Libro quarto
Del seminare il canapaio

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Libro quarto
Del seminare il canapaio
III V


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Nudo è ancora il tuo campo: or su t’affretta
A rivestirlo, poichè a lui non basta
La colombina, o pollajuola coltre
Da te già sovrapposta a suo riparo,
Nel caldo giorno, o ne la notte fredda.
Tu, che sei reggitor de la famiglia,
Svegliala tutta, e fino la gastalda,
E i garzoni operosi, e le fanciulle.
Vedi la luna, che ti guarda, e cresce?
Vedi seco, che s’alza il pigro Arturo?
Tutto già mostra a segni aperti e chiari,
Che son le ferie sementive queste,
E qui per tutti havvi lavoro ed opra.
Su, presto, insacca il seme, e ne riempi
Più d’un canestro, e portalo sul campo;
Anzi, ’l sacco medesmo ivi riponi
Presso una pianta, e a tutti sia comune.
Dal suo pollajo il gallo, e le galline
Rilasci la gastalda, e ad un fantoccio

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Atto a sol quello, per l’età immatura,
Le lasci in guardia sì, che con la verga,
E l’usato sciò sciò, lungi dal campo
De l’imminente lavorìo, le indirizzi.
Avide troppo ai granellini sono,
E a razzolarne quei che son sepolti.
Che se ’l gallo un ne trova, oh come pronto
Chiama a se tutte intorno in suo linguaggio,
A cibo far de la scoperta biada!
E quindi è poi, che rado nasce il seme
Più dove la cultura sia vicina
A l’abitata rustica capanna.
Nè giova già, che i canapin’ granelli
Abbian valor d’inebbriare i polli,
E di farli cader come in letargo:
Quell’intelletto, che non ebber mai,
Questo danno a discerner non arriva,
E ’l beccan su come segala od orzo,
O qualunque altro gran più saporito.
Congregata così tutta la squadra,
Vanne sul campo, e da l’un capo prendi
A seminar col tuo canestro al braccio,
Nulla men, che se il solito frumento,
(Quando è l’autunno) a piena man buttassi.
Più che ne spargi, più ne coglierai:
Ma il troppo è troppo, e ’l poco a nulla vale,
E durar più la suol chi la misura.
Se la tua terra per virtù del fatto
Lavoro con la vanga, e con l’aratro,
E col letame, copia ti promette,
Che giunga il seme a quattro nappi , basta
Sol una tornatura a ben dotarne;
Ma se intorno rimorso ti flagella,

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E lo stesso terren teco si dolga,
Senza sugo vital, macero e strutto,
Sol tre nappi ne gitta a la fortuna,
E nulla più: tanto a tal forza basta.
Tu ’l caporal sarai de la squadriglia,
E solo solo, col tuo braccio in moto
L’impugnata semente ognor buttando,
Farai che chi non ti conosca, e ’l tuo
Mestier non sappia, e da lontan ti veggia
Con una schiera armata, che ti siegue
Dopo le spalle, un marescial ti creda,
O un ingegner di guerra, che cruccioso,
Allor allor attacchi, assalti, e mine,
E breccie, e scorrerie mova, e disponga
Sul campo marziale, ove comanda.
Ma se tal non sei tu, sei però duce
In opra tal, che assai studio richiede,
E gran fatica a ben condurla a fine.
Anche tu rompi terra, anche tu assalti,
E mine formi, bastioni, e fosse,
E ordinanze, e trincee, e batterie
Per soggiogar l’infruttuoso campo,
Che in brieve tempo al tuo voler s’arrenda;
E sono l’arme tue forse più fide,
E più sicure, che arcobugio, o spada.
Nel così far, serba il tuo passo andante,
Ma sempre a una stessissima misura,
Che tanto carchi tu, quant’altri scarca:
Vo’ dir, che tanto di terren sementi,
Quanto zappando può finir la turba,
Che in apparecchio di battaglia siegue.
Questa per linea egual disposta e stesa,
E sempre ritta con la marra in mano,

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Romper de’ quel terren, su cui buttasti
Il seme, e in guisa profondar suo taglio,
Che tutto ’l ferro nel terren s’immerga.
Così ’l seme non men, che ’l fior di fime,
Comun tumulo avrà tutto in un colpo.
Ma fa, che gli occhj insiem de’ combattenti
Guardino sempre ’l suol, dov’è lo strazio,
Sicchè il seme quant’è tutto si copra
A forza d’un sottil taglio di marra,
Nè a l’aria un granel solo, a ciò che ’l cielo
Già destinollo, inutile rimanga.
Per far più lieve la comun fatica,
E invigorir, non che le braccia, il sangue,
Sien misti villanzoni, e villanelle
Innamorate di quel rozzo amore,
Ch’è sempre caldo, e qual caval nitrisce.
Canteranno costor le sue improvvise
Canzoni in mezzo del comun lavoro,
Questi intonando, o simili strambotti ,
Passati da la Nencia, e da la Beca
Fin ne le bocche ai villanelli nostri.
“Rossetta mia, io vo’ sabbato andare
“Infino a Cento a vender due somelle
“Di scheggie, che mi posi jeri a tagliare
“In mentre, che pascevan le vitelle.
“Procura ben ch’io ti possa arrecare,
“O se tu vuoi, ch’io ti compri covelle:
“Vuoi tu di terra Oriana un cartoccino,
“O di spilletti, o d’ agora un quattrino?
Fischj, urli, e strida s’alzeranno allora
De la brigata, che in amor pretende:
E la Rossetta, che di lui non arde,
(Di lui che ’l primo canticchiò strambotto)

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Risponderà, ridendo, in cotal metro.
“Vattene a Cento, a Pieve, e dove vuoi,
“E vendi scheggie, e ’l diavol, che t’appicchi:
“Cavane pur danaro quanto puoi,
“Vo’ che nel fabriano te lo ficchi:
“Nulla vogl’io da te, nulla da’ tuoi;
“Non occor, che ’l cervello ti lambicchi:
“Chi l’altrui, senza merito, si prende,
“Perdendo libertà se stesso vende.
Le strida in questo dir rialzeransi,
Come l’alzano l’oche ad ali aperte,
E s’udiran le sgangherate risa
Tutta l’aria intonar fin da lontano,
Sicchè la voce, e l’eco ne rimbombi
A destar chi lavora in altro campo.
Il caporale allor, stanco le braccia,
Tutti chiami a merenda, e un’insalata
Di cipollette e d’agli con lattuca,
Da la gastalda in pria già preparata,
La vivanda comun sia per quel tempo,
Che dal lungo sudor tutti ristauri;
Ma più ch’altro, vi sia la corpacciuta
Bottaccia colma d’ottimo falerno.
Questa è la cinosura , a cui si guarda
Da chi suda e fatica, e questa infonde
Virtù, e valore da finir la guerra;
E rallegra gli spirti in gozzoviglia,
Tal che brindisi nascono improvvisi,
E l’amor si riscalda, e l’amicizia.
Abbia fin la merenda, e sia ’l suo tempo
Quanto non scemi l’opra a chi la paga
Col diurno denaro, e la vuol piena:
Ond’esser de’ sollecita la turba
A rialzarsi da l’erboso desco,

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E a ripigliar la cominciata impresa.
Tutta di nuovo si rimetta in filo
L’ordinanza, e tu proto – caporale,
Ripiglia a batter con la man la solfa,
Tanto che sera giunga, né scoperto
Di canape un granel neppur rimagna,
Finchè ingrossando va Cinzia le corna.
Arte però, non men che sperienza,
Trovò come ridur tutta al coperto,
E appareggiar la sviscerata terra
Col martellar de la fendente zappa.
Per retroguardia de’ combattitori
Farai che resti più d’un uom robusto,
Le mani armato di dentato rastro,
Che sorpassando il seminato campo,
E dove calcar’ gli altri, ricalcando,
Rompa qualche pur ivi insorta gleba,
E dia fresco terren, trito e minuto
Al seme ivi riposto, ove non l’abbia.
Questo rastro sarà ’l livellatore
Di tutto ’l campo, che in guardarlo solo
Con l’occhio da lontano, e da vicino,
Parrà una piazza aperta per danzarvi,
Senza offendicol, dove ’l piede inciampi.
Vada pur dopo la brigata al suo
Tetto, e se madre v’ha di bambolino,
Lo sfasci, ’l ripulisca, e poi lo allatti,
Che tempo è di pastura anche per lui.
Gli altri vadano tutti al suo covile
A riposar da le fatiche il fianco:
Da lor nulla più chiede il canapajo,
Finchè ’l seme non metta alcun germoglio:

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Solo il primo cultor, cui più d’ogni altro
Premer de’ ’l parto del terren pregnante,
Visiti i solchi scolatoj, portando
Seco ’l badile, e dove trovi a caso
Terra precipitatavi dal folto
Tempestar de la marra, industriosa-
mente la tragga, ed il canal n’espurghi,
Sicchè l’acqua cadendovi, ritegno,
Che dal corso l’arresti, alcun non abbia
Là dove ’l natural pendìo la porta:
Null’altro forse più abbortendo il seme
Di questo arbusto, che lo star sepolto
In quest’acqua stagnante, e quasi morta.
Nulla ho più che ridir. Dal cielo solo,
Dal cielo unicamente, e da chi ’l regge
Tutta aspettar ti dei la tua fortuna.
Corre allor la stagion, che di rimbuono
Ad irrorar la terra April comincia,
Grazia del primo Autor de la natura,
Che ’l tempo atto ben sa, sa il quando, e ’l come
Innamorar la terra, e fecondarla
Piovigginando con quel caldo umore.
Tu lo ringrazia, come ben conviensi;
Ma se dopo la pioggia il sole ardente
Percuoterà di tal calor la terra,
(Perché nei caldi segni ognor s’avanza)
Che la corteccia per di fuor ne abbruci,
E (come chi de la schifosa lebbra
Vien percosso da Dio) tutta sia crosta;
La qual, sebben la superficie sola
Tocca, e ’l midollo ad indurir non giugne,
Pur nuoce al nuovo germogliar del seme;
Tu allor di nuova sofferenza armato,

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Ma insiem del rastro dai ferrati denti,
Vanne, e leggier di piè, leggier di mano,
Tutta col ferreo adunco dente rompi
La contumace crosta, e ne sprigiona
Il seme, che d’uscir cerca la via.
Ma guarda che col troppo adunco dente
Troppo non morda, e la nascente gemma
Non franga sotto la corteccia occulta,
Che gran danno saria quel tuo lavoro.
Abbi un rastro di denti assai più brievi
Come d’allora nato catellino ,
Che poppa sì, ma l’ubero non morde;
O se non l’hai, tu la mordacchia poni
Con intrecciati vinci ai lunghi denti,
Che di lunghi da pria, diverran brievi,
E sol penetreran per quanto è d’uopo,
Senza turbar la prole allor nascente.
Che se ’l primo germoglio con le due
Solite foglie seminali è uscito,
Astienti pur dal rastro, e sii più gretto.
La tua, che sembrerà provida cura,
Altro allor non faria, ch’eccidio, e strage:
Troncheresti così le prime prime
Speranze, e i primitivi filamenti,
E nulla più dal tuo sudor trarresti.
Abbandona te stesso unicamente
A la provida cura del primiero
Motor, che tutto a tempo opra e produce.
Abbonda (già tel dissi) abbonda Aprile
Di piogge, ed una sua rugiada sola,
Più farà, che non tu con quel tuo rastro,
E lo vedrai fors’anche ad occhj aperti
Da la sera al vicin nuovo mattino.

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Ciò che fin’ora in questi carmi udisti,
In quello stil più semplice e più incolto,
Che al villereccio intendere s’adatta;
Tutto sarà ciò che di studio e d’opra
Usar dovrai per seminar la tanto
Accreditata canape centese:
E ne son testimonio gli occhj miei,
Quest’oggi appunto, che per sorte corre
“ Quel gran giorno , che al sol si scoloraro,
“Per la pietà del suo Fattore i rai;
Quarto giorno d’April, correndo intanto
D’anni trentotto il secol diciottesmo;
Ch’io dopo i sagri tenebrosi uffizj,
Su l’ora, quando il sol piega a l’occaso,
Al vicino Penzal, dove ha il mio Biagio,
Fra gli altri, un ubertoso campicello,
Portaimi a contemplar la rustic’opra,
Intorno a cui la gente mia sudava,
Me di speranza empiendo, ed il mio gregge,
Cui del raccolto poi frutto fo parte.
Ivi conobbi il necessario, pingue
Alimento com’abbia il pregio tutto,
E in questo faticar sia ’l primo scopo.
Anzi ’l mio socio, satrapo primario
Del Comun di Campagna, una finezza,
Per rara cortesia, mi discoperse.
Io, diss’ei, che di far pingue l’erario
Del mio padron studio più assai che ’l mio,
(Salvo a la verità sempre ’l suo dritto)
Un’arte in seminar novella adopro.
Nel tempo stesso, ch’io col seme in pugno
Il preparato campo vo’ coprendo,
Già bisulcato, e pingue di buon fime,

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Picciola sì, ma necessaria parte,
Ed util molto a chi n’intende il pregio,
Vi gitto ancor di stabbio colombino,
O d’arida pollina, e trita in polve,
Che nel canestro preparata stammi
E mista insiem col canapino seme:
Questo miscuglio, ch’io vo rovistando
Con la mano così, di tratto in tratto,
Fa come appunto ruvida camicia
Di novello capecchio: a chi la porta
Ne la cotenna un tal prurito desta,
Ed un irritamento sì pugnente,
Che soffrir non potendosi la vita
In quel saccone dimenando spesso,
O pur le mani, e l’ugne ancora aguzze,
A grattamento tal venir conviene,
Sicchè il fusto si scuoja, e sangue schizza.
Un caldo allora per la cuticagna,
Un’afa si risente, e un tal bruciore,
Ma insieme un traspirar sì saporito,
Che tutto vi rallegra, e vi rinforza:
Così lo stabbio fino approssimato,
Inviscerato, e dibattuto molto
Con la semente, spigne in quella guscia
Certe punte invisibili, ma acute,
Che tutta internamente l’innamorano,
E lo spirto prolifico sciogliendo,
Rompon la scorza già sì dura, e arsiccia,
Come l’uovo sol far pulcin nascente.
Più di leggieri avvien ciò che non suole
Avvenir con quel solo primo primo
Letaminar di stabbio grossolano.
Così dal punto che si gitta ’l seme,

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Fino al suo primo germinar, non passano,
Che pochi giri del diurno sole;
E già la vedi fuori de la buccia
La superficie romper de la terra,
Prima di quante già nel nudo suolo
Mal nutricato e vil si seppelliro.
Io pendea da’ suoi detti a bocca aperta;
Ma con fermo pensier di non prestargli
Credenza alcuna, e fra me stesso dissi:
Se il ver costui mi narra, io son felice:
Forse meglio starò nel campo mio,
Che se Palladio, Columella, e Varro,
O ’l Crescenzio, o l’economo Tanara,
Già laureati ne l’agricoltura,
Per reggitori del mio campo avessi:
Se non che, come spesso il poco nuoce,
Così ’l soverchio spesso l’opra guasta.
Guardati da chi largo ti promette.
Visto ho sovente, che ’l sentiero antico
E’ più fedele de la via novella.
Bastar mi può quanto a sperar son uso,
E nulla più: se uno sperare onesto
Fallisce, moderata anco è la doglia;
Ma se la speme al sommo mi trasporta,
E poi m’inganni, anche il dolore è sommo.
Io non vorrei che m’avvenisse il caso
Del can d’Esopo. Era la carne in acqua
Dipinta tanto ben, che parea grande,
E per virtù del trasparente umore,
Il boccon più massiccio a lui parea
Di quel, che già tenea stretto fra i denti.
Però questa lasciò piombar là giuso,
Con speme d’incontrar sorte migliore.

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Ma pel turbato umore, e pel profondo
Letto del lago, che faceagli speglio,
Non men che l’una, l’altra dileguossi,
E di quanto avea pria restò deluso.
Così se nuova via tentar volessi
Ne la cultura col villan consiglio
Forse vero, ma forse anco fallace;
Forse migliorerei, ma forse il poco,
Che mi giova, potrei cangiare in nulla;
Nè il consiglier scarso sarìa di scuse,
(Che a chi mal opra, scusa mai non manca)
Per fomentar più sempre il creder vano
De la mia, vorrei dir semplicitate,
Ma più vero dirò, col dir sciocchezza.