Il figlio di Grazia/IV

IV

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III V

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IV.

In una bella mattinata d’estate, Bernardo arrivo su dalla valle affannato e grondante sudore, colla gerla sulle spalle da cui sbucava Natale. «Vorrei pesare tutta questa biancheria umida,» disse inginocchiandosi per deporre contro un albero la gerla: «e se non è cinquanta chili mi lascio tagliar la testa. Tu, Grazia, non ne pesi forse quaranta» disse voltandosi a lei che lo seguiva col viso impensierito. «E se non è una bricconata il far portar dei pesi simili a una donnina cosi, non so più che cosa sia il mondo de’ galantuomini.»

«Io non so se sia giusto o non lo sia «rispose Grazia sempre imbronciata. «So che sulle nostre montagne si è sempre fatto cosi: gli uomini non portano pesi sulle spalle. Laggiù ne faranno ora del ridere, sta sicuro. Neanco a questo è buona la Grazia dei [p. 26 modifica]Martinez — diranno — fin la gerla fa portar dal suo uomo!»

«Ah davvero? ma me lo vengano a dire a me, se son buone, tutte quelle pettegole! E io dirò che Giovanni Dell’Oro, brav’uomo com’è in tutto il resto, è però un vigliacco, quando si vergogna di farsi vedere ad aiutar sua moglie malata. L’ho visto io, portarle la gerla piena di patate fino a pochi passi dal paese, e poi metterla giù per non farsi vedere.»

«E ha fatto bene!» disse Grazia sollevando il suo piccolo viso tutto rosso, con aria risoluta. «Non ha voluto far arrossire la sua donna, capisci.... perchè è una vergogna di dover farsi aiutare così, come se si fosse buone a niente.... Noi donne abbiamo caro di faticare, pur di veder voialtri uomini rispettati.»

«Taci, Grazia» disse Bernardo gravemente. «Sai che io non la penso come te; se potessi cambiar certe usanze, il mondo camminerebbe meglio. E tu, ometto» disse sollevando Natale per deporlo a terra, «ricordati che le donne hanno tante cose buone e belle da fare al mondo, senza rompersi le ossa sotto i pesi; e che ogni volta che un uomo risparmia una fatica a una donna, il cielo gli dà una forza nuova. Non hai mai visto i rami dei salici? più li pieghi e più rimbalzano alto. Così è di certe fatiche che soddisfanno la coscienza. To’, guarda come mi ascolta! Si direbbe che capisce!»

E risero tutti e due, Grazia e Bernardo, a veder il viso attento e gli occhioni spalancati di Natale, il quale, ritto in camiciolino nell’erba, pareva assorto nelle parole che aveva detto il babbo.

Erano stati al torrente per il bucato, e Bernardo aveva messo il piccino a diguazzare nell’acqua mentre [p. 27 modifica]lui, seduto sulla riva, era rimasto a curarlo colla pipa in bocca; poi lo aveva riportato su a casa, nella gerla piena di biancheria umida.

Grazia, aiutata da suo marito, ora strizzo di uovo lenzuola, asciugamani e camicie, poi li dissero al sole, mentre il bambino, felice di trovarsi osi libero, correva e saltava nel prato, graffiandosi le cosce grasse contro le erbe un po’ dure.

Bernardo si voltava ogni tanto a guardare quella figurina bianca che ballava sotto il sole, e disse a Grazia: «Meglio così: gli altri non lo vogliono e noi ce lo godiamo di più.» Poi tirò fuori dalla tasca la vestina azzurra e afferrato il suo figliolo, se lo portò in cucina sulla tavola per infilargliela, poi gli diede una fetta di pan nero spalmato con un po’ di burro, ch’era la gran ghiottoneria del piccino. Egli tornò fuori all’aperto, con una guancia tutta rossa e odorante di pipa per i baci che vi aveva stampato il babbo, colle labbra e il mento lucidi di burro. La mamma era rientrata anche lei, e si senti molto sodisfatto di trovarsi solo, padrone del prato. C’era, è vero, Perin, il cagnetto nero, ma se ne stava accovacciato vicino alla biancheria a far la guardia; c’erano le cicale che non cessavano di gridare sui peri, ma forse alle cicale non piace il burro. Era contento che nessuno lo disturbasse nella grave operazione di leccarlo tutto dal pane, quel buon burro fatto dalla mamma.

Si sedette nell’erba. Quando finì di leccar il burro colla lingua e rasparlo via coi dentini, gli venne in mente che sarebbe stato meglio mangiarlo col pane. Che peccato! era troppo tardi: se ci pensava prima.... Sicuro, bisogna pensarci prima. Si rassegnò a man[p. 28 modifica]giare il pan solo, e gli parve così buono che si mise a mangiarlo a pezzettini piccoli piccoli per farlo durare un pezzo.

A un tratto Periti ringhiò senza alzar la testa. Natale lo guardò e gli chiese: «pecchè fai bub?»

Perin alzò la testa e abbaiò forte, poi si rizzò drizzando le orecchie e guardando al di là dello steccato, nel prato del vicino. Anche Natale guardò, ma non vide nessuno: a un tratto Perin si slanciò, abbaiando furiosamente.

S’udì un grido acuto, e una testina a riccioletti scuri si rizzò improvvisamente frammezzo all’erba alta. Natale vide due occhi e una bocca spalancarsi con terrore, e chiamò: «Pein! Pein!» Che! il cane non se ne diede per inteso, abbaiò più forte, e quegli occhi e quella bocca si richiusero per riaprirsi con uno scoppio di pianto.

Natale allora si alzò e corse ad attaccarsi alla coda di Perin, il quale, molto sorpreso, si voltò e gli diede una morsicatina alle mani. Però si decise a tacere, e Natale disse col suo vocione buono: «Non avel paula; Pein non fa nente....»

Perin allora volle mostrare che il padroncino non aveva torto d’aver fiducia in lui e si mise a spiccar un salto per prendere un grosso ragno che si dondolava sulla sua ragnatela, non curandosi più della testina ricciuta.

La bocchina tutta contorta dal pianto, si ricompose, e quando Natale s’aggrappò allo steccato per guardarla, ella fece una risatina allegra.

«Come ti cami?» dimandò Natale.

«Io mi camo Laffaella.»

«Allora tu cei una bambina.» [p. 29 modifica]

«Io non ciò.»

Natale si sedette sull’erba al di qua dello steccato con una mano aggrappata al primo bastone, e offerse alla piccina l’ultimo boccone del suo pane; era proprio appena una briciolina.

Raffaella nel prenderla gli morsicò le dita, ed oh quanto riderei poi si misero a discorrere seriamente. Quel fiore là bianco era più bello di quello rosso, quello blu pareva una stella; la gallina aveva fatto tre ova, ma era proprio cattiva; ne aveva rotto due. Natale raccontò del suo bagno nel torrente e fece toccare a Raffaella i suoi capelli umidi perchè era inciampato in un sasso e si era annegato. Poi colla bambina si mise a guardare se gli erano rimasti sassolini fra un dito e l’altro dei piedi.

Natale le disse anche che tutti i bambini erano cattivi, e Raffaella osservò che lei era ciavia.

Grazia, uscita dalla cucina per dar un’occhiata alla sua biancheria e al suo figliolo, fu molto sorpresa d. trovar questo in conversazione con una bambina.

S’avvicinò piano sorridendo e stette un poco a sentire.

La bambina tentava di spiegare che lei aveva due mamme; una là in fondo, lontano lontano, e 1 altra nuova, che ha tanti bambini. A un tratto volto il viso in su e sorrise a quella donna che non aveva mai veduta.

«Oh il bel ricciolino! chi sei?» dimandò Grazia chinandosi al di sopra della stanga per pigliarla in braccio.

«Laffaella,» rispose la bambina.

«Raffaella di chi? non ti ho mai veduta.... Ah; sei forse la piccina di Marianna de’ Caprezzi, ch’eri a balia a Varallo?» [p. 30 modifica]

«A Valallo c’è quell’alta mia mamma....»

«Sicuro, povera ninetta: sei tornata a casa soltanto ora, e hai trovato già un altro fratellino più piccolo di te e tu devi far la donnina. Ma come mai sei venuta fin quaggiù?...»

«Io, fatto tada lunga lunga....»

«Ma già, e nessuno ti cerca? Se non ti fermavi per guardar Natale tu rotolavi giù per i prati sino al torrente.»

E Grazia si portò in casa la piccina, seguita da Natale che domandava:

«La tenamo noi? la tenamo noi?»

«No, tesoro, la riporteremo a casa sua; ma tornerà un altro giorno. Vero, Raffaella, che tornerai domani a giocar con Natale? Lei non scappa da Natale.... Figliolo mio, abbracciala: così.... non stringer troppo! se no si spaventa e non torna più. Cara piccina! vedi com’è minuta e gentilina: guarda che manine e che piedini....»

Non pareva vero a Grazia di aver tra le mani una creatura così piccola, con un visino ch’ella nascondeva tutta col palmo della mano; la toccava, la carezzava, presa da una gran tenerezza perchè non s’era spaventata del suo colosso come tutte le altre bambine del paese.

La portò in stalla e le diede una tazza di latte, poi col suo bimbone per mano e la bimba in collo salì a riportarla a casa sua.