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Pagina:Polo - Il milione, Laterza, 1912.djvu/272

258 il milione

— Signori, e’ ci conviene essere prodi uomeni, perochè noi difendiamo la ragione, che questo regno fu del mio padre: il mio fratello Abaga si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita, ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia sí gliele lasciai. Ora, da ch’egli è morto, sí è ragione ch’io l’abbia tutto; ma io sí vi dico ch’io non voglio altro che l’onore della signoria, e vostro sia tutto il frutto. — Questo soldano avea bene quarantamila cavalieri e grande quantitá di pedoni. La gente rispuosono, e dissoro tutti che andrebbono con lui insino alla morte. Argo, quando seppe che ’l soldano1 era attendato presso di lui, ebbe sua gente e disse cosí: — Signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene che ’l mio padre insino ch’egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli, e sapete bene come voi e’ vostri padri siete istati con lui in molte battaglie e a conquistare molte terre; e sí sapete bene come io sono suo figliuolo, e com’egli vi amò assai, ed io ancora sí v’amo di tutto il mio cuore: dunque è bene ragione che voi m’aitate riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch’è contro colui che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre e cacciare via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene ch’egli non è di nostra legge, ma è Saracino e adora Malcometto; ancora vedete come sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli cristiani: dacchè voi vedete bene ch’egli è cosí, ben dovete essere prodi e valentri. Sí come buoni fratelli m’aitate in difendere lo nostro, ed io hoe isperanza in Dio che noi il metteremo a morte, sí come egli è degno: perciò sí vi prego catuno che facciate piú che suo podere non porta, sí che noi vinciamo la battaglia. — Li baroni e li cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento che aveva fatto Argo2, tutti rispuosono e dissono ch’egli aveva detto bene e saviamente; e

  1. Berl. s’aparechiavano in bataia con grande moltitudine de zente, el se corozò molto, e pensò ch’el dar melinconia e (mostrar paura dei) so’ nemixi i podesse ofender, e (che la soa zente) valesse manco. Però disse che l’iera de besogno ch’el mostrasse la suo’ possanza. E incontinente mandò per tuti i suo’ baroni discreti; e, quando l’ave asunado gran quantitade, parlò in questa forma:...
  2. Berl. zascuno dixeva ch’el volea... che non far tuto el suo poder de venzer la bataia... E mentre..., se levò un gran barone, e parlò in cotesto muodo: — Signor Argon, nui... cognossemo tuto quelo che tu di’ esser la veritade..; e risponderò per tuta la comunitade, la quale sono davanti per (far) questa bataia, che nui non ve abandoneremo mai mentre averemo la vita in corpo, e piú tosto se lasseremo morir che lassar tal bataia. E de questo nui dovemo esser (seguri che nui la vinzeremo), per la rason che nui avemo e per el torto che lor ano. E inperzò io sí ve conseio e sí ve comando che nui procuramo de andar piú tosto che se puoi a trovar i nemixi. E sí priego tuti i nostri compagni che se debano portar in questa bataia sí fatamente, che tuto el mondo ne parla. — E in questo finí el suo sermone, Dapuò questo non fo alguno che non se concordasse al parlar de questo, e che non desiderasse conbater con i suo’ nemixi. Allora Argon [se aparechiò con la so’ zente, e] levosse la matina a bon’ora, e andò volontaroso centra i suo’ nemixi; e cavalcò tanto, che i pervene in la pianura in la quale i suo’ nemixi aveano teso le suo’ tende. E messeno el campo aprovo quello de Acomat per diexe mia. E, fato questo, chiamò a sè duo omeni di quali molto se confidava, e disseli che li dovesse andar da Acomat. a dirli una inbasada, comò intenderete.