Apri il menu principale

Il milione (Laterza,1912)/CLXXVII

< Il milione (Laterza,1912)
CLXXVII. D'una battaglia

../CLXXVI ../CLXXVIII IncludiIntestazione 27 dicembre 2018 75% Da definire

CLXXVII. D'una battaglia
CLXXVI CLXXVIII
[p. 256 modifica]

CLXXVII (CCI-CCXV)

D’una battaglia.

Sappiate che lo re Abaga, signore del Levante, si tiene molte terre e molte provincie, e confina le terre sue con quelle del re Caidu, cioè dalla parte dell’Albero solo, lo quale noi chiamiamo l’«Albero secco». Lo re Abaga, per cagione che lo re Caidu non facesse danno alle terre sue, si mandò il suo figliuolo Argo (Argon) con grande gente a cavallo e a piede nelle contrade dell’Albero solo infino al fiume di Geon (Gion), perchè guardasse quelle terre che sono alli confini. Ora avenne che lo re Caidu si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere, lo [p. 257 modifica] quale avea nome Barac, con molta gente,1 per fare danno alle terre ove questo Argo era. Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente2, e venne incontro a’ nemici. Quando furono asembiati l’una parte e l’altra, e gli istormenti cominciarono a sonare dall’una parte e dall’altra, allora fu cominciata la piú crudele battaglia che mai fosse veduta al mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare, sí che Argo gli sconfisse e cacciògli di lá dal fiume. Da che n’abbiamo cominciato a dire d’Argo, dirovvi com’egli fu preso e com’egli signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.

Quando Argo ebbe vinta questa battaglia3, vennegli novelle come lo padre4 era passato di questa vita. Quand’egli intese questa novella, funne molto cruccioso e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli era di lungi bene quaranta giornate. Ora avenne che il fratello che fu d’Abaga5 lo quale si era soldano ed era fatto Saracino, si vi giunse prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e riformò la terra per sè. E sì vi trovò si grandissimo tesoro, che a pena si potrebbe credere; e sì ne donò sì largamente a’ baroni e a’ cavalieri della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore. Questo soldano6 faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora, quando il soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa gente, per amore del soldano, andavano molto volentieri contro ad Argo, per pigliarlo7 e per ucciderlo a tutto loro podere.

Quando il soldano8 ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono incontro ad Argo. E, quando fu presso a lui, sì si attendò in un molto bel piano9, e disse alla sua gente: [p. 258 modifica]— Signori, e’ ci conviene essere prodi uomeni, perochè noi difendiamo la ragione, che questo regno fu del mio padre: il mio fratello Abaga si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita, ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia sí gliele lasciai. Ora, da ch’egli è morto, sí è ragione ch’io l’abbia tutto; ma io sí vi dico ch’io non voglio altro che l’onore della signoria, e vostro sia tutto il frutto. — Questo soldano avea bene quarantamila cavalieri e grande quantitá di pedoni. La gente rispuosono, e dissoro tutti che andrebbono con lui insino alla morte. Argo, quando seppe che ’l soldano10 era attendato presso di lui, ebbe sua gente e disse cosí: — Signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene che ’l mio padre insino ch’egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli, e sapete bene come voi e’ vostri padri siete istati con lui in molte battaglie e a conquistare molte terre; e sí sapete bene come io sono suo figliuolo, e com’egli vi amò assai, ed io ancora sí v’amo di tutto il mio cuore: dunque è bene ragione che voi m’aitate riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch’è contro colui che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre e cacciare via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene ch’egli non è di nostra legge, ma è Saracino e adora Malcometto; ancora vedete come sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli cristiani: dacchè voi vedete bene ch’egli è cosí, ben dovete essere prodi e valentri. Sí come buoni fratelli m’aitate in difendere lo nostro, ed io hoe isperanza in Dio che noi il metteremo a morte, sí come egli è degno: perciò sí vi prego catuno che facciate piú che suo podere non porta, sí che noi vinciamo la battaglia. — Li baroni e li cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento che aveva fatto Argo11, tutti rispuosono e dissono ch’egli aveva detto bene e saviamente; e [p. 259 modifica] fermarono tutti comunemente che volevano innanzi morire con lui che vivere sanza lui, o che niuno gli venisse meno. Allora si levò un barone e disse ad Argo: — Messere, ciò che avete detto èe tutto veritá, ma sì voglio dir questo: che a me si parebbe che si mandassono ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fa e per sapere quello che vuole. E cosie fue fermato di fare. E quando egliono ebbono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andassono al soldano ed isponessongli queste cose, come intra loro non dovea essere battaglia, percioch’erano una cosa, e che ’l soldano dovesse lasciare la terra e renderla ad Argo12. Lo soldano rispuose agli ambasciadori e disse: — Andate ad Argo, e ditegli ch’io il voglio tenere per nipote e per figliolo, sì com’io debbo, e che gli voleva dare signoria, ch’egli si venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse signore. E se cosí non vuol fare, sì gli dite che si apparecchi della battaglia. — Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira e disse: — 13 Non ci è da udire nulla. — Allora si mosse con sua gente, e fu giunto al campo ove doveva essere la battaglia; e, quando furono aparecchiati l’una parte e l’altra e gli istormenti cominciarono a suonare da ciascuna parte, allora si cominciò la battaglia molto forte e molto crudele da ciascuna delle parti. Argo fece il dì grandissima prodezza, egli e sua gente; ma non gli valse. Tanto fu la disaventura, che Argo si fu preso,14 e perdé allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo molto lussurioso, sí che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare molte belle donne che v’erano. Allora si partio, e lasciò un suo vicaro nell’oste,15 che aveva nome Melichi (Melic), che dovesse guardare bene Argo; e cosí se ne andò alla terra, e Melichi rimase. [p. 260 modifica]Ora avenne che uno barone tartero, lo quale16 era aguale sotto il soldano, vidde il suo signore Argo, lo quale dovea essere di ragione. Vennegli un gran pensiero al cuore e l’animo gli cominciò a gonfiare; e diceva infra se stesso che male gli pareva che ’l suo signore fosse preso, e pensò di fare suo podere sí che gli fosse lasciato. E allora cominciò a parlare con altri baroni dell’oste; e a ciascuno parve in buon volere e in buono animo di volersi pentere di cioè ch’avevano fatto.17 E quando furono bene accordati, un barone, ch’avea nome Baga (Boga), si fue cominciatore. E levaronsi suso tutti a romore, e andarono alla prigione dove Argo era preso, e dissongli com’egli s’erano riconosciuti, e che aveano fatto male, e che volevano ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e lui tenere per signore. E cosí s’acordarono; e Argo perdonò loro tutto ciò ch’aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossone tutti questi baroni, e andarono al padiglione dov’era Milichi, vicaro del soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli dell’oste si confermarono Argo per loro diritto signore.

Di presente giunse la novella al soldano, come il fatto era istato e come Milichi suo vicaro era morto. Quando ebbe inteso questo, si ebbe gran paura e pensossi di fuggire in Bambellonia, e missesi a partire con quella gente che avea. Un barone, lo quale era grande amico d’Argo, si stava ad un passo e, quando lo soldano passava, sì l’ebbe conosciuto; e incontanente gli fu dinanzi in sul passo, ed ebbolo preso per forza, e menollo preso dinanzi ad Argo alla cittá, che v’era giá giunto di tre dì. E Argo, quando il vidde, si ne fu molto allegro, e incontanente18 comandò che gli fosse dato la morte, sí come a traditore. Quando fu cosí fatto, ed Argo mandò19 un suo figliuolo a guardare le terre dell’Albero solo, e mandò con lui trentamila [p. 261 modifica] cavalieri. A questo tempo, che Argo entrò nella signoria, correa anni mcclxxxv; e regnò signore sei anni, e fu avelenato, e cosie morio. Ei morto che egli fu Argo, un suo zio entrò nella signoria (perchè il figliuolo d’Argo era molto di lungi), e tenne la signoria due anni, e in capo di due anni fue anche morto di beveraggio20. Or vi lascio qui, che non ci hae altro da dire, e dirovvi un poco delle parti di verso tramontana. [p. 262 modifica]

  1. Berl. che l’andasse a conbater con Argon. Disse Barac ch’el iera a tuti i suo’ comandamenti, e a tuto el so poder el farave dano ad Argon e a tuta la suo’ zente. Dapuò... se mese in camino con la suo’ zente, la qual iera una gran quantitade, e tanto cavalcorono ch’i pervene al fiume grando dov’era Argon per diexe mia.
  2. Berl. * e non pasò tre dì che tute do le parte fono aparechiade. Lá era tanto remor, che se l’avesse tonado non se averla aldido...
  3. Berl. * de lì a poco d’ora.
  4. Berl. * Abaga.
  5. Berl. * el qual nomeva (Acomat).
  6. Berl. feva bona signoria, e servia tuta zente.
  7. Berl. * e meterlo in gran martorio.
  8. Berl. ave aparechiato ben sesantamilia cavalieri..., e cavalcò ben diexe mia..; e.. li vene novele comò Argon vegnia, e iera apreso mia zinque.
  9. Berl. perchè lá è molto ben conbater, e disse...: — Vui sapete como debo eser signor de tuto el reame de mio fradello, perchè sempre mai io fu aquistar tere e provinzie, le qual nui tegnimo. Ben è vero che Argon fo fiolo de Abaga re; e se per aventura algun volesse dir che lui aspetava la signoria, mente per la gola... E non sarave iusta cossa che, dapuò el padre tene la signoria, como vui savete, non la avessi io dopo la so’ morte, perchè raxonevolmente in soa vita io doveva aver la mitade, ma per mia bontade i ò lasado tegnir tuta la signoria. Dapuò sono venuto tal muodo comò sapete..., ve priego...
  10. Berl. s’aparechiavano in bataia con grande moltitudine de zente, el se corozò molto, e pensò ch’el dar melinconia e (mostrar paura dei) so’ nemixi i podesse ofender, e (che la soa zente) valesse manco. Però disse che l’iera de besogno ch’el mostrasse la suo’ possanza. E incontinente mandò per tuti i suo’ baroni discreti; e, quando l’ave asunado gran quantitade, parlò in questa forma:...
  11. Berl. zascuno dixeva ch’el volea... che non far tuto el suo poder de venzer la bataia... E mentre..., se levò un gran barone, e parlò in cotesto muodo: — Signor Argon, nui... cognossemo tuto quelo che tu di’ esser la veritade..; e risponderò per tuta la comunitade, la quale sono davanti per (far) questa bataia, che nui non ve abandoneremo mai mentre averemo la vita in corpo, e piú tosto se lasseremo morir che lassar tal bataia. E de questo nui dovemo esser (seguri che nui la vinzeremo), per la rason che nui avemo e per el torto che lor ano. E inperzò io sí ve conseio e sí ve comando che nui procuramo de andar piú tosto che se puoi a trovar i nemixi. E sí priego tuti i nostri compagni che se debano portar in questa bataia sí fatamente, che tuto el mondo ne parla. — E in questo finí el suo sermone, Dapuò questo non fo alguno che non se concordasse al parlar de questo, e che non desiderasse conbater con i suo’ nemixi. Allora Argon [se aparechiò con la so’ zente, e] levosse la matina a bon’ora, e andò volontaroso centra i suo’ nemixi; e cavalcò tanto, che i pervene in la pianura in la quale i suo’ nemixi aveano teso le suo’ tende. E messeno el campo aprovo quello de Acomat per diexe mia. E, fato questo, chiamò a sè duo omeni di quali molto se confidava, e disseli che li dovesse andar da Acomat. a dirli una inbasada, comò intenderete.
  12. Berl. i anbasadori desmontò al pavione..., el saludò cortesemente, e (Acomat) disse che i fosse ben vegnudi..., e uno di do anbasadori parlò in questa forma:... E ’l soldano rispose...
  13. 'Berl. — Io non voio viver nè rezer mai tera, dapuò che da mio barba se muove [con] tanta iniquitá e iniustizia, se io non farò tal vendeta che tuto el mondo ne parlerá.
  14. Berl. e Acomat fexe inferar Argon suo nevodo, e quello feva vardar con gran guarda.
  15. Berl. uno el quale nomea Melic (Fr. un gran melic).
  16. Berl. era rico (vechio; Fr. mout de grant aaiges), prese gran pietá de Argon.
  17. Berl. e quando i fono da Boga, el quale iera mazor e guida de questo fato,...
  18. Berl. comandò... che Acomat fosse saitado e morto, onde subitamente fue fato el suo comandamento. Si che a questo muodo Acomat finì la sua vita, e Argon ricovrò la so’ signoria e regnò (siè) ani; e in cavo de (siè) ani mori per infirmitade, benchè alguni dixe per bevanda.
  19. Fr. Casan son filz.
  20. Qui nel Fr. (cap. ccxiv e ccxv), e piú brevemente, ma in modo troppo scorretto, nel Berl., si racconta della usurpazione di Catu, zio di Argon, della signoria dovuta a Casan: come poi egli morisse di veleno; e come nel 1294 a Catu succedesse Baidu, contrastato, sconfitto ed ucciso però tosto da Casan. Si aggiunge che Abaga, padre di Argon, era figlio di Alau, fratello di Cublai.