Il figlio di Grazia/XXII

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Nocente fu scartato alla visita militare, e tornò in paese ubbriaco fradicio, poi seguitò per una settimana a girar le osterie e cantare canzonaccie per sfogare la sua grande gioia di non andare soldato. Tutti lo guardavano con disprezzo. Una notte scese alla casa di Natale e colle spalle contro la porticina cominciò a cantare con voce rauca una canzone oscena. Forse non sapeva neppur lui dove si trovasse, ma quando una finestra s’aperse sopra di lui e la voce forte e chiara di Natale gli gridò: — Vattene via!... se no ti ci mando a calci!! — la mente di Nocente si snebbiò, parve uscire dal torpore. — Ah!... sei Natale! Natale.... sicuro, è Natale.... Quello che vuol sposare.... una donna ricca. Sicuro! lui vuol la donna ricca; per far crepar d’invidia tutti il paese. Già, già, già; lui vuole la gobbina dell’albergo. Sicuro: la Dorina dell’albergo; vuol tanti de[p. 178 modifica]nari.... Natale mandò un urlo e la casetta di legno parve tutta rintronare dei suoi passi: d’un colpo la porticina s’aperse e.... gli fu sopra!

Ah! finalmente sfogava il furore accumulato da tanti anni! finalmente vendicava tutti gli insulti! finalmente lo puniva di tutto quello che aveva fatto soffrire a Raffaella, del disonore che portava al nome della sua famiglia!

Grazia, dalla piccola finestra gridava a suo figlio di lasciarlo stare, ma la sua voce sottile era soffocata dal mugolio di Nocente e dai colpi che Natale gli dava senza misericordia. Bernardo, che non s’era levato dal letto, diceva: «Lascialo fare, Grazia; s’è trattenuto anche troppo! vedrai che dopo non oserà più insultarlo.» Ma quando sua moglie con un orrore nella voce disse: «se Nocente avesse il coltello?...» egli balzò dal letto, atterrito.

Laggiù, sull’erba, l’atleta, accecato dall’ira, non cessava di maltrattare quel corpo buttato a terra, che gli faceva 1 effetto d’una bestia immonda che bisognava, bisognava schiacciare! Ma la bestia, non potendo lottare colle braccia e colle gambe, si difendeva coi denti e straziava le carni al braccio sinistro di Natale, dandogli uno spasimo che accresceva la sua voglia di vendicarsi.

Le sue mani si allentarono però all’improvviso quando una piccola persona s’aggrappò al suo collo chinato, e la voce di sua madre gli disse contro la guancia: — per amor mio, Natale! per amor di Raffaella! lascialo andare! — Si rizzò, sudato, respirando forte e guardandosi intorno come trasognato. Nocente giaceva ai suoi piedi, immobile come un sacco di cenci: lo urtò con [p. 179 modifica]un piede, lo fece voltare col viso in su, e si chino con sua madre a guardarlo. Aveva gli occhi chiusi, pareva non respirasse più: senza dire una parola io sollevò nelle sue braccia e lo portò di sopra sul letto In quel momento si ricordò di molti anni prima d. un’altra volta in cui Nocente era stato portato malconcio nel suo letto.

Oh egli aveva fatto male a maltrattarlo ora così, ma se tornava indietro col pensiero, quanta generosità aveva egli avuto per quel ragazzo, e come sempre era stato ricompensato da ingratitudine!

Che cosa lo aveva trattenuto dal fargli forza de’ suoi pugni? il sapersi forse molto più forte e non poter combattere da pari a pari: ma più ancora, certo, sempre, il pensiero che era fratello della sua piccola amica, di Raffaella e la paura ch’egli si vendicasse su lei. Povera Raffaella! povera creatura che non aveva conosciuto che la miseria e l’umiliazione, e non era più venuta nella casa di Grazia perchè ogni minuto della sua giornata era preso dal lavoro e fors’anche perchè si vergognava delle sue vesti rappezzate! Se si ricordava de’ primi anni della sua infanzia, come le dovevano parer dolci! quando passava la giornata intiera nella casetta in fondo al prato dove nulla mancava, dove si divertiva tanto col suo grosso amico che la proteggeva.

Natale si ricordava di quando andavano alla scuola tenendosi per mano e del giorno in cui ella sola aveva voluto mettersi nel suo banco, mentre tutti stavano lontano credendolo cattivo. Povera Raffaella! sarebbe felice se potesse tornare nella casa di Grazia come allora? di essere come allora protetta da Natale?

Ora Natale non la vedeva più che di sfuggita per[p. 180 modifica] ch’ella era sempre occupata alla Latteria; da qualche tempo aveva notato che era pallida, dimagrita e pareva colpita da un gran dolore.

Nocente spalancò gli occhi e respinse la mano di Grazia che gli bagnava la fronte con aceto. Natale, ch’era ritto ai piedi del letto, si riscosse come da un sogno: il suo pensiero fece uno sforzo per distaccarsi da Raffaella e tornare a lui, a quello spregievole che apparteneva alla famiglia di lei, e la faceva vergognare.

Nulla, nulla e nessuno sarebbe mai riuscito a insidiare un sentimento buono in quell’anima? era essa invasa come da un veleno che nessuno e nulla avrebbe potuto guarire? Per la prima volta Natale provò un senso di pietà, come se si trovasse davanti a un povero malato che non ha colpa della propria malattia: ma fu ripreso da un’impressione come di ribrezzo quando vide da quegli occhi schizzare di nuovo la bile e udì quella voce perfida dire con una risata: «Ah! è per amore di Raffaella che non m’hai ammazzato? Bel tomo anche quella Raffaella! oh se è quella la sposa che ti vuoi portare in casa, ah, ah! ti vuol giusto invidiare il paese! ha da ridere per parecchio tempo alle tue spalle!»

Natale s’avvicinò al capezzale di quella vipera col formidabile pugno alzato, ma s’arrestò a tempo. «Mamma!» gridò colla voce strozzata. «Buttatelo fuori di casa, ve ne supplico, se no lo ammazzo davvero! Dio! Dio!» e si morse il pugno, spaventato dall’orribile tentazione che lo aveva assalito e che invadeva ancora tutto il suo essere.

E quella tentazione non gli uscì dall’anima neppure quando il sole spuntò e venne a rallegrare la stanza[p. 181 modifica]Le morsicature che Nocente gli aveva date al braccio erano così profonde che gli procurarono la febbre; e il rancore, l’amarezza che gli bolliva dentro esacerbarono il male, e lo fecero delirare. Erano parole ora dolorose, ora terribili, e sua madre, poveretta, ne tremava, e correva a chiudere gli usci, non volendo che alcuno s’avvicinasse alla stanza e sapesse quali pensieri tormentavano il suo Natale.

Quando il delirio cessò, ella lasciò però entrare Vincenzo che insisteva da parecchi giorni per poter vedere il suo giovine amico. Egli guardò il braccio fasciato e disse col suo vocione profondo: «A me Vincenzo non si deve dire che è stata la mucca ad addentarti, come mi raccontava tua madre un momento fa. Mi è difficile di pensare che qualcuno abbia avuto il coraggio di lottare con te, pure io leggo in fondo ai tuoi occhi che furono denti umani ad afferrarti, e che hanno lasciato il loro segno ben profondo.... Senti, caro, io non mi chiamerei Vincenzo e non sarei la famosa guida che sono se non avessi gli occhi che vedono lontano. Bada, io vado a denunciare quel mascalzone e lo mandiamo dritto in gattabuia! È tempo di liberare il paese da quel disonore, capisci?»

Natale arrossì di vedersi leggere così chiaro negli occhi ciò che aveva taciuto, ma rispose colla voce molto calma: «Prima di tutto io l’ho assalito per il primo.... È vero che m’aveva provocato, ma capite che se il Signore non m’arrestava la mano a tempo io l’avrei potuto mandare all’altro mondo. Dunque il torto è stato mio. Egli s’è difeso come ha potuto e con le uniche armi che aveva.»

«Sì, ma ti dico che è tempo di finirla. Se non si piglia la buona occasione non ce ne liberiamo più.» [p. 182 modifica]

Natale si rizzò a sedere sul letto col viso infiammato!

«No, no, non dite così, Vincenzo! pensate quante disgrazie ha avuto quella povera famiglia! Se quel ragazzo andasse in prigione, Marianna morirebbe nella disperazione! Anche il disonore! no no, in prigione Nocente non ci deve andare.»

«Non agitarti, non agitarti! non ne parlerò più.»

Natale chiuse un momento gli occhi, poi riaprendoli e stendendo sulla coperta la mano al suo vecchio amico, disse: «La gente cattiva è da compatire più dei malati: forse non è tutta colpa loro se sono cosi: la gente colpevole è quella che sa cos’è il bene e si lascia tirare alle cattive azioni. Guardate, Vincenzo, prima che al Curato vi farò a voi una confessione. Quella mattina che mi sono messo a letto, ho seguitato a domandarmi perchè mai dovrei sopportare sulla mia strada quel macigno che mi urta le gambe e me le fa sanguinare, quella bestia che schizza veleno addosso a me e a tutte le persone a cui voglio bene. Liberar il mondo da una creatura così dovrebbe essere una buona azione! Vedete un po’, Vincenzo? come si va facilmente sull’orlo dei precipizi?...»

Il vecchio sorrise: «No no, sta pur sicuro che tu non ci vai e non ci sei andato. A chi non piglia una volta un po’ di mal di montagna? viene un capogiro, si guarda giù, si sente come qualcosa che ci tira in fondo, ma è un male che passa.... una sorsata d’acquavite!...» e rise forte, facendo accorrere Grazia tutta lieta di veder il suo figliolo tornato come prima.