietro molte cose belle, di sepolture di papi, di pitture e di musaici e che perciò aviàno smarrito la memoria di molti ritratti di persone grandi che erano sparse per quella chiesa; come principale di tutti i cristiani, salvò solo lo altare di San Piero e la tribuna vecchia et a torno vi fece uno ornamento di ordine dorico bellissimo, tutto di pietra di perperigno, acciò quando il papa viene in San Piero a dir la messa vi possa stare con tutta la corte e gl’imbasciatori de’ principi cristiani, la quale non finì a fatto per la morte; e Baldassare sanese gli dette poi la perfezzione. Fu Bramante persona molto allegra e piacevole, e si dilettò sempre di giovare a’ prossimi suoi. Fu amicissimo delle persone ingegnose e favorevole a quelle in ciò che e’ poteva; come si vede che egli fece al grazioso Raffaello Sanzio da Urbino, pittor celebratissimo, che da lui fu condotto a Roma. Sempre splendidissimamente si onorò e visse, et al grado, dove i meriti della sua vita l’avevano posto, era niente quel che aveva a petto a quello che egli avrebbe speso. Dilettavasi de la poesia, e volentieri udiva e diceva in proviso in su la lira, e componeva qualche sonetto, se non così delicato come si usa ora, grave almeno e senza difetti. Fu grandemente stimato dai prelati e presentato da infiniti signori che lo conobbero. Ebbe in vita grido grandissimo e maggiore ancora dopo morte, perché la fabbrica di San Piero restò a dietro molti anni. Visse Bramante anni 70 et in Roma con onoratissime esequie fu portato dalla corte del papa e da tutti gli scultori, architettori e pittori. Fu sepolto in San Piero l’anno MDXIIII. Fu di grandissima perdita all’architettura la morte di Bramante, il quale fu investigatore di molte buone arti ch’aggiunse a quella, come l’invenzione del buttar le volte di getto, lo stucco, l’uno e l’altro usato dagli antichi, ma stato perduto da le ruine loro fino al suo tempo. Onde quegli che vanno misurando le cose antiche d’architettura, trovano in quelle di Bramante non meno scienza e disegno che si faccino in tutte quelle. Onde può rendersi a quegli che conoscono tal perfezzione, uno degli ingegni rari che hanno illustrato il secol nostro. Lasciò suo domestico amico Giulian Leno, che molto valse nelle fabbriche de’ tempi suoi, per provedere et eseguire la volontà di chi disegnava più che per operare di man sua, se bene aveva giudizio e grande sperienza. Mentre visse Bramante fu adoperato da lui nell’opre sue Ventura, fallegname pistolese, il quale aveva bonissimo ingegno e disegnava assai aconciamente; costui si dilettò assai in Roma di misurare le cose antiche, e tornato a Pistoia per rinpatriarsi seguì che l’anno 1509 in quella città una Nostra Donna, che oggi si chiama della Umiltà, fece miracoli, e perché gli fu porto molte limosine, la Signoria che allora governava, deliberò fare un tempio in onor suo; per che pòrtosi questa occasione a Ventura, fece di sua mano un modello d’un tempio a otto facce largo braccia... et alto braccia... con un vestibulo o portico serrato dinanzi, molto ornato di drento e veramente bello, dove piaciuto a que’ signori e capi della città, si cominciò a fabricare con l’ordine di Ventura, il quale, fatto i fondamenti del vestibulo e del tempio e finito a fatto il vestibulo che riuscì ricco di pilastri e cornicioni d’ordine corinto e d’altre pietre intagliate, e con quelle anche tutte le volte di quell’opera furon fatti a quadri scorniciati pur di pietra pien di rosoni. Il tempio [a] otto facce fu anche di poi condotto fino alla cornicie ultima, dove s’aveva a voltare la tribuna; mentre che egli visse Ventura e per non esser egli molto sperto in cose così grandi non considerò al peso della tribuna, che potesse star sicura, avendo egli nella grossezza di quella muraglia fatto nel primo ordine delle finestre e nel secondo dove son le altre un andito che camina a torno, dove egli venne a indebolir le mura ché, sendo quello edifizio da basso senza spalle, era pericoloso il voltarla e massime negli angoli delle cantonate dove aveva a pignere tutto il peso della volta di detta tribuna. Là dove doppo la morte di Ventura non è stato architetto nessuno che gli sia bastato l’animo di voltalla, anzi avevon fatto condurre in sul luogo legni grandi e grossi di alberi per farvi un tetto a capanna, che non piacendo a que’ cittadini, non volsono che si mettesse in opra, e sté così scoperta molti anni tanto che l’anno 1561 suplicorno gli Operai di quella fabrica al duca Cosimo perché sua eccellenza facessi loro grazia, che quella tribuna si facesse; dove per compiacergli quel signore ordinò a Giorgio Vasari che vi andasse e vedesse di trovar modo di voltarla, che ciò fatto ne fece un modello che alzava quello edifizio sopra la cornice che aveva lassato Ventura, otto braccia per fargli spalle, e ristrinse il vano che va intorno fra muro e muro dello andito e rinfrancando le spalle, e gli angoli e le parte di sotto degli anditi che aveva fatto Ventura fra le finestre, gl’incatenò con chiave grosse di ferro doppie in sugli angoli che l’asicurava di maniera che sicuramente si poteva voltare. Dove Sua Eccellenza volse andare in sul luogo e piaciutoli tutto diede ordine che si facesse, e così sono condotte tutte le spalle e di già si è dato principio a voltar la tribuna. Sì che l’opra di Ventura verrà ricca e con più grandezza et ornamento e più proporzione, ma nel vero Ventura merita che se ne faccia memoria perché quella opera è la più notabile per cosa moderna che sia in quella città.