La Natura/A Lucrezio

A Lucrezio

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Tito Lucrezio Caro - La Natura (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1880)
A Lucrezio
La Natura Avvertenza

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A LUCREZIO


oichè agli altari rovesciati indarno
Supplichevole in atto anco si abbraccia
L’ignaro vulgo, ed imprecando al Vero
La mercatrice Ipocrisia volpeggia,
5Dritto è ben che tu sorga, o fulminato
Encelado de l’Arte, e in mezzo a tanta
Mandria di vili più terribil suoni
La voce tua nel novo italo verso.
Già non dirò, che inonorato e privo
10D’ogni culto d’amore e d’ogni lume
Tu giacessi fra noi: chiaro ancor vola
Per gl’itali ginnasj il nome e il grido
De l’egregio Toscan, per cui da prima
Su’ titanici tuoi nudi lacerti
15Diffuso con gentil cura discese

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L’adorno pallio de la Musa etrusca;
Ma chi può dir, che sotto a le mentite
Muliebri spoglie il genio tuo si celi?
Dov’è il pensier, che irrequïeto irrompe
20Fuor dal macigno del natio sermone,
E qual fascio d’elettriche scintille
Da l’acre punta del tuo stil saetta?
Dove il severo argomentar, che i molli
Vezzi dispregia, ond’ebbe Arcadia il vanto?
25Ah! come spesso in tortuose ambagi
Smarrito erri per lui, tu che diritto
Miravi al Ver con infallibil dardo!
Come sovente vaneggiando parli
Cose ignote a te stesso, e non difforme
30Sembri a colui che nel sognar disserta!
     Ma sul nobile capo, onde a ragione
Il castel di Pontormo anco si onora,
Tutta non caggia de l’error l’accusa.
Poichè dal dì che da l’inflitto oblio
35D’un germanico chiostro a la vitale
Chiara lampa del Sol Poggio ti trasse,
Benchè forse quel dì da l’Alpe al mare
Al sorriso di Venere più bella
Esultasse la vita, e per le dolci
40Aure primaverili alto da’ campi
S’elevassero agli astri inni al tuo nome,
Pur da l’età, ma più da cherci, offeso

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Giacea l’inclito carme, a cui pietoso
Non bastevol conforto eran le cure
45D’Aldo solerte e di Marullo audace;
Sì che mutilo e guasto ivi, non senza
De le Muse disdegno e rossor nostro,
Trascinandoti a pena in su le incerte
Orme d’Avanzio e mal soffolto a’ fianchi
50Or da Crechio bizzarro, or da Lambino:
Perchè nè a pazïente animo esperto
Di rigid’opre e dïuturne veglie,
Nè a leggera ed estrosa alma di vate
Fidan le Muse agevolmente il fiore
55Di lor santa beltà; ma chi in bel modo
Con mente austera ad alti studj avvezza
Cor gentile e tenace indole aduna,
Quei per opra d’amor soltanto il coglie.
Quindi propizio al mercenario ingegno
60De l’arrogante Forbigerio un riso
Non concesser le dive; anzi, il tuo caro
Nome invocato, corser tutte a volo
Le germaniche terre, alto chiamando
Fra’ più colti e severi animi un qualche
65Vindice degno a l’inconsulta offesa.
Levossi allor da le vegliate carte
L’inclito capo di Lachmanno, acuta
Mente divinatrice, a cui non uno
Pur de’ minimi detti, onde a’ nepoti

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70La severa parlò Musa latina,
Sfugge o si cela: così dentro ei caccia
Ne l’antico sermone acre lo sguardo.
Come per fratte e guazze al monte, al piano
Il segugio fedel gira e braccheggia,
75E la fiera aörmando ora s’immacchia,
Or s’inguazza, or s’acquatta, ora si avventa,
Finchè avvisa il vestigio, e la diritta
Coda agitando fermasi e squittisce;
Questi così per l’intricato calle
80E l’ombre impervie e gli abusati passi
Del divino poema il ver sovente
Con giudicio sottil fiuta e discopre;
Poi con la scorta di saper verace
Libra, scerne, traspone, ordina, emenda,
85Sì che l’aspra rampogna e il vanto altero,
Ond’altri opprime e sè medesmo inalza,
Chi giustizia ha nel petto a lui perdona.
Ma cor ben raro e più che umano ingegno
Ha per fermo colui, ch’alta possanza
90Ebbe dal caso o da natura, e saldo
Signor d’altri e di sè, dentro al segnato
Limite la robusta alma contiene;
O chi da rischj combattuti e vinti
Crescer non sente il cor sì che non spregi
95L’avveduto consiglio e s’avventuri
D’altri cimenti e nuova gloria in caccia.

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Di Lachmanno però l’arguto ingegno
Oltre a’ segni proruppe; e fatto audace
Da l’erculea fatica, onde la selva
Del gran carme latin, purgata in parte
Di chimere e di mostri, al Sol si apria,
Contr’aspre rocce e immisurati abissi
Ad inutil certame irto si accinse,
Ed uso a debellar leène e sfingi,
Da per tutto le vide, anche in secure
Valli amiche a la pace, ospiti al gregge.
Indi a le Grazie, che volgeano il tergo
Inorridite, e de le rosee braccia
Al simulacro tuo facean ghirlanda,
Paventose di peggio, assai fu grata
Del buon Munro la voce, esimio figlio
De l’altera Albïone, ove tra dense
Nebbie al bizzarro immaginar commista
L’oltracorrente indagine si sposa.
Ond’ei di te, più che de l’arduo, amante,
Più del ver che di sè, l’inclito carme
Cauto soppose a moderato esame,
Con sagaci ed onesti accorgimenti
Temprò l’audacie altrui, sobrio propose,
E con equo giudicio e facil detto
Scevrò i fiori da’ bronchi e il ver fe’ chiaro.
     Come dal grembo de la notte, al novo
Lume de l’alba smisurato al cielo

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Sorger si vede in ammirabil guisa
Di Titano svegliato il Colosseo:
Entrano per li rotti aditi i raggi
Del crescente mattino, e vasta intorno
Piena di sacro orror l’ombra si getta,
Così da l’opra d’ambidue congiunta
Ampia luce ebbe alfin l’aureo volume,
Non tale ancor, che come in terso specchio
Il tuo fiero pensier tutto fiammeggi
Simile a Sol meridïan, ma quale
Di foreste e di nebbie incoronata
La gran mole de l’Etna ampia s’estolle,
E con torridi massi il ciel disfida.
Salve, o divo intelletto! O che tra’ cupi
Dedalei giri del pensier t’avvolgi
Sillogizzando arcane leggi, o irato
Contr’esso i mostri acherontei prorompi
Con terribile scherno, o dal tranquillo
Tempio de’ saggi, ove seren ti assidi,
Su l’uman gregge ambizioso, il guardo
Gitti commiserando, o che a l’aspetto
De la bella Natura ebbro ti esalti,
E ne’ lavacri suoi l’animo innovi,
Salve, o divo intelletto, a cui la Musa,
Più che molli sorrisi e vezzi e fiori,
(A Maron li serbava) armi concesse!
Tu nel mar de l’immenso essere a volo

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Spazïando animoso, entro a lucenti
Sepolcri, d’ogni umana opera escluse,
Le inutili serrasti alme dei Numi;
Tu con la luce del pensier gagliardo
Dissipasti gli averni antri e le larve,
Tal che scevra d’affanni e di paure
Raggiò alfine la vita, e da l’eterno
Grembo de la Natura il ver sorrise.
Cantasti allor come nel vano immenso
Gli elementi da prima eran commisti,
Come per certa legge indi ogni cosa
Si scevrò, si distinse, e su la grave
Terra e su l’ampio mar lieve si stese
Il gran velo de l’aria e il fiammeggiante
Etere che i vivaci astri alimenta;
Come il Sol si formò, come l’opaca
Luna rischiari, con che forza il cielo
E le campagne e il mar di luce irrighi,
Perchè in sì certa e moderata guisa
Le stagioni de l’anno e da le cieche
Tenebre le dïurne ore dirima,
E per che legge infin, dove ch’ei guardi,
Con provvido calor desti la vita.
A le rive del giorno indi l’umano
Genere sorse, e gli antri erangli asilo,
Cibo i frutti e le cacce, armi le mani
E proiettili sassi e rami infranti,

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Veste il vello ferin, letto le foglie,
Solo nume il terror, dritto la forza.
Poscia il foco e i metalli, e dei metalli
E del foco maggior forza l’amore,
Nerbo al corpo gli diêro, arte a l’ingegno;
Onde cresciuto egregiamente irruppe
Fuor dal labbro il pensier, dal multiforme
Bisogno industre a rivelarsi astretto.
Così fra dure lotte a grado a grado
Procedeano i mortali, a cui di Numi
Grazia alcuna non giova, ira non nuoce,
Poi che la terra a lor fu madre, ed ella
Tutte ne accoglierà l’anime e l’ossa.
Nè val che a l’aura di lontani elisi
Del superbo mortal corra la speme,
O fabbrichi a sè stesso alte paure,
Quando la sua vitale anima, nata
Negli organi e nel sangue, andrà ad un’ora
Con gli organi e col sangue anche disciolta.
Ma lei che tutto crea, che tutto regge,
L’inconscïente universal Natura,
Ben che tanti dal sen de l’infinito
Tragga corpi e parvenze, e nel gran mare
De l’eterna materia indi li strugga
Quasi a vano trastullo, essa starà
Giovane sempre ed a sè stessa eguale,
Mentre Venere in fresche onde per altre

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Floride plaghe agiterà la vita,
Divinamente sorridendo a’ novi
Idoli de le cose, che leggiadri
Palpiti e liete primavere avranno.
     Con sagace pensier queste vedevi
Su le forme vitali albe e tramonti;
E se a l’accorto investigar maestri,
Abborriti dal vulgo, eranti i saggi
D’Acraganto, d’Abdera e di Gargetto,
È tua l’alma ribelle, è tua la possa,
Che in granitici carmi il vero incide.
Quinci dal cheto epicureo giardino,
Come addiceasi a la mavorzia prole,
Sorse in armi il pensiero, a cui d’inciampo
Non furono qual pria mostri e fantasmi;
Chè, l’uraniche mura anzi disfatte,
Per l’immenso universo Iside apparve.
     Ma poi che da la bocca aurea di Plato,
Simili a canto di fatal sirena,
Tanti fioccâr divinamente stolti
Filosofemi, e da la croce oscura
D’un ingenuo mortal piovve cotanto
Sovra la bella vita ibrido sdegno,
Sbucò fuor da le infami are Sofia,
Non colei che il pensier guida e rischiara,
Acerrima virago, e con gagliarda
Mano discopre a la Natura il seno,

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Ma quella strega ipocrita e maligna,
Che di Plato e Gesù fatto cibrèo,
Le barbogie de’ vili anime ingrassa.
Di belletto e di minio impiastricciata
Fra un nugolo di fronzoli e di veli
Move ella in giro, e con aerei sguardi
Con melliflue lusinghe i gonzi illude;
Ma se tu le ti appressi, e tra ’l fallace
Intonaco del ceffo e l’ampio mucchio
De le gale t’insinui, una vedrai
Rancida zitellona, anzi carcassa,
Che con l’eterna squacquera e co ’l fiato
Putido ed acre ammazza il tordo a volo.
Radi per l’antro de la bocca orrenda
Le ballano crocchiando i lerci denti;
Pendonle, qual da vòlta umida e nera
Ragnateli cadenti, ambo le mamme;
E quindi su le due coscette gialle
Le s’intumida e sguazza il buzzo osceno,
Quinci, a par di stillanti éscare aperte,
Sfatte le cascan le marciose lacche.
     Bando, oh bando a tal peste! Ecco fra l’ombre
De’ pollini cenobj e le smarrite
Sognatrici del ciel mistiche larve
Tuona il verbo novello, ecco fiammeggia
Entro la luce del titanio globo
Del divo Galilei tremendo il nome.

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Indi la tarda esperïenza, a cui
Duce è il libero esame e norma il fatto,
Cauta su le prudenti orme si mise
De le feconde analogie; gli abissi
Esplorò de le terre ampie e de’ mari;
Ne’ recessi degli organi sorprese
Le prime polle de la vita e il raggio
Del crescente pensier; di grado in grado
Le molteplici forme ascender vide
Rifrangendosi in mille; ne l’immensa
Pugna de l’infinito essere a monti
Falciar vite la morte, e a quelli in cima
L’inno de la vittoria ergere i forti.
Nè già paga di ciò, corse a le stelle;
E come da l’occulta aliga a’ rami
De la querce, che il tempo e gli euri sfida;
Da l’operosa mònera e dal cieco
Madreporico gregge, onde sanguigne
Zone immense ed enormi isole ha il mare,
A l’anguìmane immane indico bue,
Ch’ardue torri sul dorso ampio sopporta;
Dal sasso inerte a l’animo che pensa,
Con eguale, costante, unica legge
Venere scorre e in idoli fugaci
L’eterna de la vita onda propaga,
Così da quest’opaco orbe, già trono
De l’uom superbo e cardine del mondo,

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Al Sol d’anime padre e al roteante
Popol degli astri per l’immenso vano
Rivelarsi mirò sempre a sè pari
Il vivente infinito, e in mille guise
Naturar tutto un solo iddio: la Forza.
    Caddero allor sotto al Darvinio carro
Portator de la luce ombre e fantasmi,
Cadde dal trono insanguinato il bieco
Simulacro del Nume, e ben chè a l’are
Il trafficato vulgo anco si abbraccia,
Ecco, il Vero procede, ecco, l’aspetto
De l’immensa Natura alfin sorride,
Ed a pugnar ne l’ultime battaglie
Sorge in itala veste il suo cantore!