Le solitarie/Confessioni/Clara Walser

Clara Walser

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CLARA WALSER.

— Venite a vedere le mie trine. Ne sarei tanto contenta. Voi non mi conoscete abbastanza: è nel mio lavoro che dovete scoprirmi. Venite, venite con me.

Prendendomi sotto braccio mi fece attraversare il ponte sulla Limmat, contro i cui pilastri si frangeva il fiume tra un variare di riflessi grigio verdognoli. Entrammo per la gran porta del Landes Museum, fisso in immobilità grigio ferrigna sotto un pallido cielo grigio perlaceo.

Tutta un’ala terrena del gotico palazzo era (contrasto gaio) occupata da una modernissima esposizione di sale da pranzo, verande, chioschi da giardino, salottini pel thè, arredati e disposti unicamente da donne, esperte [p. 197 modifica] nell’arte della scultura in legno, della ceramica, del merletto, del disegno, della decorazione.

Il buon gusto ed il capriccio muliebre si eran divertiti, prodigati nel rivestire di fragile preziosità quegli interni, che pareva attendessero cinguettìi di bambini, confidenze d’amiche e d’amanti, musiche di voci cordiali fra aromi di fiori e di thè.

Clara Walser aveva fretta, mi trascinava un poco. Non mi sembrava più lei, sempre così calma e quasi rigida.

Passammo di volo davanti ad un salottino che avrei voluto meglio osservare, per certi caldi toni di luce, ottenuti con giallo su giallo; ad un altro con piccola tavola, un gioiello di tavola, apparecchiata per due, tovaglia annodata da fiocchi rosei, tazze e coppe iridate d’una leggerezza d’ali, orchidee violacee: sedie, divanetto e cuscini armonizzanti in rosa stinto e viola smorto, come le note in sordina d’un minuetto.

— Ecco — disse Clara Walser.

In una stanza severa, con mobili di color fulvo a linee sobrie e diritte, con poche maioliche a disegni violenti su fondo d’ocra, erano esposti, di lei, una tovaglia e quattro cortinaggi [p. 198 modifica] da finestra in grossa tela, a larghe e regolari incrostazioni di punto lacis, d’uno stile così semplice, così puro, così robusto, d’un’esecuzione così perfetta, che non se ne poteva staccare lo sguardo.

Osservando attentamente le trine e la donna, si aveva, profonda, la sensazione che il lavoro rassomigliasse in singolar modo all’artefice, e che lo stesso ritmo di vita governasse l’uno e l’altra.

Io lo dissi a Clara Walser, uscite che fummo dall’esposizione, e lasciata che avemmo dietro di noi la mole del Landes Museum di una pesantezza di piombo sotto il cielo di una tenuità di fumo.

Ella sorrise e non rispose subito. Era tornata nella sua nobile calma abituale.

Qualche passo più in là, presso alcune fabbriche, sostammo un istante sulla furia delle acque, ribollenti in quel punto in due o tre vertiginosi gorghi intorno a denti di ruote enormi.

Quella tempesta d’onde e di spruzzi a vortice era grigia come le nubi e le pietre, come la veste e i capelli di Clara Walser.

Capelli argentei (decolorati da un veleno [p. 199 modifica] durante il corso di una sola notte?...) ma vivi e giovani, pieni di movimento e d’aria, costretti sulla nuca in un grosso mazzocchio. Qualche anno prima, biondi e sciolti, avrebbero potuto folgorare al sole sul dorso d’una Walkiria a cavallo.

Dopo una pausa — secondo il suo costume — ella mormorò:

— Le donne il cui destino è di essere madri (il più bello, il più gaudioso destino, sia pur nel dolore) dànno al mondo creature che loro rassomigliano, e nelle quali continuano a vivere. Quelle che rimangono sole e sterili, debbono pur trarre dal proprio io un’opera che sia la diretta espressione — e continuazione — della loro forza, della loro sensibilità. Credete che l’anima sia solo dell’essere umano?... Credete che qualche molecola o irradiazione di essa non possa vivere in una trina, in una maiolica, in un legno scolpito, in un ricamo?...

Sorrideva, di un sorriso sereno che addolciva le linee di forza del suo volto, segnato d’ombre, lavorato a cesello dalla vita.

— Ed ora che avete veduto le mie trine, vi rapisco, per mostrarvi la mia cella e i miei [p. 200 modifica] disegni. Abito in una stanzetta da certosina: vi piacerà, ne son certa.

Avevamo infilata una delle viuzze più aspramente caratteristiche della vecchia Zurigo: stretta, ripida, sassosa, fiancheggiata di casette dalle piccole porte massicce, dalle finestrelle irregolari piene di gerani e di altri semplici fiori, coltivati fra doppi vetri come in serra.

— Salite.

Scale lucidissime, di legno: odor di abete: bacche di vischio e di lauro, sull’architrave d’un uscio all’ultimo piano: la “cella„ mi apparve nella sua austerità.

Fasci di cartoni allacciati da fettucce verdi, su due tavole: dure e pungenti rame di pino e di ginepro, gettate qua e là in rustici vasi, con un’apparenza di disordine che altro non era se non una nota di stile. Una testa maschile di Hodler, brutale e tormentata, a una parete: un antico crocifisso di legno a capoletto.

L’ospite sciolse le fettucce verdi, aperse i cartoni. Certamente più artista nelle trine stupende, che nei disegni un poco duri. Anche i disegni, tuttavia, portavano il suggello della consanguineità: rassomigliavano a lei [p. 201 modifica] come certi figli, pur con linee di volto diverse, riproducono la fisionomia della madre.

Su ogni foglio era, prima, con matita colorata, tracciato un fiore, o una fronda, o una gemma ancor chiusa nel leggero involucro primaverile: poi, la mano inquieta cercava, di fianco o più sotto, di renderne, sola, la linea essenziale, amplificandola, intrecciandola a qualche altro motivo originale. Infine, la linea si determinava in figurazioni decorative, per stoffa, per tappezzeria, per merletto, per affresco o vetrata. E un’idea nuova ne balzava sempre.

Il fiore, la foglia, il bocciuolo, l’insetto eran segnati con diligente ingenuità primitiva: non tanto quali si vedono ad occhio nudo, ma piuttosto quali sono scòrti attraverso il microscopio. Sempre eran scelti i fiori selvatici, l’acònito, la genzianella, la violetta di bosco, la rosa di macchia; e la digitale purpurea ed altri fiorellini di piante velenose, — vere piccole maraviglie di colori e di forme.

M’era già nota l’istintiva antipatia di Clara Walser per le piante ed i fiori coltivati dal giardiniere. Aveva detto un giorno: La bellezza pura non appartiene che alla flora [p. 202 modifica] selvatica: dopo, è corrotta: è simile ad un viso imporporato dal belletto, ammorbidito dalle creme, mascherato del sorriso che si porta in società.

— Questo vi piace?... Non è aprile, questo?...

Mi pose sotto gli occhi un prato visto dall’alto, cosparso di margheritine delle quali non era visibile che la corolla, aggruppate come le costellazioni nel cielo. Pareva che il cielo fosse disceso in terra, o vi si specchiasse cangiando colore. Vidi con la fantasia una camera di giovinetta tappezzata così, con finestre spalancate su campi e praterie, continuanti all’aperto la fresca bellezza del nido virgineo.

E poi, certi rametti di citiso, leggerissime piogge d’oro; e certe corolle gentilmente recline di mirtillo selvatico, trasformate in lampadette elettriche; e certi fiori di male erbacce, che, spogli d’una metà dei petali e con le interne fìlamenta allo scoperto, non sembravan più fiori, ma grossi insetti....

In ogni segno, intensità: e un’ansia sottile di spingerlo oltre la natural forma per rendere il misterioso ritmo collegante la vita vegetale con quella degli uomini, degli animali, degli astri. [p. 203 modifica]

— Vi dà molta gioia il vostro lavoro, amica mia?... — domandai.

— Oh, molta. Dal marzo al novembre vivo quasi esclusivamente nelle foreste. Là, comunico colla terra e colle piante. E scopro tesori. Non potete figurarvi quale infinita grazia di linee e dovizia di colori possegga la flora libera del bosco e della montagna. Soltanto, per ben capirla, per esser degni di penetrarla, è necessario che anche l’anima nostra sia libera.

Seguì una breve sosta, carica di vibrazioni: durante la quale, dal foglio disteso sulle nostre ginocchia, una viola del pensiero, gialla e paonazza, regolare come un volto, ci scrutò con occhi umani.

— Libera. Comprendete?... Voglio dire da tutto. A venticinque, a trent’anni, io non avrei nè cercata nè meritata questa rivelazione, che è un assentimento divino. Conviene molto amare, molto errare, molto piangere, renderci a poco a poco superiori al dolore egoistico, purificarci da ogni scoria, uccidere in noi il tormento del desiderio. Rinascere, insomma. Si può. Io ho potuto. E pienamente nuova mi sentii quel giorno nel quale, gettando scarpe [p. 204 modifica] e calze, camminai a piedi nudi nel fango della foresta, dopo una pioggia torrenziale che aveva durato parecchie ore. Fu un battesimo. Lo spirito della natura entrò in me. Da allora in poi, sempre, in campagna, coi piedi nudi, con l’anima nuda.

....Gli occhi della viola del pensiero non ci scrutavano più: il foglio s’era voltato su un viluppo gaio e folle di rosette di siepe con spine e fronde, simili a fanciulle di quindici anni allacciate per un passo di danza.

— Udite, che vento?... — continuò Clara Walser. — È la tormenta del nord: avremo la neve, a Natale. L’amate, voi, la festa di Natale?... No?... Vi capisco. Non siete ancora liberata. Io l’amo ormai non più per me stessa, ma per gli altri. Ed è così che bisogna amarla. La passerò quest’anno a Eriswil, un piccolo villaggio del cantone di Berna, che ora si è già tutto incappucciato nel suo mantello di neve. Lassù, due amiche mie, sole nella vita come me, stanno preparando l’albero di Natale pei deficienti, per gli scemi del villaggio e dei dintorni. E sono molti, e poverissimi; e taluni di loro assai vecchi. Sapete: quanto più intensa è stata la nostra [p. 205 modifica] sofferenza, tanto più ci divien cara la compagnia dei.... poveri di spirito. L’albero delle due sorelle di Eriswil ha per ciascun disgraziato un dono utile, in roba; poi qualche dolce, e, sì, qualche balocco. E si vedono tremuli vecchi dall’anima ancor ravvolta nei veli della prima infanzia, giocare, felici come bambini, con la trottola o il cavalluccio.... Ebbene, anche per compiere la dolce opera di pietà, è necessario aver l’anima libera. È necessario essere state poste, dal destino, o, meglio, dalla nostra volontà associata al destino, fuori della vita egoistica. Alla rinuncia delle due sorelle il premio (cioè la rivelazione) è stato dato dalla comunanza, in amore perfetto, con le più umili anime. Alla mia, dalle più umili maraviglie della natura. E viviamo, per questo, in allegrezza....

....Cercai, avidamente, negli occhi di Clara Walser l’ombra dell’uomo che era passato, senza dubbio, nella sua vita.

Passato, per devastare. — Ma il buon terreno s’era ricomposto in linee di nuova armonia, e del sole e della pioggia ancora aveva gioito per dar fiori e frutti.

Calmi, limpidi, gli occhi affrontarono la [p. 206 modifica] tacita domanda, senza negare, ma senza rispondere.

Poscia la donna fece qualche passo verso la finestrella quadrata: rimase in meditazione, ritta nel vano. Sulla bianca cortina il profilo si scolpiva con la stessa nettezza, sincerità, intensità delle parole uscite dalla pura bocca, delle trine e dei disegni usciti dalle pure mani.

Non sapevo nulla di lei, eppure sapevo tutto. Per lo spazio breve e infinito di qualche ora, un’anima mi si era denudata dinanzi, lasciando in ombra il suo dolore per non mostrarmi che la sua vittoria; e già il mantello si richiudeva sul cuore intrepido.

Presi un ramo di ginepro, me ne punsi le guance e la bocca: esitai, poi dissi umilmente, a bassa voce:

— Perchè non vorreste condurmi con voi, a Eriswil, nella casa delle due buone sorelle, per la festa dell’albero di Natale?...