Le Baccanti/Primo episodio

Primo episodio

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Euripide - Le Baccanti (406 a.C./405 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Primo episodio
Parodo Primo stasimo
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tiresia
vestito da baccante, entra dalla sinistra, e si avvicina alla porta della reggia.
Chi della porta a guardia sta? D’Agènore
il figlio a me venir si faccia, Cadmo,
che, abbandonata la città di Sidone,
questa rocca di Tebe edificò.
Gli annunzi alcuno che lo vuol Tiresia.
Egli sa perché vengo, e ciò ch’io, vecchio,
con lui piú vecchio stabilii: di cingere
pelli di cervio, ed impugnare il tirso,
e al capo cinger ramoscelli d’ellera.
cadmo
O mio diletto, o savio, le tue savie
parole io bene udii, stando in ascolto
dentro la reggia. Io sono pronto, e meco
ho gli arredi del Dio. Tu sai ch’è figlio
della mia figlia: è giusto ch’io lo esalti
per quanto è in me. Dove convien danzare,
muovere il pie’, scuotere il crine bianco?

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Guida me vecchio, tu, vecchio Tiresia:
ché tu sei savio: ed io mai sarò stanco
di picchiar notte e giorno a terra il tirso:
ché d’esser vecchio io volentier dimentico.
tiresia
T’avviene come avviene a me: mi sento
giovane, e ai balli anch’io vo’ prender parte.
cadmo
Al monte sopra un cocchio andremo dunque?
tiresia
A piedi! Onor piú grande il Dio ne avrà!
cadmo
Io vecchio un vecchio guiderò qual pargolo?
tiresia
Senza fatica il Dio saprà condurci.
cadmo
Danzar, noi soli in Tebe, i balli bacchici?

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tiresia
Se noi siam soli saggi, e stolti gli altri!
cadmo
Ma che s’indugia? La mia mano prendi.
tiresia
Ecco! La tua vi adatta, ed aggioghiamoci.
cadmo
Non spregio i Numi, io che mortale nacqui.
tiresia
Né intorno a lor sottilizziam. Le avite
credenze, antiche quanto il tempo stesso,
niun argomento abbatterà, per quanto
si stilli acume da sottili menti.
Dirà taluno che non ho pudore
della vecchiezza mia, che m’incorono
d’ellera, e danzo. Ma non disse il Nume
se vuol nelle sue danze o vecchi o giovani;
ma da tutti onorato essere brama.
cadmo
Tiresia, poiché tu lume non vedi,
odi dal labbro mio quello che avviene.

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Frettoloso s’appressa a questa reggia
Pentèo, figliuolo d’Echióne, a cui
diedi il poter della mia terra. Oh, come
turbato in viso! Che vorrà mai dirci?
penteo
entra infuriato, e, senza vedere i due vecchi, si rivolge alle guardie e ai cittadini che stanno alla soglia della reggia.
Mentr’ero lungi dalla patria, udii
che nuovi guai piombarono su Tebe.
Le donne, simulando un estro bacchico,
abbandonate le lor case, corsero
fra i boschi alpestri, ad onorar coi balli
questo non so qual nuovo Dio, Dïòniso.
Fra i loro crocchi son colmi boccali;
e a sollazzo dei maschi si rimpiattano
di qua, di là, per solitarî anfratti:
Ménadi, a loro dir, di fiere in traccia;
ma piú che Bacco, onorano Afrodite.
Quante ne colsi, con le mani avvinte
stan nel carcere pubblico, e i miei servi
a guardia loro: quante ancor son lungi.
Ino, ed Àgave ond’io nacqui ad Echíone,
e d’Atteón la madre, io dico Autònoe,
le caccerò pei monti, e stringerò
di ferree reti; ed avrò posto fine
ben presto al pernicioso impeto d’orgie.
Dicon che sia qui giunto un forestiere,
un fattucchiere ciurmator di Lidia,
di bionde chiome ricciole fragranti,
vermiglio in viso, e voluttà spirante

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da le pupille, che dí e notte celebra
fra donne giovanette i riti bacchici.
Se mai l’avrò fra queste mura, il capo
gli spiccherò dal busto, che mai piú
non vibri il tirso, né squassi le chiome.
Ei bandisce che esiste un Dio Dïòniso,
cucito un dí di Giove nella scapola,
che fu bruciato dal fiammante folgore
con la sua madre insiem, perché, mentendo,
favoleggiò di sue nozze con Giove.
E se tale onta a noi reca il foresto,
non è, chiunque ei sia, degno d’un laccio?
Si accorge di Cadmo e di Tiresia.
Ma che nuovo prodigio io veggo mai?
L’indovino Tiresia, avvolto in pelli
varïopinte, e il padre di mia madre
che folleggian col tirso! Eh via, ridicoli!
Mi vergogno per voi, padre, che veggo
sí dissennata la vecchiezza vostra!
A Cadmo.
Ti vuoi strappar quella corona? Lasci
quel tirso, o padre della madre mia?
Tiresia, a ciò tu l’inducesti? Intrudere
questo novello dio tu vuoi fra gli uomini
per trar novelli augurî, ardere vittime,
e averne poi la tua mercè. Se schermo
non ti facesse la tua chioma bianca,
in ceppi già saresti fra le Mènadi,
di tristi riti o introduttor: ché dove
trovo donne in baldoria e umor di grappoli,
non credo a santità di cerimonie.

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i corifea
Quale empietà! Signore, né i Celesti
veneri tu, né Cadmo, che piantava
la spiga altrice d’uomini? Figliuolo
tu d’Echïòne, la tua stirpe macchi?
tiresia
Quando un uomo che sa trova al suo dire
bell’argomento, il bel parlare è facile.
Tu lingua hai pronta, come senno avessi;
ma nessuna saggezza è nei tuoi detti.
E chi ha possa ed audacia e parlar facile,
mal cittadino è, se gli manca il senno.
Questo novello iddio che tu schernisci,
non ti so dire quanta sia per l’Ellade
la sua grandezza. Ché due cose, o giovane,
hanno pregio supremo fra i mortali:
la dea Demètra, ch’è la terra, e chiamala
con qual nome tu voglia; essa nutrisce
con la spiga i mortali; e a lei d’accanto
ora s’è posto di Semèle il figlio,
che all'uom donò l’umor dolce dei grappoli,
l’umido succo che solleva i miseri
d’ogni cordoglio, allor che si riempiono
dell’umor della vite, e dà nel sonno
l’oblio dei mali cotidiani; e farmaco
altro non v’è delle fatiche. Or questi
che Nume è pure, vien libato ai Numi,
sí che per lui profitto abbiano gli uomini.
Tu lo beffeggi perché nella scapola

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fu cucito di Giove: io questo fatto
ti dirò proprio come avvenne. Giove,
poiché tratto dal fuoco della folgore
ebbe il fanciullo, lo recò fra i Numi.
E Giunone volea scaraventarlo
dal cielo giú; ma tale astuzia Giove
trovò, ch’era pur Dio. Franse una parte
dell’ètra che la terra intorno cinge,
e un idolo ne finse, ed in ostaggio
a Giunone lo die’. Quindi, col tempo,
narrâr, sul nome equivocando, gli uomini
che nutrito di Giove entro la scàpola
il Nume fu; che scapolato invece
era cosí dall’ira di Giunone.
Ed è profeta questo Dio: ché molto
profetico estro è nel furore bacchico.
E quando in abbondanza alcun l’ingurgiti,
fa’ sí che gli ebbri dicano il futuro.
Ed anche ad Ares qualche dote ei prese:
se armata schiera contro lui si spiega,
terror la invade pria che tocchi lancia:
ed anche tal follia vien da Dïòniso.
Sul doppio giogo delle rupi delfiche
tu lo vedrai, tra fiaccole di pece,
danzar, vibrar, squassare il tirso bacchico,
che in Ellade ha tal possa. Pentèo, m’odi.
Non illuderti ch’essere sovrano
per i mortali sia vera potenza;
né reputarti, sol perché lo credi,
saggio, quando non saggia è la tua mente.
Il Nume accogli in questa terra, e liba,
celebra l’orgie, al crin ghirlanda cingi.
A castità Dïòniso le femmine

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non vuol costrette: insita dote è questa.
Rifletti a ciò. Pure fra l’orgie bacchiche
la donna savia non sarà corrotta.
Vedi! T’allegri tu, quando s’addensa
popolo alle tue soglie, e la città
il tuo nome festeggia. Anch’esso il Nume
degli onori va lieto. Io, dunque, e Cadmo
che tu schernisci, i crin cingiamo d’ellera,
e caroliamo: l’uno e l’altro bianchi;
ma pur forza è danzare; e i tuoi discorsi
non m’indurranno a battagliar coi Numi.
Ché folle sei d’una follia maligna;
né filtro a te saprebbe dar sollievo,
né senza filtri il male a te s’apprese.
i corifea
Non indegni di Febo a cui t’ispiri
sono i tuoi detti, o vecchio; e onor prestando
a Bromio, a un sí gran Dio, saggio ti mostri.
cadmo
O figlio, bene t’ammoní Tiresia.
Resta fra noi, non ir dai riti in bando:
ch’or tu vaneggi, ed ostentando senno,
senno non hai. Se pur, come tu dici,
Nume non è, lascia che qui lo chiamino
Nume; e parrà, per questa pia menzogna,
ch’abbia Semèle generato un Dio,
e onore avrem la nostra casa e noi.
D’Atteóne ricorda il triste fato:

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si glorïò che superava Artèmide
in caccia; e lui sbranaron le selvagge
cagne, che di sua mano avea nutrite.
Perché ciò non t’avvenga, io te con ellera
ghirlanderò: con noi venera il Nume.
Con la mano tremante cerca d’inghirlandare Penteo.
penteo
Da me la mano vuoi scostare? Vattene
altrove a folleggiar, non attaccarmi
la tua follia! Ma costui, che maestro
di tal follia ti fu, punirò.
Ad una guardia.
                                                  Presto,
muoviti, e di costui giunto alla sede
ov’egli oracoleggia, abbatti, scalza,
ché tutto vada all’aria, e sian ludibrio
le sacre bende ai venti e le tempeste.
La guardia parte.
Meglio cosí mi sembra d’azzannarlo!
Ad altre guardie.
E voi correte a Tebe, e rintracciate
il forestiere di donnesco aspetto,
che alle femmine adduce il nuovo morbo,
e contamina i letti. E se potrete
coglierlo, in ceppi avvinto qui portatelo,
sí che sotto le pietre espii le colpe,
e l’orgie in Tebe gli sappian d’amaro!
Esce.

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tiresia
Infelice, non sai come vaneggi!
Ora sei folle, e folle eri già prima.
Andiamo, Cadmo, e per costui preghiamo,
sebben sí crudo, e per Tebe, ché il Dio
qualche mal non le avventi. Ora via, seguimi
col tuo bordone d’ellera, e procura
di sostener tu le mie membra, ed io
le tue: sconcio saria cader due vecchi.
Ma pur si vada: ché onorar bisogna
Bacco, figlio di Giove. E mai Pentèo
a pentire non s’abbia! Il mio profetico
spirto non parla, no: parlano i fatti:
ché stolte cose quello stolto dice.
I due vecchi escono.