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Il Libro di Antonio Billi e le sue copie nella Biblioteca nazionale di Firenze

Kornél Fabriczy

1891 I Indice:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu Archivio storico italiano 1891 Il Libro di Antonio Billi e le sue copie nella Biblioteca nazionale di Firenze Intestazione 31 dicembre 2016 75% Storia

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891)


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IL LIBRO DI ANTONIO BILLI

E

LE SUE COPIE NELLA BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE




La scrittura, a cui si accenna nell’intestazione del presente Saggio, venne per la prima volta, come una delle fonti più antiche e principali per la sioria degli artefici fiorentini del Quattrocento, rivelata agli eruditi dal venerando Nestore di siffatti studi, commend. Gaetano Milanesi. Stampando egli nell’Archivio storico italiano (Ser. III, tomo XVI, pag. 219 seg.) la biografia di Leonardo da Vinci, tratta dal manoscritto magliabechiano, Cl. XVI, n.ro 17, negli appunti premessi al testo di essa osservò, che l’anonimo compilatore del codice in discorso (che noi per distinguerlo dagli altri due de’quali si tratterà in seguito, designeremo d’ora in poi colla denominazione di «Codice Gaddiano», traendone la ragione dal nome della Raccolta dove fu custodito prima di passare alla Biblioteca magliabechiana), rispetto agli artefici del secolo XV, tenne innanzi un libro designato da lui col nome del suo possessore, che fu un Antonio Billi vissuto negli ultimi anni del 400; aggiungendo, riguardo alla persona dell’autore di esso libro, la congettura, che forse vi si contenessero i ricordi scritti, come testimonia il Vasari, da Domenico del Ghirlandaio, intorno agli artefici vissuti innanzi a lui e che oggi non si trovano più.

Siccome però l’anonimo autore del Cod. Gaddiano per compilar il suo libro si era servito anche di altri documenti, fra cui in primo luogo è da mettere (come già additò l’erudito soprannominato) il Comentario del Ghiberti, e poi in secondo altre scritture o notizie oggi da noi non più conosciute, - ad eccezione di pochi brani con cui egli aveva postillato il suo testo, designandoli espressamente come tratte da quella fonte coll’aggiunta delle parole: «del libro d’Antonio Billi» ossia [p. 300 modifica]«nel libro d’Antonio dice»; - non era possibile di determinar più esattamente quale e quanta parte della sua compilazione egli abbia tratto da questo libro, e perciò non si poteva neppure tentare di restituir il suo testo intiero o almeno in parte.

Ora noi crediamo di aver riconosciuto in due codici della Biblioteca nazionale di Firenze due copie del libro accennato, nelle quali, benchè da lungo tempo quei codici fossero noti a parecchi studiosi, nessuno di essi si ravvisò di congetturare questo loro originale. Prima di raccogliere il materiale necessario per dimostrar la giustezza della nostra asserzione, sarà mestieri dir poche parole de’ due codici, ed esporre quanto abbiamo potuto stabilire circa la loro origine, provenienza e tempo, circa la persona de’ loro autori, e circa altre questioni che rispetto ad essi potrebbero interessarci; tenendo sempre di mira il fine che ci siamo proposti di raggiungere nel presente Studio.



Il primo dei manoscritti in discorso è il Codice magliabechiano, Cl. XXV, n.o 636, che dalla biblioteca del senatore Carlo Strozzi, dove era segnato col n.o 476, insieme con una parte de’ suoi tesori passò nel 1784 in quella che lo conserva oggi. Da questa sua provenienza noi lo designeremo brevemente col nome di «Codice Strozziano». — L’unica menzione che, a quanto sappiamo, ne fu fatta nella letteratura relativa alla storia delle arti del disegno, è quella del Prof. Ianitschek di Strassburgo, il quale, toccandone di passaggio, afferma esser esso un estratto del Cod. Gaddiano (Magliab. XVII, 17) scritto circa alla metà del 1500 (1): la quale asserzione peraltro nel corso della presente investigazione si proverà essere erronea. Il nostro manoscritto è un codice miscellaneo riempito di copie di vari documenti di tempi diversi, e si compone di 117 fogli in quarto, scritti da differenti mani.

Le notizie che sole per ora ci interessano di tutto il suo contenuto, scritte sui fogli 73r-85v con mano molto accurata, per non dir addirittura calligrafica, consistono in una serie di biografie di artisti, per lo più molto succinte. Il loro ordine si trova indicato sul primo foglio recto e verso, cominciando [p. 301 modifica]da Cimabue e terminando con Michelangelo. (Vedi più avanti la loro riproduzione.) Il testo però, come lo possediamo oggi, non contiene tutte le notizie registrate nel detto elenco, poichè esso non si è conservato nella forma compiuta che aveva in origine. Fra i fogli 80 e 82 (il foglio 81 è bianco e venne intercalato posteriormente, quando il codice fu legato), esiste una lacuna la quale, come si desume dalla numerazione originale dei fogli che vi si trova ancora indicata, comprende i quattro fogli 9-12 di quest’ultima. A fol. 80.v (che è il fol. 8 della numerazione originale) il testo finisce col principio della notizia di Fra Filippo; al fol. 82.r (fol. 13.r della vecchia numerazione) ricomincia nel bel mezzo della biografia del Brunelleschi. Mancano quindi, come si conosce dal confronto coll’indice sul fol. primo, le notizie di Pesello, Pesellino, Piero del Pollaiuolo, Botticelli e Baldovinetti intiere, la conclusione di quella di Fra Filippo e il principio dell’altra del Brunelleschi. Col foglio 80 (fol. 16 della vecchia numerazione) sul principio della biografia del Ghiberti, il manoscritto termina del tutto: sicchè fra il frammento di questa e dell’altra del Brunelleschi è la biografia di Donatello, la sola che si trovi conservata per intiero. Il resto delle notizie da Luca della Robbia fino a Michelangelo è andato perduto coi fogli ora mancanti.

Essendo il nostro codice composto di vari elementi di tempi differenti e di diverse mani, riuniti a caso; dalle date che si potrebbero trarre di alcune sue parti costitutive, non si può venire a veruna conclusione in quanto al tempo in cui ebbe principio quel brano di esso, di cui ora ci occupiamo. Per determinarlo, dobbiamo unicamente ristringerci ai criteri di lingua e di paleografia, somministrati dal testo stesso. E rispetto alla lingua vi si trova adoperata una certa quantità di parole e di modi di dire (più avanti ne ricorderemo parecchi distintamente) che appartengono all’uso del Quattrocento, piuttosto che del secolo XVI, e che perciò assegnerebbero alla sua origine come termine recentissimo tutt’al più il principio di quest’ultimo secolo. Quanto poi riguarda i criteri paleografici, il carattere della scrittura, diligentissima, nitidissima e affatto eguale, il prediligere le contrazioni e abbreviature, che in una copia fatta evidentemente a tutto agio sarebbe difficile in generale di giustificare, sono distintivi così evidenti che senza dubbio ad essi si deve attribuire se il nostro manoscritto è stato assegnato dall’erudito professore di [p. 302 modifica]Strassburgo circa agli anni 1550-1560. Anzi, la nostra opinione, basandosi pure sugli stessi criteri, tenterebbe di avanzar l’epoca della sua origine ancor più verso la fine del secolo. Ora, per metter in accordo i resultati in apparenza incompatibili tratti dagli indizi formali, siamo di necessità condotti a supporre che ci troviamo innanzi alla copia di un originale molto anteriore. E questa supposizione viene appoggiata dalle qualità estrinseche del manoscritto, come sarebbe la scrittura molto accurata e il non essere essa sfigurata da nissuna correzione: qualità, che non permettono di ravvisarvi la copia della propria minuta fatta dall’autore e ancor meno la minuta stessa. Dove si abbia da cercare il suo originale sarà schiarito dagli ulteriori esami.



Il secondo dei manoscritti è il codice magliabechiano, Cl. XIII, n.o 89. Questo pure proviene dalla biblioteca Strozziana, ove era segnato col n.o 285; ed è pure una compilazione miscellanea scritta però da una sola mano, e consiste di 100 fogli in formato di quarto piccolo.

Sul primo foglio rimasto vuoto e senza numerazione, si legge di mano diversa da quella del compilatore: «Questo Miscellaneo è forse di mano di Antonio Petrei a cui a pag. 25 è una lettera del Tedaldi». Questa supposizione viene corroborata dall’intestazione dei due primi articoli del codice che il suo compilatore, essendo egli una stessa persona col loro autore, si è contentato di designare colle sole iniziali del suo nome: mentre quest’ultimo nell’intestazione della lettera del Tedaldi a fol. 25.r aggiunta posteriormente da altra mano, si presenta scritto per disteso. Ma ogni dubbio riguardo alla giustezza dell’ipotesi in discorso, vien levato dall’identità della scrittura del Petrei, la quale si può confrontare ne’ suoi chirografi in parecchi de’ codici lasciati da lui alla Laurenziana (segnatamente nel Dante, Plut. XL, Cod. XXXVII) con quella della nostra compilazione. Per brevità noi adunque gli daremo in seguito il nome di «Codice Petrei». In quanto alla persona del compilatore, si sa ch’egli era prete, che nel 1521 da giovane fu eletto Maestro della scuola del capitolo di S. Lorenzo, nel 1545 promosso al canonicato, nel 1548 nominato canonico [p. 303 modifica]della Cattedrale, e che morì ai 16 gennaio 1570. Non solo egli era diligente raccoglitore di manoscritti e codici antichi che alla sua morte legò alla libreria Laurenziana, ma anche autore di molte prose e rime (2).

Il codice Petrei, ed in ispecie quella sua parte che contiene le notizie artistiche (fol. 38.v-51.v), era già conosciuto dal Baldinucci. A due riprese, nella Vita di Nanni di Banco e del Verrocchio egli ne adduce l’autorità, citandolo parola per parola ed indicando così il numero del manoscritto, come il foglio della citazione, ambidue corrispondenti perfettamente al nostro codice (3). Nella letteratura storico-artistica moderna venne, per la prima volta, messo a profitto dal prof. Semper, che da esso pubblicò la biografia di Donatello e qualche altro passo (4). Fu rammentato poi, incidentalmente dai proff. Ianitschek (5) e Frey (6). Il primo vi scorge, oltre l’attinger a altre fonti, in primo luogo la conoscenza da parte del suo compilatore delle Vite del Vasari; il secondo ci vede una copia trascurata e perciò poco esatta del nostro Codice Strozziano; [p. 304 modifica]il terzo lo dichiara una compilazione tratta dalle notizie del Codice Gaddiano e dalle Vite del Vasari. Noi, all’opposto, nel corso delle nostre investigazioni riusciremo a provare come veruna di queste supposizioni abbia ragioni di uguale, per non dire maggiore, verisimiglianza dell’opinione nostra, la quale è che nel Cod. Petrei abbiamo innanzi a noi pure una copia, ma fatta con molto meno esattezza, del medesimo originale che fu anche copiato nel Cod. Strozziano. (Che il Cod. Petrei non possa essere una minuta, appare senza dubbio dal non occorrere in esso assolutamente nessuna correzione).

L’ordine cronologico che il Cod. Strozziano segue in generale nella disposizione consecutiva delle biografie non è punto osservato nel Cod. Petrei. (Vedi il testo stampato più avanti). Però pure in esso c’è da ravvisare una certa concordanza colla disposizione del materiale in quel primo; in quanto che singoli gruppi di artefici si trovano riuniti dal Petrei nello stesso ordine, sebbene nella successione dei gruppi stessi non sia in tutto rigorosamente mantenuta la serie cronologica del Cod. Strozziano. Così p. e. al gruppo dei pittori da Cimabue fin a Taddeo Gaddi, fa seguito quello degli scultori da Donatello fino a Antonio Pollaiuolo, e in ambidue le singole biografie si seguono nell’istesso ordine, come nel Cod. Strozziano; vengono poi parecchi pittori da Buonamico fino allo Starnina, che nel codice testè nominato fanno seguito a Taddeo Gaddi, ma in ordine alquanto cambiato; segue il gruppo da Fra Giovanni Angelico fino al Botticelli, pure con qualche cambiamento nell’ordine; e finalmente anche l’ultimo gruppo da Filippino Lippi a Michelangelo, eccetto due interpolazioni, corrisponde alla serie relativa nel Cod. Strozziano. Anche nella materia stessa si ravvisano parecchie differenze, in quanto che nel Petrei manca la notizia su Maso fiorentino, ma invece ve ne sono alcune altre non contenute nello Strozziano (Tafi e Berto Linaiuolo). In generale quindi le discrepanze non sono così essenziali nè nella materia nè nella sua disposizione che per cagione di esse sole possa venire escluso il supposto di un comune originale per ambidue i manoscritti.

Per determinare il tempo in cui fu scritto il Cod. Petrei, noi non siamo ristretti, come nel caso del Cod. Strozziano, soltanto a indizi paleografici. Per fissarlo con esattezza, ci serve la relazione sul conclave nel quale fu creato Papa Pio V nell’anno 1566, l’avvenimento più recente che si trovi ricordato in esso, come [p. 305 modifica]anche la menzione del Martirio di S. Lorenzo del Bronzino fra le opere d’arte esistenti nella chiesa di S. Lorenzo (fol. 56.v), pittura che sicuramente non fu eseguita prima dell’anno sopr’indicato, ma più probabilmente soltanto dopo il 1568 (7). Siccome dalla qualità assolutamente eguale della carta, dell’inchiostro e della scrittura si deve inferire, che tutto il manoscritto fu compilato fra uno spazio di tempo piuttosto breve, così non c’inganneremo fissando l’origine di quella parte di esso che contiene le notizie sugli artefici, circa alla medesima data, assegnandole perciò l’intervallo fra il 1565 e 1570. In nissun caso ella si può metter oltre quest’ultimo anno, essendo il compilatore del codice mancato di vita al principio di quello.



Avendo fin qui esposto quanto si può stabilire intorno alla natura dei nostri due codici, ora è mestieri avventurarci nel campo delle supposizioni e tentar di persuadere il lettore di quanto ci pare riguardo al loro originale più plausibile, anzi convincente. Le nostre tesi sono queste:

1. Nè il Cod. Strozziano nè quello del Petrei sono copie del Cod. Gaddiano.

2. Non è nemmeno l’uno la copia dell’altro.

3. Tutti e tre risalgono a un originale comune anteriore a essi, al quale i due primi si attennero esclusivamente, mentre il Cod. Gaddiano si valse pure di altre fonti.

4. Questa fonte comune anteriore è indubitatamente il «Libro d’Antonio Billi».

5. II Cod. Strozziano n’è la copia più fedele. Il compilatore del Cod. Petrei l’ha copiato meno esattamente, in fretta e abbreviandolo qua e là. In terzo luogo viene poi il Cod. Gaddiano, che non sì è attenuto strettamente al testo del Libro in discorso, ed ha messo a profitto per la sua compilazione anche diversi altri documenti.

ad 1. Tutti e tre i nostri codici, nei preamboli di alcune delle loro notizie biografiche, riproducono le relative indicazioni fornite da Cristoforo Landino nel Proemio al [p. 306 modifica]suo commento sopra la Divina Commedia (capitolo sui «Florentini excellenti in pittura et sculptura»). Lo Strozziano e il Petrei però si attengono molto più fedelmente (il primo in generale parola per parola) al loro originale, che non il Gaddiano, il quale per lo più cambia alquanto il relativo testo (vedi le notizie su Cimabue, Stefano lo scimmia, Masaccio, Fra Filippo, Castagno, Uccello, Fra Angelico, Donatello e Desiderio), anzi una volta lo omette del tutto (nella notizia su Giotto). Ora, come mai lo Strozziano e il Petrei avrebbero potuto copiar il loro testo più esatto da quello del Gaddiano, specialmente là dove egli l’ha omesso del tutto? - Il Gaddiano nell’ordine delle notizie delle singole sue biografie segue conseguentemente la regola di far precedere le opere di ciascun maestro eseguite fuori, da quelle fatte a Firenze; enumerando fra quest’ultime una dopo l’altra tutte quante se ne trovano nello stesso luogo. Lo Strozziano e il Petrei invece non si curano niente affatto di metter un certo ordine nelle loro indicazioni: da loro a un affresco dipinto a Roma segue un altro fatto in Firenze, poi uno a Napoli o altrove e infine di nuovo uno a Firenze (conf. p. e. la notizia su Giotto); una scultura fatta per Napoli è preceduta e seguita da altre lavorate a Firenze; a un’opera eseguita per Siena seguono altre fatte per Firenze, poi di nuovo una per Siena, poi alcune per Firenze ed infine altre per Padova (vedi la notizia su Donatello). Ora, se apparisce naturale che il Gaddiano, compilando le sue notizie da diverse fonti, abbia cercato di mettervi un certo ordine, sarebbe stata cosa addirittura insensata da parte dello Strozziano e del Petrei, se ambidue, copiando il Gaddiano, avessero di nuovo messo sottosopra l’ordine da esso introdotto; e perciò la supposizione che essi l’abbiano copiato non regge affatto. - Un certo numero di dati improntati dal Gaddiano al Comentario del Ghiberti non si trova nei due altri codici. Ne additiamo p. e. i seguenti, tratti dalla sola biografia di Giotto: una Madonna nella Badia di Firenze, pitture in Ognissanti, S. Giorgio, S. Marco di Firenze, nella Minerva a Roma, nella Sala del re a Napoli, nella chiesa di sotto ad Assisi ed in S. Maria degli Angeli, nell’Arena e nei frati minori a Padova, e le sculture nel campanile del duomo di Firenze. Anche altre indicazioni importanti del Gaddiano tratte da altre fonti da noi non conosciute, mancano nei due altri codici. Ne adduciamo come esempi dalla [p. 307 modifica]biografia del Brunelleschi le notizie sulla spedizione contro Lucca, sul Palazzo Pitti e sul modello della Sapienza; da quella di Donatello, quelle sulla statua del Poggio e del gigante sopra la Porta della Mandorla, del pergamo di Prato, della chiesa di S. Francesco a Rimini (falsa però quest’ultima). Perchè gli autori dei Codici Strozziano e Petrei, se infatti avessero copiato il Gaddiano, avrebbero per l’appunto tralasciato queste notizie? - Nella biografia di Donatello il Gaddiano dice la Giuditta collocata nella Loggia del Duca, e il David nel cortile del Palazzo del Duca (aveva prima scritto: «de signori», ma poi cancellate queste parole e messo in loro posto le surriportate), mentre i due altri codici scrivono: «Loggia, Palazzo de’ nostri signori»; parlando della testa di cavallo presso il conte di Maddaloni-Caraffa a Napoli, il primo dà a Alfonso il titolo di «re d’Aragona» mentre i due altri lo chiamano: «re Alfonso di Aragona, Sicilia, Napoli et altri reami»; toccando dei rilievi del Vellano a Padova, lo Strozziano li dice «tanto simili alle cose di Donatello che io giudicai essere fatte da lui», - il Petrei cambia l’ultima parte della frase in «che sono tenute fatte dallui», - Il Gaddiano infine scrive: «che ciascuno intendente sue essere giudicherebbe». Ora noi domandiamo: non sono tutti questi indizi piuttosto dell’aver quest’ultimo approfittato di un originale identico a quello copiato pure dallo Strozziano e dal Petrei, che dell’aver questi due copiato il Gaddiano? Alcune indicazioni, singole frasi contenute nei Cod. Strozz. e Petrei non occorrono nel Cod. Gaddiano (p. e. la notizia sul secondo acquaio del Buggiano e sul porto di Pesaro nella biografia di Brunellesco, quella sui discendenti e la casa dell’Orcagna, quella sulla visita di Carlo d’Angiò presso Cimabue ed altre). Siccome ora il suo testo in generale è molto più prolisso di quello dei due altri codici, e siccome consta da quanto abbiamo esposto finora, che ambidue questi non che essere compilazioni sussistenti per sè, sono anzi sole copie di un originale: anche questo argomento ci induce necessariamente alla convinzione che questo loro originale non abbia potuto essere il Cod. Gaddiano. - Da ultimo lo stesso si deve dedurre di una certa quantità di parole e di modi di dire usati nei due primi codici, al confronto delle espressioni corrispondenti a essi nel terzo. Forme come: «Pippo, Sere, ciptadino, arismeticho, palagio, ingiegno, giessi, fingiere, exequito, excepto, decto, stigmate,» ec. [p. 308 modifica]sono di certo anteriori alle corrispondenti: «Filippo, Ser, cittadino, aritmetico, palazzo, ingegno, gesti, fingere, eseguito, eccetto, detto, stimate.» La predilezione per espressioni superlative, come: «unico architetto, eccellente geometrico, assai tempo, dottissimo nelle sacre scritture, maravigliosamente intese, per isdegno grande che n’ebbe» (Gaddiano), - invece delle semplici forme: «architetto, geometrico, più tempo, dotto, era studioso, per sdegno» (Strozz. e Petrei) - rivela il contrasto fra il cinquecentista e il quattrocentista, epperciò è impossibile di supporre che i due codici in cui corrono le forme e parole dell’ultimo, siano copie del Cod. Gaddiano contenente tutte quelle altre espressioni usate nel gonfio parlare del cinquecento e non prima.

ad 2. Come abbiamo già detto più indietro, lo Strozziano, nel copiar il relativo testo del Proemio di Crist. Landini, ci si attiene parola per parola, mentre il Petrei se ne discosta qualche volta, segnatamente nei preamboli alle notizie su Giotto, Masaccio, Castagno e Fra Filippo (vedi le note 3, 8, 12 e 13 al testo dello Strozziano, riprodotto più avanti). È quindi escluso che il primo abbia potuto toglier il suo testo più esatto da quello in parte cambiato del secondo. - Un certo numero poi di opere registrate nello Strozziano non si trovano rammentate nel Petrei (vedi le note 5, 7, 9): il primo adunque non può aver tratte le relative notizie del secondo. Nella biografia dell’Orcagna, nello Strozziano occorre questo passo: «Dipinse la cappella degli Strozzi et la tavola in detta chiesa. L’inferno nella chiesa di S. Croce col paradiso, nel quale ritrasse Guardi messo del Comune con uno giglio in sulla berretta, perchè lo pegnorò. Di questo Guardi ne sono discesi quelli d’Andrea di Lapo de’ Guardi». Il brano corrispondente del testo nel Petrei è il seguente: «Dipinse la cappella degli Strozzi et la tavola in detta chiesa et lo inferno, et messolo nello inferno, et evvi dipinto il messo del comune con uno gilio in sulla berretta perchè lo pegnorò». Sulla fine della biografia di Donatello lo Strozziano registrando le sculture di Padova parla di sè nella prima persona: «io giudicai esserle fatte da lui», - espressione che il Petrei cambia in: «sono tenute fatte da lui». Ora, considerando questi esempi, non ci pare possibile di sostenere che lo Strozziano abbia copiato il testo del Petrei!

Ma sembra pure poco probabile che il Petrei sia una copia dello Strozziano. Il suo testo in generale è più succinto di quello [p. 309 modifica]dello Strozziano, soltanto in alcuni luoghi è più disteso, senza però aggiunger qualche cosa d’essenziale a quest’ultimo. Pur tuttavia incontriamo in esso singole ma poche indicazioni sostanziali mancanti nello Strozziano, p. e. nella notizia sulla fabbrica di S. Spirito nella biografia del Brunelleschi, quella su «uno arco che si posa in sul falso, errore fattovi da’ emulatori» (vedi la nota 9 al testo del Petrei); nella biografia di Cimabue, l’appunto concernente la casa del maestro e quello sulla visita di Carlo Angiò presso lui e sul trasporto solenne della sua tavola in S. Maria Novella. Le ultime due notizie, come anche l’indicazione della detta tavola, mancano nello Strozziano che aveva cominciato il relativo suo passo (alla fine della notizia su Cimabue) colle parole: «Et in Santa Maria Novella....», ma lo aveva interrotto non sapremmo dire per qual cagione. Se ora il Petrei avesse copiato lo Strozziano, come mai avrebbe egli potuto cavarne gli appunti in discorso, che non ci erano del tutto? Da ultimo troviamo nel Petrei alcune parole scritte falsamente, p. e. «ricidimento, reggimento, riagiugnimento» invece di «ricignimento»; «Ruchini» invece di «Cherichini». Le stesse parole però sono scritte così chiaramente nello Strozziano che non c’è il caso di supporre che il Petrei copiando lo Strozziano abbia potuto star in dubbio riguardo alla loro ortografia. Questi suoi sbagli, all’opposto, si spiegano benissimo col supporre che l’originale ch’egli copiò fosse di meno nitida scrittura.

ad 3. Questa tesi deriva immediatamente dalle due precedenti. Se, malgrado l’analogia evidente del testo di tutti e tre codici, niuno di essi è copiato dall’altro, non resta per spiegare quest’analogia altro modo, se non di supporre un originale comune a tutti e tre. Che questo originale fu copiato nel Cod. Strozz. e Petrei strettamente e esclusivamente, si deve arguire dalla circostanza che il testo di ambidue codici, benchè non siano copiati l’uno dall’altro, in generale è identico, salvo alcune eccezioni le quali, come si mostrerà più avanti, derivano dal non esser quell’originale stato copiato in ambidue i casi con eguale esattezza. Del Codice Gaddiano poi fu già provato dal Milanesi che parecchie erano le fonti a cui attinse il suo compilatore. Non trattando noi per ora di esso in particolare, dobbiamo contentarci coll’additar quanto venne indagato dall’erudito testè nominato, senza addentrarci più inoltre nel soggetto in discorso. [p. 310 modifica]

ad 4. Abbiamo già detto al principio di questa memoria che nel Cod. Gaddiano si trovano parecchie postille designate dal compilatore di esso come tratte dal Libro d’Antonio Billi, evidentemente allo scopo di emendare nell’un caso, - di precisar, d’allargar o di supplire nell’altro - quanto egli aveva già notato nel testo. Ora queste postille tutte senza eccezione sono identiche parola per parola ai relativi passi nel testo del Cod. Strozziano e per lo più anche nel Cod. Petrei. - Nella biografìa di Giotto il Gaddiano ha cancellato un falso appunto intorno agli affreschi della Cappella maggiore in S. Croce, aggiungendo nel margine: «non è nel libro d’Antonio», e infatti non lo troviamo nè nello Strozziano e neppure nel Petrei. Nella stessa biografia trattando di re Carlo di Napoli aggiunse la postilla: «dice nel libro d’Antonio: dicesi il re Carlo di Napoli lo richiese» ec., ed invero lo Strozziano comincia il relativo passo appunto colle medesime parole. Nella biografia dell’Orcagna il Gaddiano, parlando del tabernacolo di Orsanmichele, aveva copiato quanto ne trovò nel Comentario del Ghiberti che lo dichiara tutto opera dell’Orcagna. Poi aggiunse in margine: «del libro d’Antonio accenna facessi solo la nostra donna di marmo didreto a detto tabernacolo», - ed infatti così il testo dello Strozziano come quello del Petrei non altro ascrivono all’Orcagna che «l’assunzione di nostra donna nel tabernacolo di Orto S. Michele». Nella biografia di Masaccio il Gaddiano aveva registrato l’affresco della processione nel chiostro di S. Spirito, ma poi l’aveva cancellato. Più tardi aggiunse la postilla: «è detta processione di sua mano secondo il libro d’Antonio», e invero la pittura in discorso è registrata e nello Strozziano e nel Petrei come opera di Masaccio. Nella biografia di Pietro del Pollajuolo, il Gaddiano scrive del S. Cristofano di S. Miniato: «si dice esserne il disegno di Antonio suo fratello», poi sul margine fa l’emendazione: «et del libro d’Antonio dice essere stato il disegno al fermo d’Antonio suo fratello», - e difatti questa attribuzione si trova nella forma accennata nel Petrei (la biografia in discorso manca nello Strozziano). - Alla biografia di Donatello precede nel Gaddiano il frammento di una minuta di essa. Questa nell’ordine delle opere enumerate, e per lo più anche nel tenore del testo, segue affatto le biografie del detto artefice nei Cod. Stroz. e Petrei: sicchè si deve necessariamente inferire che il Gaddiano in questa sua minuta [p. 311 modifica]abbia copiato lo stesso originale che tennero innanzi i due altri copisti, e questo da tutto quanto abbiamo addotto finora, non poteva esser altro se non il Libro d’Antonio Billi. Ma c’è anche un’ultimo argomento da aggiungere ai precedenti in favore della nostra tesi. Su uno degli ultimi fogli del Gaddiano (i quali racchiudono diverse notizie, minute, elenchi di nomi ed altri materiali per la compilazione di esso) si trova una parte, cioè quella contenente i nomi di Cimabue fino ad Alessio Baldovinetti, dell’elenco che riempie pure il primo foglio recto e verso del Cod. Strozziano nel medesimo ordine consecutivo e colle medesime date degli anni come in quest’ultimo. Sopra di esso brano si legge l’intestazione: «ex libro antonij billi», scritta come pure l’elenco stesso colla medesima scrittura e penna puntata che fece le postille tratte dal libro del Billi. Se quindi non c’è da dubitare che l’elenco dello Strozziano indichi l’ordine consecutivo delle notizie comprese nel detto libro, anche le notizie stesse che fanno seguito all’elenco nell’ordine da lui indicato, si devono per conseguenza giudicar tratte dallo stesso documento, e perciò il Cod. Strozziano si deve ritener una copia esatta di quest’ultimo o almeno di una sua copia, mentre nel Cod. Petrei si ha da ravvisar pure una copia del medesimo originale (o di una sua copia), compilata però con molto minore cura e con cambiamenti nell’ordine consecutivo del testo originale. Per spiegar infine il motivo per cui il Gaddiano dopo essersi servito del libro d’Antonio già nel compilar il suo testo, sia di nuovo ricorso a esso per postillar quest’ultimo, non ci pare irragionevole o improbabile la supposizione, ch’egli al principio non ebbe innanzi a sè che una copia dell’orginale in discorso, e che essendogli questo stesso capitato nelle mani, dopo ch’aveva compilato il suo testo, egli ne approfittò per riveder la sua minuta e notare nel margine di essa le discrepanze trovate.

ad. 5. Le prove di quanto si sostiene in quest’ultima tesi sono in gran parte già contenute nelle precedenti argomentazioni. Riassumiamole brevemente. — Nel Cod. Strozziano troviamo copiati parola per parola i relativi passi del Proemio di Crist. Landino; troviamo osservato l’ordine delle biografie che sappiamo esser stato quello del Libro d’Antonio; troviamo parola per parola quei passi che il Gaddiano nelle sue aggiunte marginali designa addirittura come tratti dal detto libro; troviamo certe parole, [p. 312 modifica]certi modi di dire che non essendo pure del secolo del suo copista, sono nientemeno riprodotti fedelmente, e che perciò rivelano la sua esattezza nel copiar l’originale. — Tutti questi distintivi mancano al Cod. Petrei; il quale anzi ne mostra i contrari. Per quanto riguarda in specie gli sbagli, le scorrezioni e inesattezze da lui commesse, oltre quelle già additate, ne registreremo molte altre nelle annotazioni che fanno corredo al testo stampato più avanti. — Che poi il Cod. Gaddiano non si sia attenuto così strettamente al testo d’Antonio Billi, come i due altri, questo si desume chiaramente dal confronto dei relativi testi; e che esso all’infuori della detta fonte ne abbia messo a profitto pure altre, specialmente il Commentario del Ghiberti, fu da noi, che in questo non avemmo se non a seguir le orme del comm. G. Milanesi, accennato ripetutamente nel corso della presente Memoria.



Per condurre questa a fine non ci resta altro che dire ancora poche parole sul libro del Billi stesso. Quando fu esso composto? chi era il suo autore? a quali fonti attinse egli per la sua compilazione? quali autori posteriori si giovarono di questa per i loro scritti? Se a tutte queste domande non si può trovar una risposta soddisfacente, siamo almeno in grado di determinare con sufficente precisione il tempo della sua composizione. Nella biografia di Donatello il suo autore dice esser la Giuditta collocata nella «Loggia de’ nostri Signori,» e il David nel cortile del «Palazzo di detti Signori.» Ora si sa che la prima fu trasportata colà il 10 giugno 1506, che il magistrato dei Signori cessò di esistere il 1.o maggio 1532 e che il duca Cosimo I andò ad abitare nel Palazzo Vecchio il 15 maggio 1540 (8). Se l’autore del Libro d’Antonio l’avesse composto dopo il 1532 più certo dopo il 1540, non si sarebbe servito dell’espressione: «Palazzo dei Signori,» ma avrebbe detto come il Gaddiano: «Palazzo del Duca». Da queste date adunque l’epoca [p. 313 modifica]in cui fu composto il detto libro vien fissata fra gli anni 1506 e 1540 (1532). Nella stessa biografia si registrano in S. Lorenzo «i dua pergami di bronzo non finiti». Questi furono trasferiti nella chiesa ed alzati provvisoriamente, quando si aspettava la visita di Leone X che poi ebbe luogo il 22 dicembre 1515 (9). Nella notizia su Fra Bartolommeo si accenna a una sua tavola «che andò in Francia», e a un’altra nel capitolo di S. Marco rappresentante un «S. Sebastiano ignudo». La prima fu portata in Francia nel 1512; (10) la seconda nel 1516 era ancora al suo posto (11), nel 1530 però era già in Francia (12). Nella notizia infine su Andrea del Sarto sono ricordati gli affreschi nella Compagnia dello Scalzo e quelli nel chiostrino de’ Servi, i primi eseguiti fra il 1514 e il 1520, i secondi fra il 1509 e il 1514 (13). Da tutte queste date quindi il periodo fra il 1506 e il 1540 assegnato più sopra alla composizione del libro d’Antonio Billi viene ristretto agli anni dopo il 1516 e prima del 1530.

Riguardo al suo autore, niente di positivo ci è dato di poter stabilire. Forse era lo stesso Billi da cui ebbe la denominazione e che finora si credette soltanto il suo possessore. Ma siccome non si sa niente altro sulla sua persona se non che visse sulla fine del 1400 e al principio del 1500 e che era mercante, ne l’una nè l’altra congettura si può appoggiar con argomenti positivi e reali. È certo che non ne fu autore Domenico Ghirlandaio, perchè il libro in discorso - almeno nella forma che di esso ci fu trasmessa nelle nostre due copie è posteriore di circa venti anni alla sua morte. Ma esistono anche ragioni valide da non ammetter neppure l’ipotesi che l’autore di esso per compilarlo si sia giovato dei Ricordi del Ghirlandaio. Per primo la notizia sulle opere del maestro contenuta nel libro d’Antonio (Cod. Petrei e Gaddiano) è piuttosto [p. 314 modifica]incompiuta, non ricordandosi in essa molte delle più cospicue tra le sue pitture, come p. e. i cenacoli di Ognissanti, di S. Marco, di Passignano, di S. Donato, gli affreschi nel Palazzo Vecchio, nella Badia di Settimo e via discorrendo. Ora, non è da supporre che il maestro nei suoi ricordi abbia trattato da patrigno i propri figliuoli. Vasari nell’unico passo ove accenna ai detti ricordi (Vita di Stefano fiorentino, ediz. Milanesi, t. I, p. 452) li allega per testimonio che Giottino fosse piuttosto figliuolo di Stefano che di Giotto. Ora, nella notizia su questo maestro che si legge nei nostri due codici, egli per l’appunto vien detto figlio di Giotto; - quindi è escluso che il loro originale, il Libro d’Antonio, l’abbia cavata dalla fonte addotta del Vasari per il contrario, ed è per conseguenza anche poco probabile ch’egli se ne sia valso in generale per compilar il suo testo. Da ultimo, i nostri due codici nella notizia sull’Orcagna parlando della cappella maggiore di S. Maria Novella dipinta da esso, aggiungono «che la guastò a’ nostri dì il Ghirlandaio». Ora, non è egli ragionevole di supporre che il testo relativo del Libro d’Antonio copiato ne’ detti due codici non avrebbe inflitto al Ghirlandaio la colpa di aver «guastato» l’opera del suo predecessore, se fosse stato cavato dai suoi ricordi stessi? E come da quanto precede pare provato che l’autore del nostro libro non si sia giovato della fonte testè ricordata, così anche si può affermare che non abbia conosciuto il Commentario del Ghiberti, perchè nel suo testo mancano importanti e non poche notizie contenute in esso. Più sopra ne abbiamo già additate parecchie occorrenti nella biografia di Giotto; se ne potrebbero registrare altre dalla biografia dell’Orcagna (pitture nei Servi e nel refettorio di S. Spirito), di Stefano lo scimmia (affreschi in S. Maria Novella e in Assisi), Taddeo Gaddi (tavola ne’ Servi), Giovino (affreschi in S. Croce), Buonamico (pitture in Pisa e nella Badia di Settimo), e sopra tutto del Ghiberti stesso, la quale, mentre nel suo Commentario è narrata diffusamente, nel Libro del Billi è compendiata molto superficialmente in poche righe.

Se finalmente vogliamo accennar gli autori posteriori che tennero innanzi il detto libro, bisogna nominar accanto all’Anonimo Gaddiano, pure il Vasari. Abbiamo avuto l’occasione di accentuar parecchie volte nel corso della nostra dimostrazione quanto il primo l’abbia messo a profitto; per la parte che [p. 315 modifica]ne cavò il secondo rinviamo alle annotazioni da noi apposte al testo del Cod. Petrei. Alla fonte in discorso pare abbia voluto accennar pure il Vasari stesso, allorchè narrando la storia della visita fatta da Carlo d’Angiò a Cimabue, la dice tratta da «certi ricordi di vecchi pittori;» perchè, come già fu detto più sopra, il Libro di Antonio è l’unico documento - compresivi anche i cronisti contemporanei o poco posteriori - in cui questo fatto venga ricordato.

Ed ora, affinchè il benevolo lettore sia messo in grado di esaminare le nostre asserzioni e, speriamolo, di convincersi della loro giustezza, diamo il testo delle Notizie artistiche contenute nei due Codici sopra discorsi, corredandole con opportune annotazioni (14).




Note

  1. Repertorium für Kunstiwissenschaff. Stuttgart, 1884. t. VI, pag. 77.
  2. Per più particolari intorno a lui vedi Cianfogni-Moreni, Memorie storiche dell’Ambrosiana R. Basilica di S. Lorenzo di Firenze. Ivi 1804-16, t. I, pag. 241.
  3. Vedi Baldinucci, Delle notizie di Professori ecc. Firenze, 1767-71, t. III, pag. 106 e t. IV, pag. 25. Nel secondo luogo l’autore ricorda pure un altro «manoscritto antichissimo contenente più vite di pittori, scultori e architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli,» esistente nella stessa libreria. Benchè egli non ne indichi il numero, pure dalla citazione che ne fa ci fu dato di ravvisare in esso quel codice segnato n.o 932 della Strozziana, che, secondo l’asserzione del Moreni (Bibliografia della Toscana, Firenze, 1805, vol. II, pag. 418), contiene le vite degli artefici fiorentini da Cimabue al Verrocchio scritte da Giov. Batt. Gelli. Il presente possessore di questo manoscritto, il ch. Girolamo Mancini, bibliotecario della Comunale di Cortona, ebbe la cortesia - e gliene rinnoviamo qui le più sentite grazie - di comunicarci il passo corrispondente a quello citato dal Baldinucci. Dalla quale comunicazione abbiamo potuto desumere ch’egli si accorda più strettamente col testo del Codice Gelliano, che con quello di qualsiasi altro dei Codici da noi conosciuti, cioè del Gaddiano, Strozziano e Petrei.
  4. Vedi Semper, Donatello seine Zeit und Schule. Vienna, 1875, pag. 243 e 306.
  5. Vedi Repertorium, für Kunstwissenschaft, e Die Gesellschaft der Renaissance in Italien und die Kunst. Stoccarda. 1879, pag. 105, nota 42.
  6. Vedi Frey, Vita di Lorenzo Ghiberti con i Commentari di esso e con aggiunte e note. Berlino 1886, pag. 115.
  7. Gaye, Carteggio inedito, ec. t. III, p. 166. Il Vasari, (ediz. Milanesi, t. VII, pag. 604) nella seconda edizione delle sue Vite, stampata nel 1568, lo dice in corso d’esecuzione.
  8. Vedi Landucci, Diario fiorentino, edito da I. Del Badia. Firenze, 1883, pag. 276, 370 e 376.
  9. Cianfogni-Moreni. Memorie della R. Basilica di S. Lorenzo, t. II, pag. 179.
  10. Vinc. Marchese, Memorie dei più insigni pittori ecct. domenicani, 4.a ediz. Bologna 1879. vol. II, pag. 77, nota 1.
  11. V. Marchese, l. c. vol. II, pag. 140.
  12. G. Daelli, Carte Michelangiolesche inedite. Milano 1865, pag. 23.
  13. Vasari-Milanesi, t. V, pag. 66 e seg.
  14. Riguardo alle dette annotazioni abbiamo gran debito di riconoscenza verso il signor comm. G. Milanesi per tutte le cortesie e gli aiuti di cui ci fu largo nel compilarle: compiacciasi il venerando maestro di accettarne le più sentite grazie. Siamo pure in dovere di ringraziar vivamente i signori barone Bartolommeo Podestà e cav. Iodoco del Badia della gentilezza con cui hanno aiutato le nostre ricerche.