Le Fenicie (Euripide - Romagnoli)/Primo stasimo

Primo stasimo

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Euripide - Le Fenicie (410 a.C. / 409 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1928)
Primo stasimo
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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli


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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0259.png


coro

A questo suolo il Tirio
Cadmo giungeva un dí. Qui la quadrupede
giovenca, l’immortal corpo spontaneo
chinò, ponendo termine
al suo corso, ove imposto avea l’oracolo
che Cadmo sui frugiferi
campi abitasse, e d’uomini
sorgesser case ove fluisce rorida
Dirce su l’erba molle,
dove profondo il germine
s’immerge entro le zolle.
Sposa di Giove, Sèmele
qui Bromio a luce die’.
E al Nume, ancora pargolo,
serpé d’intomo l’ellera
coi tralci verdeggianti,
di molli ombre beandolo:
onde or lanciano donne ebre Baccanti
e tebane fanciulle a danza il pie’.

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Antistrofe

Quivi era il ferocissimo
drago di Marte1, il sanguinario vigile
custode, nelle irrigue acque, sui floridi
rivi, con le molteplici
ruote degli occhi. E qui giunse, ad attingere
linfe pel sacrifizio,
Cadmo; e ne fe’ sterminio
con una pietra. E con le fiere braccia
abbatté, per consiglio
della divina Pàllade,
il suo capo vermiglio,
e i denti nella florida
maggese seppellí.
E la terra die’ germine
d’armati dai suoi culmini.
Ma una furia di guerra
nel suolo ancora immergere
li fece, e il sangue lor bagnò la terra
che alle chiare li espresse aure del dí.

Epodo

O germe d’Io2, dell’avola
antica, e dell’amore onde fu tócca
da Giove, te invoco, Èpafo,
con le mie grida barbare,
coi miei barbari voti.
Accorri a questa rocca,
accorri: i tuoi nepoti
la fondarono; e quivi ebber dimora
le due Dive, Persèfone

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e Demètra, di tutti
regina amata, madre alma di frutti.
Chiamale, ché a difesa
di questa terra impugnino le fiaccole:
è per i Numi agevole ogni impresa.

Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0261.png

Note

  1. [p. 338 modifica]Il ferocissimo drago di Marte è il serpente ucciso da Cadmo quando venne nella Beozia; seminatine i denti, ne [p. 339 modifica]nacquero guerrieri che si uccisero a vicenda, rimanendone superstiti cinque soli, detti Sparti, ossia seminati, dai quali si vantavano di discendere i Tebani; cfr. p. 267, v. 16 e p. 281, vv. 29-30.
  2. [p. 339 modifica]O germe d’Io: cfr. p. 229, II. 6-7 n.