Le odi e i frammenti (Pindaro)/Odi per Orcomeno, Argo, Tenedo/Ode Nemea XI

Ode Nemea XI

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Nemea XI
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ODE NEMEA XI

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Questa ode non è un epinicio: bensí uno scolio (o encomio: vedi nei «Frammenti» l’introduzione agli «Encomî») per l’insediamento di Aristagora eletto pritano di Tenedo. Le somiglianze che intercedono fra essa, la VI Nemea e la VIII Pitica, inducono ad attribuirla alla vecchiaia del poeta. Sulle circostanze di fatto che si possono radunare intorno a quest’ode, rimando al mio Pindaro, pag. 170 sg.

Aristagora, dunque, da giovinetto s’era dedicato ai giuochi agonali; e aveva già mietute vittorie in molte gare, quando, sul punto di cimentarsi a quella di Pito, i genitori, troppo timidi, gli si opposero. E allora si consacrò alla vita politica.

L’ode è chiarissima. Pindaro invita Vesta perché accolga Aristagora e i suoi colleghi pritani; e s’augura che compia l'anno, e arrivi ai giorni dei rendiconti senza aver troppe noie (1-10). Fortunato anche suo padre Arcesilao. Aristagora è bello, è intrepido, ha vinto sedici volte negli agoni di Tenedo e dei paesi vicini, e se i genitori non lo tenevano, avrebbe vinto anche a Pito e in Olimpia. Ma come ci sono gli sfacciati che si sobbarcano a tutto senza pensarci su, così ci sono gli uomini di valore che per timidità si pèritano (11-33). Dal valore che egli dimostrò era ben facile vedere che egli discendeva da Pisandro e da Melanippo. Naturalmente, non ogni generazione della loro famiglia diede grandi campioni: come fanno la terra e l’albero, che alternano i frutti. Del resto, [p. 80 modifica] tutto è sulle ginocchia di Giove. Non conviene quindi nutrire eccessive speranze, ché il destino non le renda írrite: e innamorarsi di ciò che non si può raggiungere, è da pazzi.

Se questi ultimi pensieri alludano a qualche fatto, che del resto non sapremmo precisare, è quistione discutibile. Ma visto che questo ultimo pensiero, come del resto tutti i precedenti, appartengono al piú rispettabile repertorio della gnomica pindarica, mi sembra rischioso volerci fabbricare su congetture.


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PER ARISTAGORA DI TENEDO

ELETTO PRESIDENTE DEL PRITANEO


I


Strofe

Vesta, o di Rea figliuola, che il seggio concedi ai pritàni
di Giove eccelso, e d’Era, compagna al suo trono, sorella,
nelle tue stanze, presso lo scettro tuo fulgido, accogli
benigna Aristàgora, accogli i compagni
che, te celebrando, mantengono Tenedo in piedi,


Antìsirofe

te, fra le Dive prima, con molti libami onorando,
con fumiganti vittime; e il canto e la lira in tua gloria
fremono; e nei perenni banchetti di Giove ospitale
s’onora Giustizia. Deh!, possa ei varcare
i dodici mesi con animo sgombro di pene.


Epodo

Arcesilao pure io stimo beato, che vita gli diede,
stimo beato il fulgido aspetto, e l’impavido cuore.
Ché, se taluno è felice, se supera gli altri in bellezza,

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se negli agoni, vincendo, provò la sua possa,
rammenti che membra mortali ei recinge,
che avrà, compimento di tutte le cose, una veste di terra.

II


Strofe

I cittadini è giusto che or gli largiscano laudi,
che i canti dolci al pari del miele lo rendano adorno:
sedici volte già, nella lotta, nell’arduo pancrazio,
Vittoria coi serti cingea nei finitimi
agoni Aristàgora, e seco la chiara sua patria.


Antìsirofe

Dei genitori l’animo troppo dubbioso trattenne
la sua giovine forza, che in Pito e in Olimpia saggiasse
la possa. Eppure, in fede mi credo che pur da la fonte
Castalia e dal clivo frondoso di Crono
riscossa egli avrebbe la palma su tutti i rivali,


Epodo

e festeggiate le ferie avrebbe che Alcide ogni lustro
celebra: al crine cinte le frondi e la porpora avrebbe.
Ma dissennata iattanza talora un mortale dei beni
priva: ad un altro che troppo sua possa sconosce
il cuor non esperto di ardire, contese
il premio legittimo, indietro con trepida mano tenendolo.

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III


Strofe

Facile era conoscere il sangue che fu di Pisandro,
che fu di Sparta — ei venne, insiem con Oreste, da Amícla
a questo suol, guidando le bronzëe schiere degli Èoli —
e il sangue commisto lunghesso l’Ismèno,
dell’avolo suo Melanippo. Le antiche virtú


Antistrofe

recan con vece alterna la forza alle stirpi degli uomini.
Cosí né i solchi negri concedono frutto perenne,
cosí non dànno gli alberi in ogni stagione dell’anno
il fiore odoroso con copia costante;
ma alternano. E il Fato ugualmente conduce i mortali.


Epodo

Né quanto Giove disegna per l’uomo, visibile giunge.
Ma pure, a cento cose volgendo la brama, inforchiamo
illusioni superbe: ché abbiamo le membra irretite
da spudorata Speranza; ché lungi i suoi fonti
riversa Prudenza. Sia freno alle voglie;
ché quanto è impossibile attingere bramare è ben cieca follia.