Il Re della Prateria/Parte prima/3. Il rapimento

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Parte prima - 2. La costa brasiliana Parte prima - 4. A bordo dell'Albatros


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3.

IL RAPIMENTO


Porto Alegre, capoluogo della provincia di San Pietro del Rio Grande del Sud, è situato all'estremità della laguna delle Anitre, a cavalcioni d'una piccola penisola che prolungasi da levante a ponente nel Rio Guahuba.

Quantunque sia città quasi recente, essendo stata fondata nel 1743 da una colonia di azzorriani, è oggi una delle più ricche e delle più notevoli del Brasile.

La sua popolazione, al tempo della nostra storia, non toccava le 30.000 anime; ma oggi passa le 50.000. Ha molti edifici considerevoli, parecchie fabbriche erette dalla colonia tedesca che è la più numerosa e da quella italiana, un arsenale da guerra, una bella cattedrale, scuole e un porto comodo che può accogliere numerose navi.

La sua importanza e il suo commercio crescono giornalmente, e maggiormente cresceranno quando la ferrovia l'unirà al suo porto naturale che è quello di Santa Caterina, e da cui non disterà allora che poche ore.

La scialuppa, diretta dal capo, entrò a tutto vapore nel porto, e gettò l'ancorotto dinanzi alla banchina, in un luogo che in quel momento era deserto. [p. 21 modifica]

Il signor di Chivry, si assicurò di aver alla cintola le pistole e con un salto fu a terra.

– Mi attenderete qui – disse rivolgendosi verso il capo. – Intanto imbarcherete il carbone necessario pel ritorno.

– Faccio però osservare a Vostra Eccellenza che può smarrirsi e che io conosco la città – disse de Aguiar.

– Non andrò lontano per sapere quello che mi occorre.

Si avvolse nel serapé, si calò sugli occhi il cappello con l'ampia tesa, guardò a destra e a sinistra come per orizzontarsi, poi si allontanò rapidamente inoltrandosi in una larga via, in fondo alla quale si vedevano brillare ancora dei lumi.

Fatti tre o quattrocento passi, si fermò dinanzi ad un albergo, le cui stanze apparivano illuminate.

– Proviamo, – disse, – l'oro non manca.

Entrò e andò a sedersi ad una tavola isolata ordinando al garzone una bottiglia di vecchio vino di Spagna.

Mentre il garzone stava sturandola, mise sulla tavola una sterlina fiammante dicendo:

– Vuoi guadagnarla?

Il garzone lo guardò stupito, gettando su quel pezzo d'oro uno sguardo avido.

– È per me, signore?... – gli chiese.

– Sì, se saprai rispondere a quanto ti chiederò.

– Sono ai vostri ordini.

– Conosci i dintorni di Porto Alegre? [p. 22 modifica]

– Meglio di qualunque altro, signore.

– Sai dirmi dove si trova la tenuta di San Joao do Livramento?

– A sette chilometri, quasi di fronte al porto, alla foce del Rio Jacuhy.

– Come si chiama il proprietario?

– Il marchesino Almeida d'Araniuez y Mendoza.

– È solo?

– No, vive con il marchese Inigo d'Araniuez suo zio materno.

– Ah!... Lo conoscete il marchesino?

– L'ho veduto parecchie volte.

– È bello?

– Bellissimo.

– Robusto?

– Vigoroso e ardito.

– Perché ardito?

– Osa affrontare i giaguari.

– Ah! E cacciatore.

– E valente; tutte le mattine caccia nelle sue piantagioni.

– Basta così; la sterlina è vostra.

Vuotò un bicchiere, poi uscì rapidamente e si diresse verso il luogo dove si trovava la scialuppa, mormorando:

– So quanto mi occorre; gli tenderò un'imboscata.

Quando giunse al porto, i suoi uomini terminavano d'imbarcare il carbone necessario pel ritorno. Attese che l'operazione fosse terminata, poi balzò nella scialuppa dicendo al capo:

– Partiamo.

– Per dove?

– Conosci la foce del Rio Jacuhy?

– Sì, Eccellenza.

– Conducimi là e senza perder tempo.

La scialuppa prese tosto il largo, tagliando di traverso l'estremità della laguna delle Anitre o meglio la foce del Guahuba. Trentacinque minuti dopo tornava ad arrestarsi dinanzi alla bocca d'un fiume dalla acque tranquille.

– Ci siamo, Eccellenza – disse il capo. [p. 23 modifica]

– Scorgi nessuna casa?

– Vedo un gruppo di fabbricati laggiù!

– Che sia la tenuta di San Joao?

– Lo credo.

– Avanziamo con prudenza e andiamo a vedere.

La scialuppa si mise a salire il fiume a piccolo vapore, mentre un marinaio, postosi a prua, gettava di quando in quando lo scandaglio per accertarsi della profondità dell'acqua. Ben presto si trovò dinanzi ad un gruppo di case, in mezzo alle quali si elevava una più grande, le cui gradinate scendevano fino sulla riva.

Un silenzio perfetto regnava attorno a quelle abitazioni, e nessun lume si vedeva brillare attraverso alle persiane. Tendendo però l'orecchio, il francese udì un sonoro russare, che pareva venisse da una folta macchia di lautana camara, graziosi arbusti che dànno dei fiori variopinti e di un profumo delicato.

– Odi? – chiese rivolgendosi al capo.

– Odo un uomo che russa – rispose questi.

– Che sia uno schiavo della fazenda?

– Lo credo.

– Va' a svegliarlo.

– Non si spaventerà?

– Non siamo assassini noi.

Il capo fece accostare la scialuppa alla riva e balzò a terra. Poco dopo ricompariva tenendo stretto per le braccia un ragazzo africano, senza dubbio un giovane schiavo, ancora mezzo addormentato.

– Imbarcalo – disse il francese.

Aguiar spinse ruvidamente il negro nella scialuppa, dicendogli con accento minaccioso:

– Bada che se gridi, ti getto ai pesci.

Quella minaccia non era necessaria, poiché il ragazzo era così spaventato, da non essere in grado né di gridare né di opporre la più debole resistenza.

Ad un cenno del signor di Chivry, la scialuppa si scostò dalla riva e rimontò il fiume per cinquecento metri, arrestandosi dinanzi ad un isolotto coperto di palme gigantesche. [p. 24 modifica]

– Udite nulla? – chiese il francese al capo.

– Assolutamente nulla – rispose l'interrogato. – Il luogo mi sembra deserto.

– Agiremo adunque.

Si avvicinò al giovane schiavo che si era aggomitolato sotto un banco e che batteva i denti pel terrore, e fattolo alzare gli disse:

– Se parli, ti darò una manciata di reis; se ti ostinerai a tacere, ti farò gettare nel fiume. Mi hai capito?

– Sì, massa – borbottò lo schiavo.

– Cosa facevi sotto quel cespuglio?

– Attendevo il padroncino.

– Quale?

– Il marchesino Almeida.

Un lampo di gioia balenò negli occhi del francese.

– Dov'è andato? – chiese.

– Alla caccia d'un giaguaro, che è apparso sui confini della piantagione.

– È solo?

– Lo accompagna un servo.

– Quando tornerà?

– Non lo so.

– Forse all'alba?

– È probabile, massa.

– È a piedi o a cavallo?

– Sono partiti a cavallo, poiché la via è lunga.

– Sapresti indicarmi la via che terranno nel ritorno?

Il giovane schiavo esitò a rispondere.

– Parla – gli disse il signor di Chivry con accento minaccioso. – Lo voglio!...

– Conosco il sentiero – rispose il negro.

– E percorreranno quello?

– Non ve ne sono altri.

– Devi condurmi su quel sentiero.

– Ma perché?

– Ciò non ti riguarda.

– Se volete parlargli, potete attenderlo alla fazenda. [p. 25 modifica]

– Non ho tempo da perdere.

– Potete rivolgervi al marchese suo zio, massa.

Il francese corrugò la fronte e sembrò contrariato assai da quelle parole.

– È qui il marchese? – domandò con una certa inquietudine.

– Sì, massa.

– Dorme ora?

– Credo...

– Andrò da lui più tardi. Ora conducimi sul sentiero, ma in un punto che sia lontano un paio di miglia dalla fazenda.

– Non farete alcun male al mio padroncino?

– Voglio solamente parlargli. Andiamo alla riva, signor de Aguiar.

– Non sarebbe meglio risalire il fiume per qualche miglio? Mi sembra cosa prudente.

– Forse avete ragione – rispose il signor di Chivry. – Dimmi, ragazzo, il sentiero è lontano dalla riva?

– Passa a poca distanza – rispose il negro.

– Avanti a piccolo vapore, adunque.

La scialuppa lasciò l'isolotto e risalì il fiume con una velocità di cinque o sei nodi all'ora, costeggiando la riva destra che era coperta da un numero infinito di sapota achras, che sono i nespoli dell'America meridionale e che dànno frutta squisite, grosse come una piccola mela, di forma ovale per lo più e di colore bruno scuro, e di parecchie specie di palme, fra le quali spiccavano superbamente le splendide massimiliane regie, le gigantesche mauritie con le foglie disposte a ventaglio e le graziose bactris. Anche qualcuno di quegli alberi di legname pesante e duro, che vengono chiamati pao de fero, poiché infatti sono talmente resistenti da sfidare l'acciaio, appariva di quando in quando fra quell'ammasso di vegetali.

Tenendosi all'ombra di quelle piante, per non farsi scorgere da nessuno, gli avventurieri giunsero a una piccola insenatura ingombra di canne acquatiche e che poteva sfuggire agli occhi di tutti. Il francese fece fermare la scialuppa presso la riva e balzò a terra. [p. 26 modifica]

Ascoltò dapprima con profondo raccoglimento, poi, volgendosi verso il capo, disse:

– Voi e i quattro meticci sbarcate e seguitemi. Il vostro compagno bianco rimarrà a guardia della scialuppa.

– Dobbiamo prendere le armi? – chiese de Aguiar.

– Sì, e anche delle solide funi.

I cinque uomini sbarcarono, conducendo con loro il giovane schiavo che pareva si fosse rassicurato.

– Dov'è il sentiero? – chiese a questi il francese.

– Seguitemi – rispose l'africano, mettendosi a sgambettare fra i cespugli ed i tronchi degli alberi.

I sei avventurieri gli si misero dietro tenendo i fucili sotto il braccio, e procurando di far meno rumore che fosse possibile.

Avevano percorso circa dugento metri, quando il giovane negro si arrestò bruscamente, curvandosi verso terra.

– Cos'hai? – gli chiese il signor di Chivry prendendolo per un braccio e rialzandolo.

– Vengono – rispose il ragazzo.

– Chi?

– Il marchesino e il suo servo: ascoltate!...

Il francese tese gli orecchi, ma non udì altro che lo stormire delle fronde; si gettò al suolo e appoggiò un orecchio contro la terra, ascoltando con profonda attenzione.

Un lontano rumore, dapprima confuso, poi distinto gli giunse agli orecchi. Pareva il galoppo serrato di due cavalli.

– Dov'è il sentiero? – chiese, rialzandosi in preda ad una viva emozione.

– Dietro quella macchia! – rispose il ragazzo.

Il francese si trasse di tasca un pugno di monete, e gliele diede dicendo:

– Prendi pel tuo servizio.

Poi, volgendosi verso uno dei meticci, aggiunse:

– Imbavaglia per bene questo ragazzo e legalo al tronco di un albero.

Indi si mise a correre in direzione del sentiero, seguìto dal capo e dagli altri tre marinai. [p. 27 modifica]

In pochi istanti i cinque uomini si trovarono su di una stretta viuzza fiancheggiata, a destra e a sinistra, da stupende palme con le grandi e piumate foglie disposte a ventaglio.

Il francese lanciò un acuto sguardo verso il luogo dove udivasi il doppio galoppo. L'astro notturno che splendeva in un cielo senza nubi, versando sulle piantagioni e sui boschi i suoi raggi azzurrini, permetteva di discernere una persona qualunque a grande distanza; ma sul verdeggiante sentiero non scorgevansi ancora i cavalieri.

– Abbiamo cinque o sei minuti di tempo – mormorò il signor di Chivry.

Si volse verso il capo e gli chiese:

– Siete un buon tiratore?

– Volete uccidere il servo?

– È inutile; ma occorre far cadere i cavalli.

– Vi faccio osservare, Eccellenza, che talvolta una e anche due palle, non bastano per abbattere un cavallo spinto al galoppo; e poi la fazenda non è molto lontana, e potrebbero accorrere gli schiavi e i sorveglianti.

– Avete ragione, signor de Aguiar; cosa mi consigliate di fare?

– Ho un piano migliore.

– Mettetelo fuori.

– Tendiamo una fune attraverso al sentiero, nascosta fra le erbe. I cavalli urteranno e cadranno sul colpo, sbalzando di sella i cavalieri.

– Siete più furbo di quello che credevo: all'opera!

Il capo, aiutato dai suoi uomini tese la fune, legandola solidamente ai tronchi di due palmizi. Essendo l'erba del sentiero assai alta, poteva sfuggire agli occhi più acuti.

Avevano appena terminato, che in fondo al sentiero si videro apparire i due cavalieri. I loro destrieri, che erano bianchi di schiuma e che dovevano essere di buona razza, s'avanzavano di gran galoppo. Il francese armò le sue pistole, dicendo ai suoi uomini che si tenevano imboscati dietro a un cespuglio:

– Siate pronti a impadronirvi dei cavalieri, e se i cavalli non cadono fate fuoco!... [p. 28 modifica]

Poi attese trepidante, ma cogli occhi in fiamme e raccolto su se stesso, come una belva che aspetta la preda per slanciarsi.

I cavalieri non erano allora che a pochi passi, e stimolavano le loro cavalcature cogli speroni. Uno era un bel giovanotto, di statura alta; l'altro era un uomo sui trent'anni, tarchiato, robusto e col viso abbronzato. Entrambi erano armati di fucile, ma lo lasciavano pendere negligentemente dall'arcione, come persone che sanno di non aver nulla da temere.

Ad un tratto i due cavalli, che si tenevano sulla stessa linea, [p. 29 modifica]stramazzarono pesantemente al suolo, mettendo un nitrito di dolore e sbalzando bruscamente di sella i due cavalieri.

Il francese ed il capo si slanciarono sul più giovane che era rimasto tramortito dal colpo, mentre gli altri tre s'impadronivano del più attempato, imbavagliandolo e legandolo fortemente.

– Tenete fermo – disse il signor di Chivry al capo.

Aprì la bocca al marchesino e gli versò in gola il contenuto d'una piccola fiala.

– È fatto – disse poi.

Afferrò il giovanotto fra le braccia, si slanciò in direzione del fiume dicendo:

– Seguitemi: partiamo!...